Neurodiversità è un termine ombrello indicante la normale variabilità della mente umana in riferimento alle funzioni cognitive, emotive, talora fisiche e comportamentali e ad altre funzioni mentali quali quelle relative alla socialità, all'apprendimento, all’attenzione e all’umore.

Il termine propone una visione inclusiva delle diversità cognitive, evidenziando le differenze neurobiologiche dei sistemi nervosi, la varietà delle caratteristiche neuropsicologiche e considerando, al contempo, i contesti socio-culturali in cui si esplica l’esperienza umana.

Il concetto e il termine neurodiversità sono nati negli anni '90 nel contesto delle community autistiche online, in particolare entro la mailing list InLv (Independent Living on the Autistic Spectrum), e ha le sue prime attestazioni accademiche e giornalistiche nel 1998, ad opera della sociologa Judy Singer, che ne scrisse in un saggio accademico, e del giornalista Harvey Blume, che gli dedicò un articolo sul The Atlantic. L'idea di neurodiversità colloca la variabilità cognitiva umana nel più ampio contesto della biodiversità, dandole una valenza politica e collocandola inoltre nel contesto della difesa delle minoranze.

La visione ha avuto origine, in particolare, all’interno del movimento per i diritti delle persone autistiche, come risposta a un approccio esclusivamente medicalizzato che considera queste neurovarianti come disturbi del neurosviluppo intrinsecamente patologici. In particolare, il concetto di neurodiversità si appoggia sul modello sociale della disabilità, secondo il quale la disabilità sarebbe il risultato dell’interazione tra le barriere sociali e le differenze individuali, piuttosto che il prodotto di “deficit” intrinseci al singolo individuo.

Il paradigma della neurodiversità, all'interno della variabilità tra le caratteristiche che compongono la neurologia di ogni essere umano, distingue gli individui a sviluppo tipico (detti neurotipici) che presentano un insieme di caratteristiche che ricorrono più frequentemente nella popolazione (in circa l'80% dei casi) e quelli a sviluppo atipico o divergente, chiamati neurodivergenti, e non più solo neuroatipici, riconoscendo la diversità dal punto di vista neuropsicologico come un fatto di per sé neutro, sul quale si costruiscono però dinamiche sociali di marginalizzazione.

Il modello medico tradizionale è spesso focalizzato sul deficit, trascurando talvolta l'influenza ambientale, che spesso in contesti favorevoli e adattati, potrebbe trasformare vulnerabilità neurologiche in punti di forza e risorse. Tuttavia riconoscere le differenze, non nega la necessità di supporto e sostegno, e la sofferenza implicata, ma ha lo scopo di rifiutare la patologizzazione dei funzionamenti del cervello umano.

Il paradigma per la variabilità neurologica umana

Il paradigma della neurodiversità, che riconosce le variazioni neurologiche umane come naturali, si applica, per definizione, a tutti i cervelli umani - compresi, tutti, nella biodiversità neurologica. Inizialmente proposto e sviluppato dalla comunità autistica negli anni '90, è stato da subito esteso ad altre neurodivergenze quali ADHD, plusdotazione intellettiva, dislessia, disgrafia, disprassia, discalculia, disabilità intellettive, disturbi del linguaggio e della comunicazione, Sindrome di Tourette, che generalmente sono funzionamenti innati, o quantomeno presenti fin dal neurosviluppo. Tuttavia, il concetto di neurodivergenza descrive di per sé soltanto la divergenza dalla norma neurotipica e, soprattutto, dalla sua dimensione prescrittiva, cui occorre aderire a costo di mascherare il proprio funzionamento mentale. Per questo, qualunque divergenza dalla norma neurotipica può rientrare nel concetto, comprese condizioni che non si sviluppano nel corso del neurosviluppo, quali il disturbo ossessivo compulsivo di personalità, schizofrenia, e disturbo bipolare. Più raramente, si fa riferimento anche a disturbi di personalità e altre condizioni acquisite, o a tratti che non costituiscono diagnosi, ma possono talvolta risultare stigmatizzati, come l'Alta Sensibilità (PAS).

