Biografia Nato e cresciuto a Palermo, è nipote di Paolo Calò, storico portiere del Palermo Calcio (accusato da Tommaso Buscetta di essere anche lui mafioso). Ha lavorato come commesso in un negozio di vendita di tessuti e in seguito lavorò anche come macellaio e barista. All'età di diciotto anni, Calò si segnalò per aver inseguito e ferito a colpi di pistola l'assassino del padre, Francesco Scaletta, azione per cui finì in carcere per la prima volta. Scaletta venne poi ucciso a pallottole in un attentato successivo, commesso probabilmente da Gerlando Alberti e Salvatore Filippone, figlio del boss Gaetano. Per queste sue peculiarità, all'età di 23 anni, Calò venne affiliato nella famiglia mafiosa di Porta Nuova, prestando giuramento tra le mani di Tommaso Buscetta, e iniziò numerose attività in imprese legali, ad esempio, lavorò come rappresentante di tessuti a Palermo, aprì un bar e si occupò di un distributore di benzina (rilevato con un socio, Salvatore Maggiolini, cui cedette l'attività con un ricavato di 6 milioni di lire).
Carriera criminale Nel 1963 venne scelto come nuovo capo della famiglia di Porta Nuova in seguito alla morte per vecchiaia del boss Gaetano Filippone. Sempre nello stesso anno, venne denunciato per associazione a delinquere insieme a Gerlando Alberti e altri mafiosi. In questo periodo Calò divenne il principale fiancheggiatore del boss Luciano Liggio e del suo vice Salvatore Riina: secondo le concordi testimonianze di Tommaso Buscetta e Leonardo Vitale, l'omicidio del procuratore Pietro Scaglione venne eseguito dagli stessi Liggio e Riina nel quartiere Danisinni, territorio della cosca di Calò, che fornì anche i suoi uomini per il sequestro dell'imprenditore Luciano Cassina ordinato da Riina. Arrestato per il sequestro Cassina, Calò fu rilasciato in libertà provvisoria dopo soli venti giorni di detenzione e nel 1973 fu accusato da Leonardo Vitale (definito "il Joe Valachi di Altarello") di diversi reati (dall'omicidio alle estorsioni), costringendolo a darsi alla latitanza.
Nel 1974, quando venne ricostruita la cosiddetta "Commissione", Calò entrò a farne parte come capo del mandamento di Porta Nuova, che comprendeva le famiglie di Borgo Vecchio, Palermo centro e Porta Nuova.
Secondo le indagini, a metà degli anni '70 Calò rafforzò i rapporti con figure storiche della Camorra napoletana, come Lorenzo Nuvoletta, allora uno dei più potenti capi di tutta la Campania e Vincenzo Lubrano, fedelissimo di Nuvoletta.
Secondo la testimonianza di Giovanni Brusca, Calò era molto amico di Stefano Bontate e di Salvatore Inzerillo, ma se ne distaccò nel 1980, quando uccisero il Procuratore della Repubblica Gaetano Costa nel suo territorio senza il suo permesso. Quindi si avvicinò ai Corleonesi di Totò Riina e cercò di convincere Buscetta a passare dalla loro parte ma con scarso successo.
Il trasferimento a Roma: la Banda della Magliana, l'eversione nera e i legami con il mondo imprenditoriale e finanziario
All'inizio degli anni settanta Calò si trasferì a Roma sotto la falsa identità di Mario Aglialoro e si legò alla Banda della Magliana, tenendo rapporti con frange eversive dell'estrema destra e ambienti finanziari. Infatti, secondo la testimonianza di Maurizio Abbatino, nel primo periodo a Roma, Calò si occupò inizialmente del gioco clandestino e poi, insieme al boss Stefano Bontate, controllò la distribuzione dell'eroina ai gruppi malavitosi di Testaccio, della Magliana e di Ostia-Acilia; dopo l'uccisione di Bontate da parte dei Corleonesi, il traffico di eroina dalla Sicilia a Roma continuò, controllato soltanto da Calò.
