La battaglia di Fornovo (o battaglia del Taro) ebbe luogo il 6 luglio 1495 durante le Guerre d'Italia. In essa si affrontarono l'esercito di Carlo VIII di Francia che risaliva la penisola - composto da francesi, mercenari svizzeri e un contingente di italiani - e quello della lega italica guidato da Francesco II Gonzaga - formato dagli eserciti di Milano e Venezia, per la gran parte composti di mercenari, italiani, albanesiI cavalleggeri albanesi ebbero un ruolo fondamentale in questa battaglia. Sul comportamento di questi cavalleggeri, che saccheggiarono i bagagli francesi, bisogna dire che le cronache e la storiografia hanno sempre mosso un’accusa molto pesante. Moreno Pedrinzani, "Non fanno presoni ma taglia la testa". Storia militare del popolo albanese nell'Età Moderna, a cura di Franco Cardini e Giovanni Armillotta, Nardò, Besa Muci, 2026, p. 181, ISBN 978-88-3629-486-2., dalmati, greci e tedeschi, ma anche da alcune unità di leva. L'esercito francese aveva meno uomini ma più pezzi d'artiglieria, le manovre italiane furono ostacolate dall'ingrossamento del fiume. Lo scontro, durato circa un'ora, fu sanguinoso: complessivamente tremila morti, duemila da parte italiana e un migliaio da parte francese (mentre gli italiani presero più prigionieri).Queste le stime di Mallet, Pieri e Delaborde, mentre la maggior parte delle fonti dell'epoca esagera il numero di perdite da una parte o dall'altra. The Italian Wars: Volume 1 - The Expedition of Charles VIII into Italy and the Battle of Fornovo, 1495" (p.72): "On the Italian side, Alessandro Benedetti reports that 200 men-at-arms died...Bernardino Corio, a Milanese chronicler reports the exact same death toll of Benedetti. Marin Sanudo, a Venetian patrician, asserts instead that of French barons 80 died, among which 16 courageous captains, for a total of 2,000 dead; the Italians suffered 900 losses....Angelo Maffei writes of 2,500 dead French and 800 prisoners, whereas Luca Pisani reports of 4000 dead enemies. Conversely, the French chroniclers inflate the Italian death toll and decrease theirs. Varillas reports of 200 French foot soldiers dead and 4,000 fallen Italian soldiers, similar to Sismondi who reports 200 fallen French soldiers and 3,500 fallen League soldiers. The historian Delaborde is more impartial, and reports the death toll to be 2,000 to 3,000 dead soldiers, of which two-thirds were Italians. Lastly, it is important to cite the opinions of two modern historians. Pieri calculated the French death toll to be 1,000 soldiers and the Italian death toll to be of 2,500 soldiers, of which 1,500 were infantrymen. Michael Mallet asserts that it was the Italians who suffered the higher number of losses, more than 2,000 soldiers, among which several condottieri, however, they took more prisoners than the French." L'esito fu incerto: i collegati non riuscirono a catturare Carlo VIII, che proseguì verso nord, ma si impadronirono del bottino (dal valore di 300.000 ducati) e delle salmerie francesi. La vittoria della battaglia fu reclamata da entrambe le parti, anche se l'esercito di Carlo VIII, indebolito militarmente ed economicamente, rinunciò a nuove operazioni e a soccorrere altre forze francesi assediate a Novara (per poi successivamente ritirarsi in Francia). A ricordo del combattimento, Francesco II fece costruire la chiesa di Santa Maria della Vittoria a Mantova.

Prologo Carlo VIII sognava una sua crociata contro gli infedeli e la riconquista di Gerusalemme. Per attuare questo piano pensò di conquistare il Regno di Napoli, verso il quale vantava nebulosi diritti per via della nonna paterna, Maria d'Angiò (1404–1463), al fine di poter disporre di una base per le crociate in Terrasanta.

Per avere mani libere in Italia, Carlo VIII stipulò patti rovinosi con i vicini: a Enrico VII venne dato del denaro, a Ferdinando II di Aragona venne dato il Rossiglione ed a Massimiliano I vennero dati l'Artois e la Franca contea.

