Lomicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, venne commesso domenica 6 gennaio 1980 a Palermo. Mentre si recava a messa con la moglie Irma Chiazzese, la figlia Maria e la suocera Franca, il presidente siciliano fu freddato da un sicario di Cosa nostra.
Contesto storico Non si può comprendere la valenza dell'omicidio Mattarella come delitto politico senza soffermarsi brevemente sul contesto in cui esso maturò e su quale fosse l'ambiente in cui la vittima operava, quale leader nascente della Democrazia Cristiana, allievo di Aldo Moro della cui azione politica era stato attuatore precoce già con l'esperienza della Solidarietà Autonomistica, formula politica che aveva consentito la nascita del governo regionale da lui guidato con l'appoggio del PCI il 9 febbraio 1978, un mese prima del tragico agguato di via Fani, con il rapimento di Aldo Moro e il massacro della sua scorta.
Come osserva infatti Giovanni Grasso nel suo volume su Piersanti Mattarella, per una sorprendente coincidenza il "Giornale di Sicilia" era uscito in edicola la mattina della sua uccisione con una lunga intervista al Presidente della Regione Siciliana rilasciata il giorno precedente che ricostruiva la situazione del governo regionale ed evidenziava le difficoltà nel portare avanti la innovativa esperienza, quasi da laboratorio di politica quale di fatto è stata la Sicilia negli anni dal secondo dopoguerra in poi.
Incalzato dalle domande del direttore Giovanni Pepi, Mattarella rispondeva con la consueta concretezza. La giunta di transizione DC-PSI-PRI-PSDI era in crisi e si stava cercando di capire se la nuova, che doveva nascere, avrebbe potuto vedere nuovamente un ruolo attivo dei comunisti. Nel 1978, infatti, Mattarella aveva guidato un governo regionale con il coinvolgimento esterno del Partito Comunista Italiano: un fatto assolutamente nuovo per l'Italia. E la giunta era caduta proprio per il ripensamento dei comunisti siciliani. Il giornalista riportò a Mattarella le parole del responsabile ente locale della DC dell'epoca, Antonio Gava. Quest'ultimo aveva subordinato il futuro della collaborazione con il PCI nella giunta regionale siciliana alle conclusioni dell'imminente congresso democristiano. Il congresso doveva decidere se proseguire o meno la linea della solidarietà nazionale nel governo centrale. I livelli periferici si sarebbero poi dovuti adeguare. Pepi chiese allora a Mattarella se non ritenesse di sentirsi con le «armi spuntate», in attesa di decisioni che sarebbero state prese a Roma. L'intervistato rispose senza scomporsi:
Il decennio appena iniziato, faceva notare Mattarella, non era nato sotto buoni auspici. Nel 1979 era scoppiata, a seguito della Rivoluzione khomeinista in Iran, una vera e propria crisi energetica che aveva creato molti problemi all'economia occidentale mentre il processo di distensione tra USA e URSS aveva conosciuto una pesante battuta d'arresto. A fine dicembre i carri armati sovietici avevano invaso l'Afghanistan e in questo clima difficile l'Italia si apprestava, dopo scontri e polemiche, a ospitare sul proprio territorio le testate nucleari della NATO, i cosiddetti "euromissili" (installati successivamente nella base siciliana di Comiso). Di fronte a questa pesante situazione, ribadiva Mattarella, in Sicilia c'era bisogno di un governo stabile ed efficace:
Non mancò nell'intervista un riferimento alla mafia. Il cardinale di Palermo, Salvatore Pappalardo, aveva da poco pubblicato una lettera pastorale, intitolata La persona umana e il diritto alla vita. Riflessioni per l'Avvento 1979, nella quale prendeva di petto non solo gli appartenenti ai clan mafiosi, ma puntava anche il dito sulla cosiddetta zona grigia, sul conformismo diffuso, sulla mancanza di coraggio, sul rifiuto della legalità, sul clientelismo, sulle complicità implicite: tutti fattori che costituivano il retroterra per la formazione della cultura mafiosa.
Accanto al delicato quadro internazionale, aggravato in Sicilia dalla scelta della base aerea di Comiso, istituita nell'allora aeroporto militare Vincenzo Magliocco quale sede dei missili da crociera statunitensi che costituivano la risposta occidentale all'installazione degli "euromissili" sovietici SS20 puntati su obiettivi dell'Europa occidentale nel territorio di paesi aderenti alla NATO (e contro cui si era mobilitato il movimento pacifista e le forze di sinistra, con la guida in Sicilia del deputato del PCI Pio La Torre che fu la vittima nel 1982 del terzo dei delitti politici siciliani), e al fenomeno del terrorismo che insanguinava l'Italia, vi era anche l'azione incalzante di associazioni segrete eversive quali la loggia massonica P2, che vedeva tra i propri aderenti, tra gli altri, i vertici di importanti istituzioni quali le forze armate, le forze di polizia, uomini politici, imprenditori, funzionari dello Stato a vari livelli.
