Biografia I primi anni Angelo Siino era figlio di un imprenditore edile e di Antonia Celeste, figlia di Giuseppe Celeste, capomafia di San Cipirello ucciso in giovane età nel 1921 in un agguato.. Anche sua nonna, Maria Di Maggio, era erede di un'antica famiglia di mafia. Angelo era cresciuto stando al fianco del fratello del nonno, Salvatore, detto "u zu' Turiddu", che ne aveva preso il posto come capomafia,. tramite il quale conobbe e prese a frequentare le cosche e i rappresentanti più potenti di Cosa nostra: i Brusca, i Madonia, i De Caro e i Messina Denaro. Secondo il suo racconto, da ragazzo conobbe anche Giuseppe Genco Russo e Calogero Volpe, fondatore della Democrazia Cristiana in Sicilia, sottosegretario negli anni Sessanta e Settanta alla Sanità, ai Trasporti e alle Poste, sia nei governi di centrodestra che centrosinistra, nonché sindaco di Montedoro.
Dopo un violento scontro a fuoco in uno dei cantieri dove lavorava il padre, i genitori decisero di mandare il figlio, che ora aveva dieci anni, a scuola dai Salesiani a Palermo, per allontanarlo da San Giuseppe Jato. Anche l'intera famiglia si trasferì a Palermo. I genitori decisero che il giovane Siino avrebbe frequentato le scuole medie sempre dai Salesiani, ma da esterno, venendo introdotto nella "Palermo bene".. Dopo le medie frequentò l'istituto per geometri Lambruschini, dove si diplomò..
La carriera politica e il "sistema Siino" A Palermo iniziò a frequentare Stefano Bontate, che attorno alla metà degli anni Sessanta ereditò il comando della cosca di Santa Maria di Gesù dal padre, e quindi i salotti della "Palermo bene". Si sposò nel settembre di 1970 con Carmela Bertolino, figlia di un industriale del settore vitivinicolo che gestiva un'impresa di distillazione ed era sospettato di appartenenza alla mafia di Partinico. Il 16 febbraio 1972 la coppia ebbe il loro primo e unico figlio, Giuseppe, cresciuto lontano dagli ambienti mafiosi..
Agli inizi degli anni Settanta Siino divenne consigliere e assessore comunale democristiano di San Giuseppe Jato, nella corrente politica di Salvo Lima.. In quegli anni Siino divenne noto come pilota automobilistico con il soprannome di "Bronson" (per via della somiglianza con il noto attore americano) e partecipò a diversi rally in giro per la Sicilia, come la famosa Targa Florio. Si dedicò inoltre a tempo pieno dell'azienda di famiglia finita in crisi riuscendo a risollevarla grazie all'aiuto e ai consigli dei padrini facendo infuriare il padre che si riprese l'azienda risanata. Insieme ad alcune persone che gli furono suggerite da Giovanni Brusca, pure lui di San Giuseppe Jato e figlio di Bernardo, mise in piedi una società che produceva calcestruzzo che però abbandonò quando si accorse che i soci facevano solo gli interessi del mafioso. Si iscrisse poi alla loggia massonica C.A.M.E.A. di Santa Margherita Ligure, cui già aderiva il cognato di Bontate, Giacomo Vitale, allargando la sua rete di relazioni importanti nella borghesia e nell'organizzazione criminale. Secondo il suo racconto, durante una riunione della loggia in una chiesa sconsacrata, ebbe modo di conoscere il potente banchiere milanese Roberto Calvi.
Uno dei primi ad intuire lo spessore criminale di Siino e ad indagare su di lui fu il capitano dei carabinieri Mario D'Aleo, che finì assassinato in un agguato il 13 giugno 1983.