Tuttavia il grosso degli investimenti di Calò riguardava il mercato immobiliare: servendosi di costruttori-prestanome (come Danilo Sbarra e Luigi Faldetta), avviò diverse speculazioni edilizie in Sardegna insieme a due faccendieri appartenenti alla Banda della Magliana, Domenico Balducci e Ernesto Diotallevi, e con l'aiuto determinante di Flavio Carboni, il quale, grazie ai suoi legami politici e massonici, procurava le licenze, le autorizzazioni e nuovi soci in affari; l'obiettivo del gruppo era riciclare il denaro proveniente dai sequestri di persona e dal traffico di eroina. Calò cercò anche di accaparrarsi la cosiddetta operazione Siracusa (il progettato risanamento del centro storico e del porto di Ortigia), per la quale creò diverse società insieme a Carboni e versò diversi milioni di lire a Balducci come anticipo: tuttavia, l'operazione non andò in porto e, siccome Balducci non volle restituire la somma versata, nel 1981 Calò lo fece assassinare dai testaccini Danilo Abbruciati, Enrico De Pedis e Raffaele Pernasetti.
Le indagini sull'omicidio di Domenico Balducci e sugli affari ambigui di Flavio Carboni, condotte dal giudice Ferdinando Imposimato, fecero emergere la galassia di interessi economici che ruotavano intorno alla figura di Mario Aglialoro (identificato in Calò solo dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta) e, per ritorsione a queste inchieste, fu assassinato nel 1983 il fratello del magistrato, il sindacalista Franco Imposimato.
In particolare, secondo quanto riferiscono i collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia, Calò, grazie alle sue conoscenze negli ambienti finanziari, curava gli interessi economici del clan dei Corleonesi di Totò Riina, avvalendosi di Roberto Calvi e Licio Gelli per il riciclaggio di denaro sporco, che veniva investito nello IOR e nel Banco Ambrosiano, la banca di Calvi. Nel 1981, a seguito del fallimento definitivo del Banco Ambrosiano, Calvi cercherà di salvare il denaro investito da Calò per conto degli altri boss, andato perduto nella bancarotta, però i suoi tentativi falliranno. Nel 1982 Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano subentrato a Calvi, sopravvisse a un agguato compiuto da esponenti della Banda della Magliana legati a Calò; Calvi partì per Londra, forse per tentare un'azione di ricatto dall'estero mirata al recupero dei capitali persi, ma il 18 giugno 1982 venne ritrovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge.
Secondo il collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino, uno degli uomini di fiducia di Calò nella capitale fu l'imprenditore palermitano Gaspare Gambino, presidente del Palermo Calcio nei primi anni '80 e poi della Ternana Calcio, il quale avrebbe curato il riciclaggio di denaro sporco e tenuto i contatti con i politici e con gli esponenti di primo piano della Banda della Magliana. Inoltre, come dichiarato dal collaboratore di giustizia Angelo Siino al processo Andreotti, Calò, al pari di Bontate, sarebbe stato in stretti rapporti d'amicizia con il deputato andreottiano Francesco Cosentino (segretario generale della Camera dei deputati e affiliato alla loggia P2 di Licio Gelli, nonché "autore" del famigerato Piano di rinascita democratica) e, secondo la testimonianza di Francesco Marino Mannoia, avrebbe pure procurato un quadro di valore, che sarebbe stato regalato poi da Bontate allo stesso Andreotti, circostanza ritenuta come "non provata con certezza" nel processo a carico dello statista democristiano.
Nel 1983 Calò venne arrestato alla frontiera di Ponte Chiasso perché esibì documenti falsi ma non venne riconosciuto e quindi rilasciato.
Colpito da un mandato di cattura firmato dal giudice Giovanni Falcone a seguito delle rivelazioni dei pentiti Buscetta e Contorno, Calò organizzò il 23 dicembre 1984 l'esplosione di una bomba sul treno Napoli-Milano con 16 morti e 267 feriti (la cosiddetta Strage del Rapido 904 o strage di Natale), per deviare l'attenzione dell'opinione pubblica dalle dichiarazioni dei due pentiti.
