Le proteste per la morte di Mahsa Amini sono state una serie di manifestazioni iniziate a Teheran il 16 settembre 2022 e terminate nel corso del 2023, come reazione all'uccisione della ventiduenne Mahsa Amini (). La ragazza è stata arrestata dalla polizia morale per aver violato la legge sull'obbligo dell'hijab, avendolo indossato in maniera «impropria» durante la sua visita alla capitale da Saqqez. Secondo i testimoni è stata colpita con forza dagli agenti della polizia morale, asserzione negata dalle autorità iraniane.

Le proteste si sono rapidamente estese dalla città natale di Amini, Saqqez, ad altre città della provincia del Kurdistan e di altre province. In risposta a queste manifestazioni, il governo iraniano ha attuato delle interruzioni regionali dell'accesso a Internet a partire dal 19 settembre, seguite da diffusi black out della rete insieme a restrizioni a livello nazionale sull'uso dei social media man mano che le proteste si sono diffuse. L'Āyatollāh Ali Khamenei, Guida suprema dell'Iran, ha liquidato i disordini etichettandoli semplicisticamente come «rivolte» e come una «guerra ibrida» causata da Stati stranieri e dissidenti all'estero. Le donne e gli studenti hanno svolto un ruolo chiave nelle manifestazioni. Oltre alle richieste di maggiori diritti per le donne, le proteste chiedono il rovesciamento della Repubblica islamica: si distinguono così dai precedenti grandi movimenti di protesta in Iran che si sono focalizzati sui risultati elettorali o sui problemi economici. Le manifestazioni sono state descritte dal Guardian come la minaccia maggiore al governo dalla rivoluzione islamica iraniana del 1979. Diversamente dalle proteste del 2019-2020, quelle del 2022 sono state «a livello nazionale, diffuse tra classi sociali, università, strade e scuole», al punto che alcuni analisti le definiscono come una possibile seconda rivoluzione iraniana di segno opposto.

Secondo l'organizzazione no-profit Iran Human Rights, al 29 novembre 2022 almeno 448 persone, di cui 60 minori, sono state uccise a seguito dell'intervento del governo, che ha utilizzato gas lacrimogeni e colpi di arma da fuoco – rendendo queste le proteste più sanguinose da quelle del 2019-2020, che hanno comportato più di vittime. Questa risposta da parte del governo è stata ampiamente criticata: il 6 marzo 2024, le Nazioni Unite hanno condannato la repressione della manifestazione pacifica, considerata un «crimine contro l'umanità».

Antefatti Poco dopo la rivoluzione islamica del 1979 le donne iraniane sono state legalmente obbligate a coprirsi completamente i capelli in pubblico con un hijab. L'applicazione della legge è stata facilitata durante il mandato 2013-2021 del presidente Hassan Rouhani, venendo poi intensificata dal successore Ebrahim Raisi. Mahsa Amini, donna curdo-iraniana di 22 anni, è stata arrestata dalla polizia morale il 14 settembre 2022 per aver indossato l'hijab in modo «improprio». La polizia è stata accusata di averla picchiata e di averle inflitto un trauma cranico mortale; Amini fu dichiarata morta il 16 settembre.

Proteste

I primi movimenti ci furono grazie alle donne, che chiedevano la rimozione dell'obbligo dell'hijab; queste proteste sono poi diventate di causa nazionale. A differenza di alcune proteste precedenti – come quelle del 2019-2020–, le nuove manifestazioni hanno coinvolto sia le classi medie urbane che le aree di lavoro rurali, oltre che ad alcune basi di potere della Repubblica islamica come le città di Mashhad e Qom. È stata la prima volta che così tante studentesse hanno partecipato ad una manifestazione.

Pur continuando a protestare contro la morte di Amini e chiedendo la fine dell'obbligo dell'hijab, gli iraniani hanno anche richiesto maggiori libertà e più diritti per le donne, protestando contro la polizia morale, l'Ayatollah e il regime teocratico.

