Il sequestro Grazioli fu il rapimento a scopo estorsivo del duca Massimiliano Grazioli, avvenuto a Roma il 7 novembre 1977 che si concluse con l'uccisione del sequestrato nonostante il pagamento del riscatto per la sua liberazione.

Questo sequestro, il sessantasettesimo sequestro di persona in Italia dall'inizio del 1977, fu organizzato dalla cosiddetta Banda della Magliana e il suo compimento rappresentò per essa il "salto di qualità" che la promosse da "piccola gang" di periferia ad organizzazione criminale armata di primo piano nella capitale, l'anno si concluse con 75 sequestri, il massimo numero dei sequestri denunciati, avvenuti in un anno, dal 1969.

Il rapimento del duca

L'ideatore del sequestro fu Franco Giuseppucci, un criminale con manie di grandezza che ricevette la dritta da Enrico Mariotti.

Quest'ultimo, il basista del rapimento, era un meccanico amatoriale, proprietario o gestore di una sala corse a Roma e una sala corse a Ostia, amico di Giulio, figlio del duca, con il quale condivideva le passioni per le armi e le vetture fuoristrada. Mariotti informò la banda della notevole liquidità della famiglia Grazioli, derivante dalla recente vendita del quotidiano Il Messaggero e da espropri terrieri.

Secondo una deposizione del pentito Maurizio Abbatino, il rapimento fu così progettato:

La sera del 7 novembre 1977 il duca Grazioli seguì, come ogni giorno, lo stesso percorso per il ritorno a casa a Roma partendo dalla sua tenuta della Marcigliana. Vicino alla via Salaria, un'Alfetta lo bloccò: due uomini lo trascinarono fuori dalla sua BMW 320 metallizzata. Il suo fattore Nanni, che lo seguiva su una 126, vide la scena, udì due spari e fu subito minacciato da un uomo con mitra, perquisito e costretto a gettarsi nel fossato dove sentì il rumore di due auto che ripartivano. La BMW del duca fu ritrovata poco dopo nei pressi dell'aeroporto dell'Urbe .

In meno di un'ora dal rapimento, arrivò a Palazzo Grazioli la prima telefonata con la richiesta di riscatto: dieci miliardi di lire, una cifra esorbitante. Durante i quattro mesi di prigionia, il duca fu spostato in diversi luoghi per sicurezza: dapprima in un appartamento a Primavalle, poi in una palazzina in costruzione nella Valle dell'Inferno (zona Aurelio) e infine in un casale nelle campagne tra Napoli e Salerno .

Come se nulla fosse, Mariotti, dopo il sequestro, frequentò assiduamente palazzo Grazioli, addirittura giorno successivo al sequestro, fornì alla famiglia un apparecchio per registrare le telefonate dei rapitori. All'inizio del 1978 la famiglia cominciò a sospettare che ci fosse una talpa, e a identificarla in Mariotti. Così, il figlio Giulio contattò i carabinieri, i quali però arrestarono un suo omonimo, con precedenti penali. .

Pagamento del riscatto Il mantenimento dei contatti tra famiglia e rapitori fu reso difficile dall'azione investigativa dei carabinieri che pedinavano in continuazione il figlio, il telefono era sorvegliato e la procura aveva, come d'uso a quel tempo, bloccato i beni della famiglia allo scopo di impedire il pagamento del riscatto. Il 14 febbraio 1978 avvenne il contatto decisivo dopo che le richieste dei sequestratori erano scese a cifre più realistiche, per quanto sempre molto elevate, per confermarne l'accettazione il figlio pubblicò questo annuncio su Il Tempo»: Gambero rosso tutte le specialità marinare, pranzo a prezzo fisso, Lit. 1500. dove 1500 indicava un miliardo e mezzo. La trattativa fu anche agevolata da un messaggio che il duca scrisse alla moglie: Collabora con questi signori nella fase del mio rilascio, perché è gente d’onore , il denaro raccolto con prestiti bancari venne tenuto pronto a Palazzo Grazioli.

