I crimini di guerra italiani sono stati quegli atti, contrari ai trattati ed alle leggi di guerra nazionali o internazionali, e considerati crimine di guerra, commessi da appartenenti alle forze armate italiane dall'Unità d'Italia in poi.

In particolar modo, vengono annoverati in questa categoria diversi episodi riguardanti le truppe italiane nelle guerre coloniali in Etiopia e in Libia, durante la seconda guerra mondiale nei Balcani ed in Grecia. Altri crimini sono stati commessi dalle milizie inquadrate nella RSI, operanti in Italia dopo l'8 settembre 1943, nel corso della guerra di Liberazione, molti dei quali occultati per decenni e venuti alla luce solo alla fine del '900, dopo la scoperta dell'"armadio della vergogna".

Periodo del colonialismo

Nel Regno d'Italia, il diritto bellico venne essenzialmente disciplinato dalla legge di guerra e di neutralità, emanata con regio decreto n. 1415 dell'8 luglio 1938, dal codice penale militare di guerra e dal codice penale militare di pace, approvati con il regio decreto n. 303 del 20 febbraio 1941.

Guerra di Libia Guerra Italo-turca e sue conseguenze

Il 23 ottobre 1911, nel corso della battaglia di Sciara Sciatt per la conquista di Tripoli, due compagnie di bersaglieri italiani, composte da circa 290 uomini, furono accerchiate e, dopo la resa, annientate nei pressi del cimitero di Rebab dai militari ottomani e irregolari libici. Quando i bersaglieri riconquistarono l'area del cimitero scoprirono che quasi tutti i prigionieri erano stati trucidati. Secondo la relazione ufficiale italiana "molti erano stati accecati, decapitati, crocifissi, sviscerati, bruciati vivi o tagliati a pezzi".. Analogo resoconto fu fatto dal giornalista italo-argentino Enzo D'Armesano che era inviato sul posto per il quotidiano argentino La Prensa.. Nella repressione che seguì, furono uccisi almeno un migliaio di libici e si dispose la deportazione in Italia dei “rivoltosi” arrestati. L'operazione riguardò circa quattromila libici, che furono trasferiti nelle colonie penitenziarie delle Isole Tremiti, di Ustica, Gaeta, Ponza, Caserta e Favignana.. Gli scarsi dati rimasti rilevano che, per le pessime condizioni igieniche e lo scarso cibo, alla data del 10 giugno 1912, alle Tremiti, erano già deceduti 437 reclusi, cioè il 31% del totale. A Ustica, nel solo 1911, ne morirono 69; a Gaeta e Ponza, nei primi sette mesi del 1912, altri 75. Nel corso del 1912, furono rimpatriati 917 libici, ma le deportazioni continuarono, con punte notevoli intorno al 1915.

Il 18 ottobre 1912, con la stipulazione del Trattato di Losanna, l'Impero ottomano cedeva all'Italia (a titolo di "protettorato") la Tripolitania e la Cirenaica, mantenendo una sovranità religiosa sulle popolazioni musulmane dei luoghi. Alla fine del conflitto nel 1912, alcune stime indicarono un totale di vittime tra turchi e libici a causa di esecuzioni e rappresaglie italiane, dovute alla resistenza turco-libica che sarebbe durata almeno fino al 1932.

Il 18 dicembre 1913, il deputato socialista Filippo Turati, denunciava l'uso della forca e della condanna a morte contro la popolazione libica, in esecuzione della legge e delle usanze locali.

La repressione italiana della resistenza turco-libica in Tripolitania ed in Cirenaica avvenne tramite i tribunali militari speciali, per cui i processi avvenivano spesso all'aperto ed in pubblico, attraverso cui, se ritenuti colpevoli, gli imputati venivano il più delle volte condannati a morte e le sentenze immediatamente eseguite. Le accuse più diffuse erano quelle relative alla collaborazione offerta ai ribelli.