Diversamente dalle precedenti proteste, sembra i manifestanti chiedano un cambiamento totale del governo, piuttosto che limitarsi a delle riforme. In un sondaggio di GAMAAN – un'organizzazione no-profit olandese che studia l'attitudine degli iraniani riguardo temi sociali e politici – del novembre 2022, almeno tre quarti della popolazione si sono opposte all'hijab obbligatorio; di questi, l'84% preferirebbe una forma di stato laica piuttosto che la teocrazia. Per Radio Free Europe, le difficoltà economiche e le pessime condizioni di vita hanno contribuito alla crescita delle proteste. Il New Tork Times ha dettagliato le richieste iraniane come «l'aumento dei prezzi, l'alto tasso di disoccupazione, la corruzione (e) la repressione politica», identificando la debole economia del Paese come una forza trainante delle proteste; secondo un rapporto del 2021, un terzo della popolazione vive in povertà. Il conservatore Abdolreza Davari ha citato una statistica secondo cui il 95% degli iraniani è «preoccupato per il proprio sostentamento oggi e per il futuro proprio e dei propri figli». Solo il 15% delle donne iraniane è nel mercato del lavoro: il Paese si è classificato al 143º posto su 146 nel Global Gender Gap Report del 2022, in parte a causa della legge che vieta alle donne di prendere parte nelle organizzazioni governative.

In risposta alle proteste, parte della popolazione ha tenuto delle manifestazioni a sostegno del governo iraniano nel tentativo di contestarle: il governo ha definito queste contro-proteste «spontanee». I manifestanti filogovernativi hanno richiesto l'esecuzione dei manifestanti antigovernativi e si sono riferiti a loro come «soldati di Israele» mentre gridavano «morte all'America» e «morte a Israele», riflettendo la narrativa dei governanti clericali iraniani di addossare la colpa dei disordini all'estero.

La copertura mediatica è stata ostacolata dalle restrizioni iraniane riguardo alla libertà di parola, dalle continue interruzioni della rete e dagli arresti di alcuni giornalisti. Sebbene NBC News sia riuscito a mantenere un corrispondente a Teheran, la maggior parte dei media occidentali ha dovuto fare affidamento sulle proprie reti di contatti, sui gruppi per i diritti umani e sui contenuti presenti nei social media. Secondo BBC News, il governo ha attuato una campagna di disinformazione diffondendo video e interviste false sulle piattaforme, tentando di accusare i media occidentali di aver divulgato notizie false.

Azioni dei manifestanti

I manifestanti organizzano piccoli e numerosi flash mob. Gli automobilisti hanno bloccato le strade con le loro auto per rallentare le forze di sicurezza; le strade sono state bloccate anche da cassonetti e da auto della polizia ribaltate. Le forze di sicurezza in moto tagliano il traffico, con i passeggeri che sparano sui manifestanti. In alcuni casi sono state utilizzate munizioni da paintball per contrassegnare i manifestanti; alcuni di loro hanno possedevano vestiti aggiuntivi per sostituire quelli marchiati, indossando delle maschere per evitare l'identificazione o rendendo inagibili le telecamere di pubblica sicurezza. Ci sono state anche forme di protesta simboliche, come i canti provenienti dai tetti delle case o dalle finestre, la tintura delle fontane di rosso sangue e la rimozione e l'incenerimento dell'hijab da parte delle donne, alcune delle quali si tagliano di capelli in pubblico. Dal momento in cui il turbante è visto come simbolo del regime, alcuni manifestanti si sono impegnati nel "lancio del turbante", facendolo cascare dal capo dei religiosi iraniani scappando poco dopo; riformatori come Ahmad Zeidabadi hanno criticato il gesto, affermando che la pratica potrebbe colpire studiosi non coinvolti.

Alcuni insegnanti e professori universitari hanno dichiarato il loro sostegno al movimento studentesco boicottando le lezioni o dimettendosi dal loro incarico.

