La guerra civile dello Yemen del Nord fu un lungo conflitto che interessò la parte settentrionale dell'attuale Yemen dal settembre 1962 all'aprile 1970. Il conflitto si originò dal colpo di Stato messo in atto da ufficiali dell'esercito e membri dell'élite politica del Regno Mutawakkilita dello Yemen contro il monarca in carica, l'imam Muhammad al-Badr, da poco salito al trono dopo la morte del padre: i golpisti catturarono la capitale Sana'a e i maggiori centri urbani del paese, proclamando l'istituzione di una Repubblica Araba dello Yemen con a capo il presidente ʿAbd Allāh al-Sallāl. Al-Badr riuscì tuttavia a fuggire nelle regioni settentrionali, iniziando a raccogliere una vasta armata tra i clan tribali della zona e minacciando la tenuta del nuovo governo repubblicano.
I repubblicani si rivolsero quindi al loro patrono politico, l'Egitto di Gamal Abd el-Nasser: questi vide l'opportunità di sfruttare lo Yemen come base per insidiare tanto la colonia britannica di Aden quanto le monarchie conservatrici della penisola arabica, e acconsentì quindi a inviare un corpo di spedizione egiziano a sostegno dei repubblicani, arrivato a contare nel tempo uomini. L'intervento egiziano provocò la risposta dell'Arabia Saudita, che iniziò a fornire ai guerriglieri monarchici armi, denaro e basi sicure sul suo territorio; i sauditi furono poi affiancati nei loro aiuti da una variegata coalizione internazionale di Stati ostili all'Egitto di Nasser. Il conflitto raggiunse ben presto un alto grado di brutalità, con esecuzioni di prigionieri, bombardamenti indiscriminati sui centri urbani (anche in territorio saudita) e attacchi di rappresaglia sulla popolazione civile; gli egiziani fecero inoltre ricorso ad attacchi con armi chimiche contro i villaggi sospettati di aiutare i monarchici.
La guerra si trascinò sanguinosamente per diversi anni, costando vaste perdite umane e finanziarie all'Egitto. Dopo la sconfitta nella guerra dei sei giorni del giugno 1967 Nasser decise infine di porre fine all'intervento, negoziando un accordo in base al quale le truppe egiziane sarebbero state ritirate in cambio di una cessazione dell'aiuto saudita ai monarchici. La partenza degli egiziani sembrò portare al collasso la Repubblica yemenita, ma a Sana'a il presidente Sallal fu deposto e sostituito da un governo più moderato sotto il qadi Abd al-Rahman al-Iryani, che seppe riconciliarsi con molte tribù yemenite; i monarchici assediarono inutilmente la capitale tra il dicembre 1967 e il febbraio 1968, ma furono infine respinti grazie anche alle forniture militari concesse dall'Unione Sovietica ai repubblicani. Il conflitto si trascinò stancamente ancora per alcuni anni, mentre il governo di Sana'a si spostava su basi più conservatrici e ricostruiva un rapporto migliore con l'Arabia Saudita. Nell'aprile 1970 fu infine raggiunto un accordo di pace: venne formato un governo di unità nazionale comprendente elementi moderati tratti tanto dal campo repubblicano quanto da quello monarchico, mentre l'imam al-Badr dovette rinunciare al trono e recarsi in esilio all'estero.