Il 24 maggio 1915, in base a un rapporto dell'8 ottobre successivo, indirizzato dal consigliere politico di Misurata Alessandro Pavoni al direttore per gli affari politici del Ministero delle colonie Giacomo Agnesa, riferisce di un massacro ordinato da un ufficiale dei carabinieri. Da quanto viene riferito a Pavoni, i militari italiani riferirono di alcuni spari partiti dall'edificio, forse per mano di ribelli, mentre un testimone, che all'epoca aveva nove anni, riferirà anni dopo che a sparare erano stati gli italiani dopo essere stati derisi per una recente sconfitta per mano dei senussi. Pavoni scrive che sei soldati italiani scalarono l'edificio fin sul tetto da cui spararono alcuni colpi di fucile nel cortile sopprimendo la ribellione. Poco dopo, il capitano dei carabinieri ordinò che l'edificio, un albergo, venisse incendiato, operazione che fu eseguita dopo la devastazione e la rapina di tutto ciò che potesse essere utile, da parte sia dei militari che dei civili, oltre al proprietario stesso dell'albergo. Il giorno seguente, furono trovate con certezza trentadue cadaveri, quasi tutti bruciati, di cui solo otto uomini adulti. L'inchiesta ministeriale si concluse con il proscioglimento degli accusati..

Un altro rapporto parla dell'esecuzione di settantacinque libici nei pressi di Suani Ben Adem, a una quarantina di chilometri a sud-est di Tripoli, il 7 luglio 1915 dopo che gli italiani avevano rinvenuto alcuni barilotti ed altri oggetti militari italiani nel dorso di alcuni cammelli appartenenti ai libici stessi. Anche in questo caso l'inchiesta ebbe il medesimo risultato..

Operazioni militari per la «riconquista» (1923-32)

Gli accordi stipulati fra il governo italiano e il capo dei senussiti al sáied Moḥámmed Idrís, durante la prima guerra mondiale e ratificati fra il 1915, il 1917 e il 1921, vennero giudicati contrari allo spirito dell'istituzione senussita dalla maggior parte dei notabili ikhwān locali e in generale fonte di forti contrasti interni. Ciò portò all'esilio in Egitto dell'emiro nel gennaio 1923, che iniziò da lì una tardiva resistenza anti-italiana. Il 6 marzo 1923, il governatore della Cirenaica, Luigi Bongiovanni proclamò lo Stato d'assedio, iniziando poi le operazioni per la «riconquista» della Libia, che portarono alla dichiarazione della decadenza degli accordi preesistenti il 10 maggio 1923.

Cufra, considerata da Graziani "centro di raccolta di tutto il fuoriuscitismo libico", fu bombardata il 26 agosto e i ribelli inseguiti verso il confine con l'Egitto. Lo stesso Graziani parla di 100 ribelli uccisi, 14 ribelli passati per le armi e 250 fermati tra cui donne e bambini. Dopo una nuova insurrezione, il 20 gennaio 1931 la città venne rioccupata dagli italiani; ne seguirono tre giorni di violenze che provocarono la morte di circa 180-200 libici ed innumerevoli altre vittime tra i sopravvissuti: 17 capi senussiti giustiziati, 35 indigeni evirati e lasciati morire dissanguati, 50 donne stuprate, 50 fucilazioni, 40 esecuzioni con accette, baionette, sciabole. Le atrocità non risparmiarono neanche i bambini e le donne incinte.

Grande fu l'impressione nel mondo islamico. La Nation Arabe scrisse:

Il giornale di Gerusalemme Al Jamia el Arabia pubblicò il 28 aprile 1931, un manifesto in cui si ricordano:

Deportazioni dalla Cirenaica

Il 20 giugno 1930, il governatore unico della Tripolitania e della Cirenaica, maresciallo Pietro Badoglio, dispose l'evacuazione forzata della popolazione della Cirenaica, per la quale circa centomila persone furono costrette a lasciare tutti i propri beni portando con sé soltanto il bestiame:.

Mussolini approvò e nei mesi seguenti Graziani procedette a deportare tutta la popolazione del Gebel in campi di concentramento siti tra le pendici del Gebel e la costa. Le ragioni delle deportazioni vengono da taluni ricollegate alla ripopolazione del Gebel da parte di coloni italiani, mentre Rodolfo Graziani le giustificò con la necessità di mettere fine alla ribellione senussita..