Gli stati italiani erano abituati ad assoldare bande di mercenari tramite contratti detti "condotte", stipulati tra le Signorie e i cosiddetti condottieri. Le tattiche di battaglia miravano quindi a minimizzare i rischi e a catturare facoltosi prigionieri; l'aspetto economico era quindi dominante. Questo modo di guerreggiare si dimostrò perdente contro le motivate truppe francesi e spagnole che si apprestavano a sommergere la penisola.

La campagna

Carlo VIII era in buoni rapporti con le due potenze del Nord Italia, Milano e Venezia, ed entrambe lo avevano incoraggiato a far valere le proprie pretese sul Regno di Napoli. Così ritenne di avere il loro appoggio contro Alfonso II di Napoli e contro il pretendente rivale che era Ferdinando II di Aragona, Re di Spagna.

Alla fine di agosto del 1494 Carlo VIII condusse un potente esercito francese con un grosso contingente di mercenari svizzeri e la prima formazione di artiglieria mai vista in Italia. Ottenne il libero passaggio da Milano. A Firenze Piero il Fatuo consentì che Carlo occupasse le fortezze di Sarzana e Pietrasanta, Pisa e LivornoTenenti, L'età moderna, cit., p. 85.. Venne invece osteggiato da papa Alessandro VI, salito al soglio nel 1492. Lungo la via per Napoli, Carlo distrusse ogni piccolo esercito che il papa e il Regno di Napoli gli mandarono contro e distrusse ogni città che gli resisteva. Questa brutalità colpì gli italiani, abituati alle guerre relativamente poco sanguinose dei condottieri di allora. Il 22 febbraio 1495 Carlo VIII, col suo generale Louis de la Trémoille, entrò a Napoli praticamente senza opposizione.

La rapidità e la violenza della campagna militare del re francese lasciarono attoniti gli italiani. Specialmente i veneziani e il nuovo duca di Milano, Ludovico Sforza (il Moro), compresero che se Carlo non fosse stato fermato, avrebbero perduto la loro indipendenza.

Il 31 marzo venne proclamata a Venezia una lega santa antifrancese: i firmatari erano la Serenissima Repubblica di Venezia, il duca di Milano, il papa, il re spagnolo, il re inglese e Massimiliano I d'Asburgo. La lega ingaggiò un condottiero veterano, Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova, per raccogliere un esercito ed espellere i francesi dalla penisola. Dal 1º maggio questo esercito incominciò a minacciare i presidi che Carlo aveva lasciato lungo il suo tragitto per assicurarsi i collegamenti con la Francia. Il 20 maggio Carlo lascia Napoli lasciando un presidio e proclamando che il suo unico desiderio era un sicuro ritorno in Francia.

Come se non bastasse, l'esercito di Carlo venne colpito da un misterioso morbo a Napoli. Mentre non è chiaro se la malattia provenisse dal nuovo mondo o fosse una versione più virulenta di una già esistente, la prima epidemia conosciuta di sifilide scoppiò nella città. Il ritorno dell'esercito francese verso nord diffuse la malattia in tutta Italia, e alla fine in tutta Europa. La malattia venne quindi conosciuta in quasi tutta Europa col nome di "mal francese".

Preparazione

Il 27 giugno i veneziani e i loro alleati stabilirono il campo vicino a Fornovo di Taro, circa 20 km a sud ovest di Parma, alla badia della Ghiaruola. Secondo il Guicciardini l'esercito dei cosiddetti "collegati" era composto per tre quarti da forze veneziane comandate da Francesco II Gonzaga, affiancato da Alessio Beccaguto, e dai due provveditori del senato veneto Luca Pisano e Melchiorre Trevisan. A capo delle forze milanesi c'erano Gianfrancesco Sanseverino e Francesco Bernardino Visconti. L'esercito era composto da 2 500 cavalieri, 8 000 fanti e 2 000 stradiotti, una forza mercenaria greco-albanese.

Carlo stava ritornando in Francia con un ricco bottino raccolto tra Firenze, Roma e Napoli. Dopo una sosta a Pontremoli che venne incendiata dai mercenari svizzeri i quali, contravvenendo ai patti, si erano dati al saccheggio della città (si dice che il re soggiornasse nel vicino abitato di Mignegno e che, per punizione, abbia fatto trainare a braccia l'artiglieria sul passo della Cisa dai mercenari fedifraghi), finalmente il 4 luglio i francesi raggiunsero il villaggio di Fornovo discendendo lungo la valle del fiume Taro, ma trovarono il passaggio bloccato dall'esercito della lega accampato a nord del villaggio.