Proprio per i suoi trascorsi politici, nel 1985 Siino venne avvicinato da Baldassare Di Maggio, che sostituiva Bernardo Brusca alla guida della famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato, che gli propose di occuparsi degli interessi mafiosi negli appalti di tutta la regione siciliana.. Incontrò il geometra Pino Lipari (factotum del boss Bernardo Provenzano) e la figlia avvocato in Piazza Luigi Sturzo.. Fu lui a spiegargli che il sistema di gestione degli appalti si sviluppava attraverso una fase preliminare, che consisteva nello stabilire prima della gara d'appalto chi dovesse risultare vincitore e quale fosse l’ammontare della tangente per i politici e i mafiosi (il 3% del valore dell’appalto sarebbe andato alla "famiglia" mafiosa del posto, un altro 2% ai politici e un ulteriore 2% direttamente nelle tasche di Riina), una fase esecutiva, che si risolveva nel controllare che tutte le imprese coinvolte rispettino gli accordi e presentino l'offerta prestabilita, e una fase successiva, nel corso della quale si provvedeva alla distribuzione delle tangenti. In quanto personaggio presentabile presso politici e professionisti e al tempo stesso discendente di un capomafia riconosciuto, Angelo Siino rappresentava la persona più adatta a gestire le fasi del sistema. Siino, che aveva costituito anni prima la Siino Costruzioni, avrebbe dovuto concorrere con le altre imprese, entrare nel circuito del sistema, oltre a pagare il pizzo alle famiglie mafiose locali..
Salvatore Riina gli affidò quindi il compito di assicurarsi che gli appalti venissero affidati alle ditte amiche, che nei lavori venissero coinvolti i professionisti amici e che ci fosse una equa ripartizione delle tangenti con i politici. Un meccanismo, poi ribattezzato "sistema Siino" o sistema del "tavolino", al quale tutti gli imprenditori dovevano attenersi ben sapendo che non si poteva fare a meno della sua mediazione. Il sistema garantiva che le imprese coinvolte vincessero a turno le gare d'appalto e, contemporaneamente, garantiva la serenità degli imprenditori che si adattavano al suo meccanismo, i quali non dovevano temere intimidazioni o danni materiali alle loro aziende in quanto Cosa nostra, in cambio delle tangenti, forniva il materiale e le aziende subappaltatrici. Il 14 dicembre del 1988, Luigi Ranieri, uno degli imprenditori che rifiutò di sottostare a questo sistema, venne barbaramente assassinato.
Per almeno una decina di anni Siino fu il dominus degli appalti pubblici, e soprannominato per questo "ministro dei lavori pubblici". Tutto ciò fino a quando Riina decise che di lui non c'era più bisogno perché aveva stretto accordi con l'imprenditoria del Nord (in particolare con la Calcestruzzi di Ravenna appartenente al gruppo Ferruzzi) puntando all'acquisizione di appalti e concessioni che avrebbero fruttato molto più denaro. A Siino fu concesso di occuparsi ancora degli appalti dei comuni della provincia di Palermo e di una parte della provincia di Caltanissetta (che era sotto il controllo di Giuseppe "Piddu" Madonia) mentre nel resto della Sicilia la gestione degli appalti spettava all'imprenditore agrigentino Filippo Salamone, divenuto più potente dello stesso Siino per via dei suoi legami politici..
L'arresto e la collaborazione con la giustizia La voce di una sua imminente cattura aveva spinto Riina e soci a metterlo alla porta e a sostiturlo gradualmente con il geometra Pino Lipari e con l'ingegnere Giovanni Bini della Calcestruzzi. Il campanello d'allarme scattò agli inizi del 1991 mentre era in corso un'inchiesta dei Carabinieri del ROS condotta dal colonnello Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno denominata "Mafia e appalti", un dossier pieno di nomi e cifre nel quale il suo nome compariva in moltissime pagine, che il giudice Giovanni Falcone volle che venisse depositato in Procura. Siino fu avvertito che di lì a poco tempo sarebbe stato arrestato e la conferma gli arrivò anche da Salvo Lima, che gli mostrò il dossier nella sede palermitana della Democrazia Cristiana, in via Emerico Amari.. Siino tentò poi, attraverso il maresciallo Giuliano Guazzelli (di cui era confidente), di aprire un canale affinché la sua posizione potesse essere perlomeno ammorbidita ma invano perché Guazzelli non volle sentire ragioni ed informò subito Mori e De Donno.