Antefatti Lo Yemen degli imam
L'attuale Stato dello Yemen fu per un lungo periodo della sua storia diviso in due entità distinte. La parte meridionale del paese, affacciata sull'oceano Indiano, cadde sotto l'influenza coloniale del Regno Unito a partire dall'occupazione britannica dello strategico porto di Aden nel 1839, venendo riorganizzata nelle due entità della colonia di Aden e del protettorato di Aden riunite poi, nel 1962, nella Federazione dell'Arabia Meridionale. La parte settentrionale del paese, affacciata sul Mar Rosso, divenne invece terreno di conquista dell'Impero ottomano almeno dal XV secolo, anche se il dominio ottomano nella regione non andò oltre il controllo delle zone costiere e della capitale Sana'a: le regioni montuose dell'entroterra si rivelarono impossibili da conquistare se non per periodi di tempo limitati, stante la guerriglia esercitata dalle numerose tribù locali fedeli alla confessione dello zaydismo (una variante dell'islam sciita) e riottose a qualunque controllo di un'autorità centrale che non fosse quella dei loro imam (i Rassidi). Dopo il collasso dell'Impero ottomano alla fine della prima guerra mondiale, nel novembre 1918 l'imam zaydita Yahya Muhammad Hamid ed-Din fece rioccupare dalle sue forze la città di Sana'a da dove proclamò l'istituzione di uno stato indipendente yemenita, divenuto nel 1926 il Regno Mutawakkilita dello Yemen; la definizione dei confini del nuovo Stato con i possedimenti britannici a sud e con la nascente Arabia Saudita a nord ed est portò a contrasti e scontri armati culminati nella guerra saudita-yemenita, conclusasi con il trattato di Taif del 12 maggio 1934 che pose fine alle contese.
Il regno di Yahya Muhammad sullo Yemen ebbe una brusca fine nel febbraio 1948, quando l'imam e parte della sua famiglia furono uccisi a Sana'a durante un tentativo di colpo di Stato portato avanti da una variegata coalizione di dissidenti; con il sostegno armato delle tribù del nord il figlio maggiore di Yahya Muhammand, Ahmad ibn Yahya, prese Sana'a e trucidò i cospiratori soffocando il governo nato dal golpe, venendo quindi acclamato come nuovo imam regnante.. Ahmad si dimostrò un sovrano più favorevole rispetto al padre alle istanze di modernizzazione politica ed economica della nazione, ad esempio creando un gabinetto di ministri dotato di poteri reali e abbandonando la tradizionale autarchia per aprirsi ai commerci internazionali, ma con il passare del tempo il suo regime prese ad assomigliare sempre più a quello di Yahya Muhammad; svariati tentativi di colpo di Stato e assassinio dell'imam accentuarono ben presto il carattere repressivo del regime, mentre nessuna decisione governativa poteva essere presa senza l'approvazione personale di Ahmad.
Il figlio maggiore di Ahmad, Muhammad al-Badr, fu nominato principe della corona ed erede al trono nel 1955, dopo il suo decisivo sostegno al padre nella repressione di un colpo di Stato volto a portare sul trono il fratellastro di Ahmad.. Al-Badr, divenuto anche ministro degli esteri e della difesa, propugnava una politica di maggiore apertura internazionale dello Yemen, guardando con favore a rapporti più stretti con i regimi nazionalisti arabi e con il blocco orientale: divenuto un sostenitore del nasserismo dopo un incontro con lo stesso presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, nel 1958 al-Badr portò lo Yemen ad aderire a un'alleanza di tipo confederale con Egitto e Siria nota come "Stati Arabi Uniti", oltre a invitare nello Yemen una missione di ufficiali egiziani per addestrare le forze armate e inviare a sua volta ufficiali yemeniti a studiare nelle accademie militari egiziane; dopo una serie di viaggi in Unione Sovietica e Cina invece il principe riuscì a ottenere, oltre ad armamenti moderni come carri armati e aerei, un pacchetto di aiuti economici del valore di 50 milioni di dollari e vari contratti per lavori di modernizzazione delle infrastrutture yemenite.. La vicinanza di al-Badr al presidente egiziano Nasser e al nasserismo non erano però visti con favore dagli ambienti più tradizionalisti della società yemenita, e il fratello di Ahmad, Hassan ibn Yahya, iniziò a farsi avanti come suo possibile successore al trono: già primo ministro ma costretto ad assumere, dopo il tentato colpo di Stato del 1955, un ruolo più di secondo piano come ambasciatore dello Yemen alle Nazioni Unite, Hassan era di tendenze più filo-occidentali, appoggiava lo stabilirsi di relazioni migliori con l'Arabia Saudita e in generale era più ben visto dagli ambienti conservatori yemeniti.