La consegna del tesoro fu effettuata la sera del 4 marzo 1978, dal figlio accompagnato da un amico, seguendo le indicazioni, come in una caccia al tesoro, fornitegli via da messaggi da trovare firmati in codice Leone Rosso. Quella sera il figlio rispose a una telefonata a palazzo Grazioli dove un anonimo con voce con accento romano gli comunicò: Stai tranquillo, avrai la prova di tuo padre. Prendi la metropolitana fino alla stazione Magliana partendo da via Aventina. Il figlio, con l'amico andò alla metropolitana alla metropolitana e alla stazione Magliano, rinvenne in un cestino della spazzatura il primo messaggio Sali le scale di fronte a te, troverai una macchina tipo Golf Volkswagen di colore bianco, targata Roma R29185, e troverai altre istruzioni sopra il parasole. Leone Rosso. Si trattava di una vettura appositamente rubata, dentro la quale, oltre alle chiavi trovarono un secondo biglietto: Dirigiti sulla via Cristoforo Colombo fino allo stabilimento Kursaal di Ostia, di fronte allo stesso stabilimento troverai una tabella dell’autobus con cestino attaccato. Dentro troverai una busta di plastica con altre istruzioni. Leone Rosso. Arrivati al luogo indicato ad Ostia trovarono la busta contenente una piantina disegnata a penna e una nuova indicazione: Rimonta in macchina e avviati verso Ostia per prendere la via Ostiense in direzione Roma seguendo bene le frecce che indicano l’aeroporto. Dopo fatto un tratto dell’Ostiense che è a senso unico troverai l’indicazione Fiumicino aeroporto, gira e vai verso Roma e verso autostrada Civitavecchia. Giunto al grande cartello che indica diritto per Roma, a seicento metri per Civitavecchia fermati che troverai altre indicazioni. .

Arrivati al grande cartello, come indicato trovarono altre indicazioni: Rimonta in macchina e prendi l’autostrada per Civitavecchia, oltrepassando il casello preparati, che al prossimo appuntamento troverai la foto di tuo padre. Una volta passato il casello assumerai una velocità di cinquanta chilometri all’ora per arrivare al cartello numero 17 indicante Cerveteri-Ladispoli chilometri 11, fermati posteggiando sulla tua destra, traversa e dietro troverai altre indicazioni. I messaggi li troverai attaccati in basso sul palo di sostegno». Diversamente dai precedenti la firma era Giglio Rosso. Il messaggio, trovato dopo queste indicazioni, diceva: Giulio, rimonta in macchina e avviati sempre alla stessa velocità verso il cartello numero 20 indicante allacciamento Aurelia, riposteggiati, ritraversa e prendi sempre nello stesso posto dove “ai” trovato il precedente, troverai altre informazioni. Qui finalmente il figlio trovò l'ultimo messaggio: insieme a una fotografia di suo padre, Giulio, sei arrivato alla fine della corsa. Proprio di fronte al cartello, e cioè dove hai posteggiato, c’è il parapetto di un ponte, affiancati e getta di sotto la borsa con i soldi, rimonta in macchina e vai fino a Civitavecchia, esci dall’autostrada e prendi l’Aurelia, e torna a casa. Stai tranquillo intanto, perché hai in mano la foto recentissima. Se tutto andrà come noi vogliamo a distanza massima di ventiquattrore riceverai la telefonata di papà. Leone Rosso. Assieme vi era una fotografia dell'ostaggio, con barba lunga, in piedi a riprova che fosse vivo, davanti alla porta di una stanza, reggente in mano una copia de «Il Tempo» di quel giorno. Il figlio afferrò la borsa coi soldi, andò al ponte dove udì da sotto grida dal buio che ripetevano le parole d’ordine e l'ordine. Forza, butta i soldi e vattene. Accertata la presenza dei rapitori, il figlio fede cadere la borsa dal ponte, e tornò a casa col suo amico, dove rimasero invano in attesa di una telefonata che indicasse dove trovare il padre.