Vittime Il 20 settembre Esmail Zarei Kousha, governatore della provincia del Kurdistan nordoccidentale, ha confermato i primi tre morti nelle proteste, dichiarando che le morti non sono state causate dalle forze di sicurezza. Al 26 settembre, il conteggio ufficiale delle autorità contava almeno tredici morti, mentre i notiziari televisivi controllati dallo stato suggerivano che almeno quarantuno persone fossero state uccisi tra manifestanti e forze di polizia. Secondo Iran Human Rights, al 29 novembre almeno 448 persone erano state uccise, di cui almeno 60 bambini. I certificati di morte ottenuti dall'organizzazione confermano che molti di loro sono morti a causa di proiettili. L'organizzazione per i diritti umani ha tuttavia affermato che, con gli attuali black out di Internet è difficile ottenere dati precisi e aggiornati. Secondo gli attivisti per i diritti umani in Iran, al 25 novembre 448 manifestanti, tra cui 63 minorenni, sono stati uccisi. Oltre alla stessa Amini, la morte di diverse donne, come Nika Shakarami, è stata ampiamente riportata dai media. Per le famiglie dei manifestanti deceduti le autorità iraniane hanno insabbiato le uccisioni dei manifestanti facendo pressioni sulle famiglie delle vittime e inventando rapporti di suicidi o incidenti automobilistici.

Al 25 settembre, cinque membri del Basij erano stati uccisi dai manifestanti. Al 26 ottobre, quando un ufficiale dell'IRGC è stato ucciso a Malayer, trentatré membri delle forze di sicurezza sono deceduti. Il 25 novembre il conteggio aumenta a cinquantasette.

Le forze di sicurezza iraniane, assieme ai media statali, hanno falsamente cercato di affermare che diversi manifestanti morti erano in realtà miliziani del Basij, uccisi dai «rivoltosi», facendo pressione sulle loro famiglie con minacce di morte in caso non volessero collaborare.

Arresti e condanne a morte Centinaia di persone sono state detenute e maltrattate dalle autorità. Queste ultime hanno utilizzato torture e maltrattamenti per ottenere false confessioni dai manifestanti sotto arresto. Al 13 ottobre 2022, secondo le notizie di stato iraniane, oltre un migliaio di persone sono state arrestate. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, almeno quaranta giornalisti sono stati arrestati. Fonti anonime citate dalla CBS News hanno affermato che molti manifestanti rifiutano di cercare assistenza medica a causa del timore di essere incarcerati.

Il 1º novembre è stato riferito che l'Iran aveva accusato circa un migliaio di persone a Teheran per il loro presunto coinvolgimento nelle proteste e stava tenendo processi pubblici contro gli accusati. Tuttavia, i rapporti dell'agenzia di stampa ISNA, allineata allo Stato, hanno affermato che solo 315 persone sono state incriminate con più di 700 incriminate in altre province. Una rete informale di attivisti all'interno del Paese, denominata Comitato volontario per il monitoraggio della situazione dei detenuti, ha affermato che al 30 ottobre le agenzie di intelligence hanno riferito dell'arresto di 130 difensori dei diritti umani, 38 difensori dei diritti delle donne, 36 attivisti politici, 19 avvocati e 38 giornalisti insieme ai cittadini manifestanti. L'organizzazione ha pubblicato anche un conteggio aggiuntivo di 308 studenti universitari e 44 minori che sono stati arrestati dalle forze iraniane.

Nel novembre 2022, un tribunale rivoluzionario di Teheran ha emesso la sua prima condanna a morte nei confronti di uno dei manifestanti con l'accusa di moharebeh (, ), «corruzione sulla Terra» e «[di] appiccare il fuoco in un centro governativo, turbare l'ordine pubblico e collusione per la commissione di reati contro la sicurezza nazionale». Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha twittato false informazioni secondo cui lo stato iraniano aveva imposto la pena di morte a quasi manifestanti; il tweet è stato rimosso undici ore dopo. Il 23 novembre Farideh Moradkhani, nipote del leader supremo iraniano, è stato arrestato a Teheran dopo aver invitato i governi stranieri a tagliare i rapporti con l'Iran a seguito delle repressioni di protesta del governo.

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