In effetti, il 10 luglio 1991 Siino fu arrestato sotto casa dai carabinieri e fu tradotto nel carcere dell'Ucciardone. Il giorno successivo Siino fu interrogato una prima volta dal magistrato titolare dell'inchiesta, Roberto Scarpinato, al quale, per dimostrare di essere estraneo agli ambienti mafiosi, spiegò che era solo un imprenditore edile, il titolare di una concessionaria e un agricoltore aggiungendo di aver sempre frequentato la Palermo bene. Tuttavia la sua posizione si aggravò a seguito della collaborazione con la giustizia di uno degli indagati, il geometra Giuseppe Li Pera (capoarea per la Sicilia dell'impresa friulana Rizzani De Eccher), e degli ex mafiosi Leonardo Messina e Baldassare Di Maggio, che lo accusarono di essere il "regista" di tutti gli appalti pubblici per conto dei Corleonesi. Perciò tre anni dopo Siino fu condannato in via definitiva a nove anni di reclusione. Mentre era detenuto al 41-bis ricevette molte visite dei carabinieri del ROS De Donno e Mori, che cercarono di convincerlo a collaborare con la giustizia.. Solo dopo essere stato ricoverato nel reparto ospedaliero dopo un infarto, Siino suggerì ai due ufficiali di cercare Bernardo Provenzano a Bagheria e Giovanni Brusca nell'Agrigentino. Dopo un secondo infarto in cui rischiò la vita, nel marzo del 1994 Siino ottenne gli arresti domiciliari nonostante l'opposizione della Procura di Palermo.
Il 10 luglio 1997, a sei anni dal suo primo arresto, Siino venne arrestato nuovamente, questa volta per l'appalto dei lavori per la costruzione dell'edificio destinato a ospitare la Pretura di Palermo. La sera stessa comunicò al suo avvocato la sua intenzione di non contestare l'accusa e di collaborare con la Procura, diretta da Gian Carlo Caselli. Da quel giorno entrò nel programma di protezione stabilendosi in un paese dell'hinterland milanese; successivamente gli verrà assegnato un alloggio a Castellanza, dove verrà raggiunto dalla moglie e dal figlio, per poi essere trasferito in una villetta in campagna. Fu anche in quei giorni che scelse un nuovo avvocato, risultando incompatibile quello di prima, Alfredo Galasso, ex componente del Consiglio superiore della magistratura nonché ex parlamentare, ex consigliere regionale ed ex legale della famiglia di Carlo Alberto dalla Chiesa..
La guerra tra Procure e il caso De Donno - Lo Forte Nel novembre 1997 la procura della Repubblica di Caltanissetta, retta da Giovanni Tinebra, protocollò un fascicolo, di cui fu titolare l'aggiunto Francesco Paolo Giordano, in cui venivano iscritti nel registro degli indagati i magistrati Guido Lo Forte, vice di Caselli a Palermo, i sostituti procuratori Giuseppe Pignatone e Ignazio De Francisci, nonché l'ex-procuratore capo Pietro Giammanco. L'accusa per i tre era abuso e corruzione in atti giudiziari. La denuncia era partita dal capitano del ROS Giuseppe De Donno, il quale sosteneva di aver saputo da Siino che nel 1991 i tre magistrati avevano fatto circolare all'esterno il dossier «Mafia e Appalti», allora ancora coperto dal segreto istruttorio, rallentandone l'iter all'interno della Procura.
Siino smentì subito la circostanza, affermando che fu De Donno a fare pressioni perché accusasse Lo Forte e dichiarò che in realtà la copia del dossier gli sarebbe stata fornita dal maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo, suicidatosi nel marzo del 1995. Infatti tramite il suo avvocato, Alfredo Galasso, rilasciò la seguente dichiarazione: Lo Forte non solo era il principale fidato collaboratore di Caselli, considerato la mente della Procura per il suo acume e la sua esperienza in fatti di mafia, ma aveva anche sostenuto l'accusa nel processo contro Siino. Data l'autorevolezza del magistrato, in caso di veridicità delle accuse ne sarebbe uscita a pezzi la Procura retta da Caselli; in caso invece le accuse si fossero dimostrate false e fosse provato che a riferirle fosse stato Siino, ne sarebbe uscita compromessa la sua credibilità come collaboratore di giustizia.
L'episodio è considerato come uno dei capitoli del duro scontro tra i ROS dei Carabinieri e la Procura di Palermo, iniziata con la mancata perquisizione del covo di Totò Riina.