Uccisione dell'ostaggio Il duca fu ucciso con una mitraglietta da Giovanni Di Gennaro, un membro del gruppo di Montespaccato, poiché il prigioniero per uno sbaglio aveva visto il volto di un suo carceriere. Per evitare un riconoscimento, dopo la sua liberazione il gruppo di Montespaccato prese la decisione di uccidere il prigioniero, dopo aver consultato e ricevuto la non opposizione da parte di Giuseppucci e Abbatino. L'uccisione avvenne o poco prima o poco dopo il pagamento del riscatto. Il morto fu sepolto da qualche parte nelle campagne di San Severino e il cadavere del Duca non fu mai ritrovato .

Spartizione del bottino La confessione di Abatino permise anche di conoscere le modalità della spartizione del bottino. Il riscatto, costituito da banconote da centomila e cinquantamila lire fu equamente suddivisi tra i due gruppi quello di Montespaccato e la banda della Magliana. Ognuno dei due gruppi a loro volta si occuparono di pagare il basista Enrico e il telefonista. Le banconote furono poi riciclate in franchi svizzeri, con un costo del dodici per cento, per il cambio delle banconote ad opera del milanese Salvatore Mirabella, amico di Montegrande e componente la banda di Francis Turatello, costui essendo inserito nel giro delle bische clandestine, frequentato anche da persone del mondo imprenditoriale milanese, aveva una buona disponibilità di denaro liquido . Le banconote del bottino riciclato si dispersero in numerosi rivoli, alcune furono perfino trovate in un covo del gruppo Prima Linea, contribuendo a generare confusione negli investigatori ed avallare l'ipotesi della pista del terrorismo di sinistra .

Identificazione dei responsabili L'identificazione dei responsabili e la ricostruzione dei fatti fu possibile soltanto nel 1993, a 16 anni dal sequestro, a seguito delle rivelazioni di Maurizio Abbatino, divenuto collaboratore di giustizia. Queste permisero l'emissione di una decina di provvedimenti di cattura e consentirono di escludere ogni responsabilità delle Brigate Rosse, questa eventualità era stata considerata data la similitudine di alcune delle modalità del rapimento, tra cui la "classica" fotografia dell'ostaggio con in mano un giornale a testimonianza della sua esistenza in vita, e l'attività brigatista in quegli anni, attiva anche in sequestri di persona .

Prima della conclusione del sequestro, Mariotti fuggì in Inghilterra, ma rimase in contatto con Giulio Grazioli, negando ogni tipo di accusa. Tornato in Italia qualche anno dopo, ricominciò ad occuparsi di attività delle sale corse, oramai scagionato dalle accuse. Nel 1992 tuttavia, in seguito alle dichiarazioni di Abbatino, il processo per la morte del duca venne riaperto, così Mariotti si diede alla latitanza a Londra. Nel 1995 fu condannato a 26 anni di carcere e nel 2007 fu estradato e riportato in Italia. .

Comunicazioni in codice Nel corso del sequestro, furono utilizzati anche messaggi in codice pubblicati sui quotidiani, nelle pagine della piccola pubblicità, per stabilire contatti sicuri tra i rapitori e i familiari del sequestrato e concordare l'entità del riscatto.

L'annuncio "Gambero rosso tutte le specialità marinare, pranzo a prezzo fisso, Lit. 1500": fu pubblicato dal figlio sul quotidiano Il Tempo il 14 febbraio 1978 e la cifra 1500 confermava la cifra finale del riscatto pattuita: un miliardo e mezzo di lire , il 16 marzo, dopo il blocco dei beni da parte della Procura, la famiglia pubblica sul Il Messaggero l'annuncio "Rolex acciaio smarrito disposti rapida soluzione riportando Rolex smarrito 7 novembre a Noto indirizzo": che fa riferimento alla data del rapimento per ristabilire un contatto coi rapitori .

Note

Bibliografia

Collegamenti esterni Documentario sulla Banda della Magliana su History Channel

I segreti della Banda della Magliana su La storia siamo noi

Categoria:Sequestri di persona Categoria:Banda della Magliana Categoria:Casi di omicidio nel 1978