Jim Sinclair, che fino all'età di dodici anni non utilizzava il linguaggio parlato, ha gettato le basi del movimento per i diritti degli autistici con “Don't Mourn For Us” (1993), in cui invitava i genitori di bambini autistici ad accettare l'autismo come parte della personalità dei propri figli, invece di essere in lutto:

Concetto di disturbo e disabilità Si discute su quali neurodiversità debbano essere considerate varianti della norma (depatologizzate) e non debbano quindi essere oggetto di interventi volti alla loro eliminazione. Nick Walker sostiene la necessità di preservare le neurodivergenze come l’autismo e sostiene che condizioni come l’epilessia o le lesioni cerebrali traumatiche potrebbero essere separate dalla persona senza modificarla in modo sostanziale. Ciò sarebbe dovuto al fatto che queste ultime non sarebbero strettamente legate alla loro personalità o alla loro percezione del mondo. Robert Chapman sottolinea che, ad esempio, il disturbo da stress post-traumatico o l’anoressia dovrebbero continuare a essere considerati disturbi, poiché causano danni. Ari Ne’eman e Liz Pellicano propongono di non concentrarsi sulle categorie diagnostiche, ma di esaminare ogni caratteristica singolarmente per verificare se sia intrinsecamente negativa o se sia solo la società a renderla un problema.

Nick Walker descrive la patologizzazione delle persone autistiche come una forma di oppressione e la paragona alla storica patologizzazione dell'omosessualità. Quest'ultima è stata promossa da valori extra-scientifici al fine di legittimare l'emarginazione degli omosessuali, presentandola come naturale e oggettiva. Sue Fletcher-Watson e Francesca Happé ritengono possibile una simile depatologizzazione anche per l'autismo. In passato la medicina ha patologizzato anche altri gruppi emarginati, ad esempio le donne (isteria, presunto difetto degli organi sessuali), i mancini, gli ebrei e gli schiavi (drapetomania: “irrazionale desiderio di libertà”). Nel XVIII secolo, medici influenti ipotizzarono che il colore della pelle nera fosse dovuto alla lebbra, una malattia infettiva.

Secondo Robert Chapman, l'affermazione di un nuovo concetto solido di disturbi mentali è fondamentale per il successo del movimento della neurodiversità. Inoltre, Chapman sottolinea che il paradigma della neurodiversità è diverso dall'antipsichiatria o dalla psichiatria critica. Queste ultime sostengono che ciò che viene classificato come disturbo mentale sia in realtà una normale sfida della vita che deve essere superata, ma con mezzi non medici. Chapman difende la neurodivergenza come una disabilità realmente esistente, ma neutra e non patologica, e ritiene irrilevante il dibattito antipsichiatrico sulla validità scientifica del concetto di autismo, dato il valore politico del concetto stesso. Chapman non ritiene inoltre utile limitare le critiche alla classificazione medica e opporre alle etichette psichiatriche l'argomento di un'eccessiva medicalizzazione. Chapman sostiene che le diagnosi sono il risultato dell'emarginazione sociale e che la loro abolizione o riduzione, senza modificare le norme problematiche sottostanti, renderebbe più difficile l'accesso al sostegno necessario.

Secondo Roy Richard Grinker, un bisogno di assistenza non è di per sé negativo; egli sostiene che concetti come il funzionamento normale o l'indipendenza dipendono dalla cultura.. Egli fa riferimento a culture in cui non ci si interroga sulla futura capacità del bambino di condurre una vita indipendente o di provvedere a sé stesso dopo la morte dei genitori, poiché la comunità assume volontariamente questo ruolo senza che l'autonomia individuale sia vista come un obiettivo imprescindibile..