Dal 1930 al 1931 le forze italiane scatenarono un'ondata di terrore sulla popolazione indigena cirenaica; tra il 1930 e il 1931 furono giustiziati 12 000 cirenaici e tutta la popolazione nomade della Cirenaica settentrionale fu deportata in enormi campi di concentramento lungo la costa desertica della Sirte, in condizione di sovraffollamento, sottoalimentazione e mancanza di igiene. Nel giugno 1930, le autorità militari italiane organizzarono la migrazione forzata e deportazione dell'intera popolazione del Gebel al Akhdar, in Cirenaica, e ciò comportò l'espulsione di quasi 100 000 beduini (una piccola parte era riuscita a fuggire in Egitto) - metà della popolazione della Cirenaica - dai loro insediamenti, che furono assegnati a coloni italiani. Queste 100 000 persone, in massima parte donne, bambini e anziani, furono costretti dalle autorità italiane a una marcia forzata di oltre mille chilometri nel deserto verso una serie di campi di concentramento circondati di filo spinato costruiti nei pressi di Bengasi.

Le esecuzioni sommarie erano all'ordine del giorno per chi si mostrava ostile o cercava di ribellarsi alla situazione. e 

La massa dei deportati fu rinchiusa dalle truppe agli ordini di Graziani, in tredici campi di concentramento nella regione centrale della Libia, ove, in base alle cifre ufficiali furono reclusi 90 761 civili.. La propaganda del regime fascista dichiarava che i campi erano oasi di moderna civilizzazione gestite in modo igienico ed efficiente - mentre nella realtà i campi avevano condizioni sanitarie precarie avendo una media di 20 000 beduini internati insieme ai propri cammelli o altri animali, ammassati in un'area di un chilometro quadrato. I campi avevano solo rudimentali servizi medici: per i 33 000 reclusi nei campi di Soluch e di Sidi Ahmed el-Magrun c'era un solo medico. Il tifo e altre malattie si diffusero rapidamente nei campi, anche perché i deportati erano fisicamente indeboliti dalle insufficienti razioni alimentari e dal lavoro forzato. La loro unica ricchezza, il bestiame, fu radicalmente distrutto; perirono il 90-95% degli ovini e l'80% dei cavalli e dei cammelli della Cirenaica. Quando i campi vennero chiusi nel settembre 1933, erano morte 40 000 persone..

La popolazione della Cirenaica, che in base al censimento turco del 1911 contava 198 300 abitanti, scese a 142 000 secondo i dati del censimento del 21 aprile 1931. Il saldo negativo del 28,6% in vent'anni, secondo alcuni, sarebbe correlabile con un genocidio.. Il dato non tiene conto però delle deportazioni del 1929, che spostarono diverse decine di migliaia di persone verso le regioni centrali.

Il quadro che emerge dalle incomplete cifre dei censimenti delle altre regioni è analogo: il censimento turco del 1911 – infatti – enumerava 523 000 abitanti nella sola Tripolitania; la stima italiana del 1921 faceva ascendere a 570 000 la popolazione araba della Tripolitania e del Fezzan che, il censimento del 1931 calcolava in soli 512 900 arabi.. Ciò significherebbe che, al lordo degli spostamenti suddetti, in soli dieci anni, anche la popolazione delle altre due province era scesa di circa il 10%.

Nonostante la censura imposta dal regime, i crimini commessi dagli italiani in Libia erano ben noti, e la stampa, soprattutto araba, non mancava di commentarli con articoli particolarmente severi. Ma anche la stampa europea esprimeva forti denunce. Si veda, per esempio, l'incipit di un articolo apparso il 26 settembre 1931 sul quotidiano di Sarajevo, Jugoslavenski List:

Guerra d'Etiopia

Le operazioni di guerra e l'uso delle armi chimiche

Contrariamente agli accordi sottoscritti nei Protocolli e Terza convenzione di Ginevra del 1925 e successive integrazioni del 1929, per la conduzione della guerra coloniale in Etiopia, furono segretamente sbarcati in Eritrea 270 tonnellate di aggressivi chimici per l'impiego ravvicinato, 1 000 tonnellate di bombe caricate ad iprite per l'aeronautica e 60 000 granate caricate ad arsina per l'artiglieria.. La prima autorizzazione al loro uso fu espressa da Mussolini al generale Graziani, comandante sul fronte somalo-etiope, il 27 ottobre 1935: “come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico o in caso di contrattacco”. In tale occasione, peraltro, il loro uso non fu ritenuto necessario.