Il 4 luglio Ercole d'Este, duca di Ferrara e alleato principale di Carlo in Italia, gli comunicò che il senato veneziano non aveva ancora autorizzato il Provveditore a entrare in battaglia. I francesi erano ansiosi vedendo il numero dei nemici crescere di giorno in giorno senza avere la possibilità di ricevere rinforzi. Carlo allora chiese libero passaggio. Come riferisce il Guicciardini, la risposta dei collegati si fece attendere; venne mandata una richiesta su come procedere a Milano, dove risiedeva il duca Ludovico il Moro e un rappresentante per ogni componente della lega: Ludovico e il rappresentante veneto erano più propensi per lasciar passare il re francese mentre il rappresentante spagnolo invece era per l'attacco; per questo decise di scrivere a Venezia. Nel frattempo Melchiorre Trevisan, sapendo che la risposta non sarebbe arrivata in tempo, decise che appena l'esercito francese si fosse mosso, sarebbe stato attaccato. Il 5 luglio i francesi occuparono Fornovo e vi si accamparono; durante la notte l'abbondante pioggia rese il terreno molto fangoso. Il mattino successivo attraversarono il fiume portandosi sulla riva sinistra (occidentale) e marciando presso le falde dei colli in modo da poter tenere sotto controllo la valle sottostante.

Battaglia

Schieramento

Francesi Il re francese, dopo essersi consultato con i suoi consiglieri italiani, Gian Giacomo Trivulzio e Francesco Secco, all'alba del 6 luglio decise di combattere considerando che le provviste stavano iniziando a scarseggiare e inviò quaranta soldati per una ricognizione in campo nemico. Questi furono avvistati dagli esploratori italiani e la loro presenza venne riferita all'accampamento. Si inviarono pertanto seicento stradiotti che li assaltarono uccidendoli o mettendoli in fuga. Non soddisfatti, tagliarono loro le teste e le conficcarono sulle loro picche tornando trionfalmente al campo.Corio, Storia di Milano, vol. III, p. 589 Il ritorno degli stradiotti che portavano le teste nemiche al campo italiano fu un momento di grande entusiasmo, fu persino organizzata una funzione religiosa in onore della vittoria, cosa che diede un'eccessiva fiducia alla Lega.

Dopo la sconfitta in questa prima scaramuccia Carlo VIII fece marciare l'esercito sino all'imboccatura della valle e decise di stabilire il campo sui colli presso il borgo di Medesano, sulla riva sinistra del fiume. La posizione francese era considerata buona per la difesa perché i veneziani non avevano pulito il campo, e la pioggia (si era scatenato un violento temporale) aveva reso impraticabile le rive del fiume per la cavalleria. Carlo schierò quindi davanti all'esercito i quarantadue pezzi d'artiglieria, puntati verso le sponde del Taro. Divise anche l'esercito in tre squadroni di cui l'avanguardia al comando di Gian Giacomo Trivulzio e Pierre de Rohan insieme a Francesco Secco e Niccolò Orsini (prigioniero) contava 300 cavalieri pesanti, picchieri, alabardieri e archibugieri tedeschi e 200 fanti leggeri, il corpo centrale sotto il suo diretto comando composto da 600 cavalieri pesanti, 2 000 cavalleggeri e balestrieri a cavallo e 4 000 lancieri tedeschi, la retroguardia guidata da Gaston de Foix e Louis de la Trémoille e composta da 400 cavalieri pesanti, 700 fanti svizzeri e 400 balestrieri a cavallo; quanto restava era schierato in una falange non distante dalla linea dei cavalieri. Alla sinistra dell'esercito avanzavano le salmerie su una lunga fila. Il re fece quindi un discorso ai soldati esortandoli a non temere i soldati italiani, che considerava di scarso valore, né i loro capitani di scarsa esperienza, e di non fuggire o rompere i ranghi per accaparrarsi il bottino pena la morte; si fecero poi tutti il segno della croce e i tedeschi baciarono la terra.

Italiani