Punti di forza delle persone neurodivergenti

Interessi intensi e mirati possono procurare grande gioia alla persona autistica e renderla un’esperta nel settore in questione. Diversi autori sostengono che i tratti autistici abbiano portato a importanti scoperte nella storia della scienza. Le caratteristiche sensoriali (maggiore o minore sensibilità) sono intese dai sostenitori dell'approccio della neurodiversità come parti integranti del sé, che non devono essere eliminate, ma accettate. Possono rappresentare punti di forza, come ad esempio una maggiore percezione dei dettagli e degli schemi, capacità originali di risoluzione dei problemi, creatività nella musica o nell'arte e la capacità di riconoscere più rapidamente i pericoli. In ambienti neurotipici non adeguati possono verificarsi sovraccarichi sensoriali stressanti (meltdown), motivo per cui il movimento della neurodiversità chiede l'eliminazione delle barriere sensoriali.

La predilezione per la prevedibilità e il bisogno che ci siano pochi cambiamenti (caratteristiche che nel modello medico vengono per lo più considerate negative) possono portare ad affidabilità, sincerità, un forte senso di giustizia e una minore tendenza alla noia nei compiti ripetitivi. I movimenti ripetitivi (“stimming”) come dondolarsi o agitare le mani hanno uno scopo, ad esempio regolare le esperienze sensoriali, controllare le paure o creare un senso di sicurezza interiore. Anziché reprimerli in base alle norme sociali, le persone autistiche ne chiedono l'accettazione, a condizione che non causino danni.

L'ADHD può comportare la capacità di «iperfocus», ovvero di concentrarsi intensamente su un argomento, a volte anche per diverse ore. I dislessici hanno spesso una spiccata capacità di pensiero spaziale.

Numerosi esperti economici sostengono che la diversità cognitiva migliori le prestazioni del team, apportando prospettive diverse e promuovendo l'innovazione e la risoluzione dei problemi attraverso un pensiero non convenzionale. Alcune aziende si sono specializzate nel collocamento di persone neurodivergenti, concentrandosi sui punti di forza di molti autistici, come l'attenzione ai dettagli e la franchezza.

Diversi autori criticano un uso superficiale del concetto di neurodiversità (“Neurodiversity lite”). Questo termine indica l'adozione del linguaggio del movimento della neurodiversità o la maggiore rappresentanza delle persone neurodivergenti, senza abbattere le barriere sistemiche o i pregiudizi profondamente radicati, in parte anche per migliorare l'immagine dell'istituzione. Spesso ci si concentra sui punti di forza di alcune persone neurodivergenti, in particolare nel settore tecnologico, e si presenta la neurodiversità come una forma moderna di diversità. Sebbene ciò possa promuovere una certa accettazione e facilitare l'occupazione di alcune persone, esclude coloro che non rientrano in questo profilo e separa il concetto di neurodiversità dalle sue radici nel movimento per i diritti dei disabili. Secondo Shaw et al. e Fletcher-Watson, il paradigma della neurodiversità non consiste semplicemente nel sottolineare i punti di forza delle persone autistiche (o nel definire l'autismo come un “superpotere”), il che ha suscitato critiche secondo cui il concetto di neurodiversità rende invisibile o nega la disabilità. Secondo loro, si basa invece sul riconoscimento che i fattori sociali ostacolano le persone autistiche e che i punti di forza e di debolezza dipendono dal contesto.

Messa in pratica

Termini

Un linguaggio rispettoso e non patologizzante è considerato fondamentale nel paradigma della neurodiversità, poiché riduce la disumanizzazione, la cosificazione e la stigmatizzazione. Ricercatori come Kristen Bottema-Beutel et al. e influenti riviste accademiche raccomandano cambiamenti linguistici come:

“Neurodivergente”/“neurotipico” invece di “disturbato”/“sano” “Caratteristiche” invece di “sintomi” “Sostegno” invece di “trattamento” Descrizione di esigenze specifiche invece di “alto/basso funzionamento” “Condizioni co-occorrenti” invece di “comorbili” “Probabilità” invece di “rischio” Evitare parole come “curare”, “prevenire” o “peso”