Nell'aprile 1959 Ahmad lasciò Sana'a per recarsi a Roma per un ciclo di cure mediche; al-Badr fu lasciato alla guida del governo con il titolo di primo ministro e, probabilmente interpretando la partenza del padre come un annuncio di una sua abdicazione per motivi di salute, iniziò a proporre pubblicamente una serie di ambiziosi piani di riforma economica e sociale della società yemenita. La reazione a queste proposte portò quasi al rovesciamento della monarchia: in tutte le maggiori città folle di giovani si riversarono in piazza chiedendo riforme più radicali e inneggiando a Nasser, dando luogo a scontri e disordini; le tribù del nord, puntello della monarchia, si dichiararono invece contrarie a queste aperture e avanzarono dubbi sulle capacità di governo di al-Badr. La crisi fu infine risolta in agosto da un veloce rientro di Ahmad a Sana'a, e dalla conseguente repressione con mano pesante dei moti di piazza. La sommossa del 1959, unita a un nuovo tentativo di assassinio dell'imam andato a vuoto nel marzo 1961, convinsero Ahmad che gli ideali propugnati da Nasser erano il canale attraverso il quale l'opposizione alla monarchia stava organizzandosi e rafforzandosi: l'imam bollò pubblicamente il nasserismo come contrario alla religione islamica e dispose l'allontanamento dal paese dei consiglieri egiziani, al che lo Yemen fu espulso dagli Stati Arabi Uniti nel dicembre 1961 mentre la radio egiziana lanciava proclami di incitamento alla rivolta contro la monarchia.. Nel giugno 1961 Ahmad, piagato dalla salute cagionevole, dovette lasciare la guida della nazione e ritirarsi a vita privata presso la residenza reale di Taʿizz; al-Badr sostituì quasi del tutto il padre alla guida della nazione assumendo il ruolo di primo ministro e ministro degli interni. La situazione nel paese rimaneva tesissima: tra l'agosto e il settembre 1962 si verificarono nuove sommosse di piazza e rivolte di giovani studenti a Sana'a e Ta'izz, con le folle che inneggiavano a Nasser e portavano in trionfo i suoi ritratti; la polizia intervenne con mano pesante sparando sulla folla e attuando centinaia di arresti, mentre per due volte Ahmad ordinò che i villaggi che avevano dato rifugio ai dimostranti venissero rasi al suolo..
L'Egitto e lo Yemen
L'Egitto guardava con attenzione alla situazione dello Yemen già da diverso tempo. La nazionalizzazione del canale di Suez ordinata da Nasser aveva portato, nell'ottobre-novembre 1955, a un tentativo di rovesciare il regime egiziano con un'invasione militare (la cosiddetta "crisi di Suez") da parte una coalizione composta da Regno Unito, Francia e Israele, azione conclusasi però con un fallimento; scacciati da Suez, i britannici avevano quindi fatto di Aden la loro principale base militare nella regione del Medio Oriente. Nasser vide la possibilità di trasformare lo Yemen del Nord in una testa di ponte egiziana nell'Arabia meridionale, da cui alimentare una guerriglia indipendentista che cacciasse i britannici da Aden: questo avrebbe allontanato per sempre la possibilità che il Regno Unito tornasse a insidiare il controllo egiziano sul canale di Suez. Stabilire una base sicura nello Yemen avrebbe consentito all'Egitto anche di presidiare lo stretto di Bab el-Mandeb, assicurandosi il controllo dell'intero Mar Rosso. Lo Yemen poteva poi servire come punto d'appoggio per i piani di Nasser circa la destabilizzazione del regime monarchico dell'Arabia Saudita: gli ideali politici propugnati dal nasserismo erano incompatibili con quelli delle monarchie conservatrici al potere nella penisola arabica, e gli egiziani erano quindi sempre pronti ad appoggiare i movimenti che puntassero a rovesciare i monarchi della regione; la penetrazione in Arabia puntava anche a ottenere risultati economici, dando modo all'Egitto di sviluppare un accesso al Golfo Persico e ai suoi ricchi giacimenti di petrolio...