Arresto e condanna Il 29 marzo 1985, dopo 12 anni di latitanza, Calò fu arrestato dagli uomini della Squadra mobile di Roma mentre rincasava nel suo appartamento in viale Tito Livio, in zona Balduina, in compagnia dei mafiosi Antonino Rotolo e Lorenzo Di Gesù. Nel corso delle perquisizioni, furono sequestrati 380 milioni di lire in contanti, gioielli e quadri di Renato Guttuso e Girolamo Batoni. Secondo la pubblica accusa, uno dei moventi dell'omicidio andava ricercato nel fatto che Pecorelli si fosse interessato in molteplici occasioni allo scandalo dell'Italcasse, istituto bancario che, in cambio di assegni incassati da Andreotti, avrebbe concesso finanziamenti agevolati e contributi a fondo perduto al gruppo chimico SIR di Nino Rovelli, ai fratelli Caltagirone e alla società Nuova Flaminia facente capo a Domenico Balducci (e quindi riconducibile a Calò).
Dopo tre gradi di giudizio, nell'ottobre del 2003, la Corte di cassazione emanò una sentenza di assoluzione "per non avere commesso il fatto" nei confronti di Calò, imputato insieme a Giulio Andreotti, Claudio Vitalone e Gaetano Badalamenti (accusati di essere i mandanti) e per Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera da quella di essere gli esecutori materiali dell'omicidio, bollando le testimonianze dei collaboratori di giustizia come non attendibili.
Processi Condanne Rinviato a giudizio nel 1985 insieme ad altre ventotto persone al termine dell'istruttoria del giudice Ferdinando Imposimato, nel febbraio dell'anno seguente la quinta sezione del Tribunale di Roma condannò Calò a 6 anni di carcere per favoreggiamento e ricettazione ma lo assolse per il reato di associazione a delinquere. Gli altri imputati ebbero solo lievi condanne e diverse assoluzioni. Nel 1992 la Corte di cassazione rese definitive le condanne per la strage del rapido 904: Calò fu condannato all'ergastolo assieme a Guido Cercola mentre a 24 anni Franco Di Agostino e a 22 Friedrich Schaudinn, il tecnico tedesco che mise a punto il congegno a distanza con il quale venne fatto esplodere il treno. Nel 1994, Calò fu condannato all'ergastolo per l'omicidio di 3 pentiti: Salvatore Anselmo, Mario Coniglio e Leonardo Vitale e per quello di Pietro Busetta (un cognato di Tommaso Buscetta) insieme a Salvatore Riina, Francesco Madonia, Bernardo Brusca, Michele Greco e Bernardo Provenzano. Nel 1995, nel processo-stralcio del Maxiprocesso per la strage della circonvallazione, per gli omicidi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del professor Paolo Giaccone, Calò fu condannato all'ergastolo insieme a Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci e Francesco Spadaro. Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, Calò venne condannato all'ergastolo insieme ai boss Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Raffaele Ganci, Nenè Geraci, Benedetto Spera, Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano, Salvatore Montalto, Giuseppe Graviano e Matteo Motisi. Nel 1997, nel processo per l'omicidio del giudice Cesare Terranova e dell'agente Lenin Mancuso, Calò ricevette un altro ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Salvatore Riina, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano. Nel 1998, nel processo per l'omicidio dell'eurodeputato Salvo Lima, venne condannato all'ergastolo insieme a Totò Riina, Francesco Madonia, Bernardo Brusca, Giuseppe Graviano, Pietro Aglieri, Salvatore Montalto, Giuseppe Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Benedetto Spera, Antonino Giuffrè, Salvatore Biondino, Michelangelo La Barbera, Simone Scalici e Salvatore Biondo mentre Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca vennero condannati a 18 anni di carcere e i collaboratori di giustizia Francesco Onorato e Giovan Battista Ferrante (che confessarono il delitto) vennero condannati a 13 anni come esecutori materiali dell'agguatoProcesso Lima: 18 ergastoli ai padrini di Cosa Nostra Corriere della Sera, 16 luglio 1998. Nel 2003 la Cassazione annullò la condanna all'ergastolo per Pietro Aglieri, Giuseppe Farinella, Giuseppe Graviano e Benedetto Spera mentre confermò le altre condanne.