Proprio il "Maestro Venerabile" Licio Gelli, capo della loggia P2, ebbe a dichiarare, in una sorprendente intervista rilasciata alla giornalista Marcella Andreoli per il settimanale Panorama del 13 agosto 1989, in risposta a una domanda sulle indagini dei magistrati di Palermo sul delitto Mattarella e, specificatamente, sul ruolo del terrorista nero Valerio Fioravanti: «Gli inquirenti non possono scoprire ogni responsabilità: alcuni delitti sono perfetti. Ma è ridicolo accusare i servizi segreti deviati o la P2».
Cronologia degli eventi L'omicidio La mattina di domenica 6 gennaio 1980, in via della Libertà a Palermo, mentre Mattarella, alla guida della propria Fiat 132, stava per recarsi a messa insieme alla moglie Irma Chiazzese, seduta al suo fianco, alla suocera Franca Chiazzese Ballerini e alla figlia Maria, sedute sul divano posteriore, un sicario si avvicinò all'automobile e lo freddò con colpi di rivoltella calibro 38 attraverso il finestrino, che venne frantumato. Il sicario, di cui la moglie Irma fissò l'andatura ballonzolante con l'espressione del viso gentile e lo sguardo di ghiaccio, dopo i primi quattro o cinque colpi si allontanò per avvicinarsi a una Fiat 127 bianca ferma pochi metri più avanti, ricevendo da un complice che era alla guida un'altra rivoltella calibro 38 con cui, tornato indietro verso la vettura di Mattarella, esplose altri colpi con traiettoria diagonale attraverso il finestrino posteriore destro che attinsero la vittima e ferirono a una mano la signora Irma Chiazzese, che aveva tentato di coprire e proteggere il volto di suo marito, ormai con il busto reclinato sulla destra, sulle gambe della moglie.
Successivamente anche il figlio Bernardo, che si era attardato nel seminterrato adibito ad autorimessa in cui Mattarella era solito parcheggiare la propria vettura, accorse risalendo la rampa di accesso al garage potendo osservare la Fiat 127 che si allontanava lungo via Libertà. La Fiat 127 bianca venne poi ritrovata, verso le ore 14:00, abbandonata lungo lo scivolo di un garage di via Maggiore De Cristoforis, angolo via degli Orti, a circa 700 metri dal luogo del delitto.
Al momento del rinvenimento, sulla FIAT 127 erano montate targhe contraffatte: la targa anteriore era composta da due pezzi, rispettivamente "54" e "6623 PA"; quella posteriore da tre pezzi, rispettivamente "PA", "54" e "6623". La Fiat 127 risultava sottratta mentre era momentaneamente parcheggiata, in seconda fila e con le chiavi inserite nel quadro, in via De Cosmi, a circa 500 metri dal luogo del delitto, intorno alle ore 19:30 del precedente giorno 5 gennaio. Le targhe originali dell'auto (PA 536623) erano state alterate, come si è detto, mediante l'applicazione degli spezzoni delle targhe PA 549016, asportate (dopo le 23:00 dello stesso giorno 5 gennaio) da una Fiat 124 posteggiata in via delle Croci, a circa un chilometro di distanza dal luogo del delitto. Non venivano ritrovate le altre parti delle targhe delle due auto (PA - 53 - 9016), non utilizzate per le alterazioni di cui si è detto.
Risultava quindi, e veniva evidenziato nel rapporto di polizia giudiziaria, che i luoghi dell'agguato e del rinvenimento della Fiat 127, ma anche - con particolare singolarità - quelli dei furti preliminari al delitto (della Fiat 127 e delle targhe della Fiat 124), distavano poche centinaia di metri l'uno dall'altro, dando conto di una preparazione dell'azione delittuosa svolta a pochissima distanza dal luogo in cui dopo poche ore la si sarebbe portata a compimento.
Le perizie balistiche disposte dalla Procura della Repubblica di Palermo accertarono che per l'omicidio di Piersanti Mattarella vennero usati due revolver, probabilmente un Colt Cobra e un Rohm oppure un Charter Arms, utilizzando munizioni calibro 38 special con palla wadcutter e palla Super Police da 200 grani. Il particolare dell'utilizzo della palla wadcutter, il cui uso è insolito al di fuori dei poligoni di tiro (dove trova applicazione per via della precisione con cui, grazie alla punta cilindrica, produce le tipiche forature circolari senza slabbrature ben visibili sui bersagli di cartone), trova riscontro nella perizia autoptica svolta dal professor Paolo Giaccone (che sarà a sua volta vittima l'11 agosto 1982 di un agguato mafioso all'interno del Policlinico universitario di Palermo oggi a lui intitolato) insieme al dottor Alfonso Verde, dell'Istituto di medicina legale dell'Università degli Studi di Palermo, che evidenziò come tre dei proiettili repertati, esplosi dalla sinistra verso destra della vittima e quasi orizzontalmente mentre Mattarella era seduto alla guida della propria autovettura, fossero tutti di piombo nudo a testa piatta.
In seguito alla morte di Piersanti Mattarella il vice presidente, il socialista Gaetano Giuliano, guidò la giunta regionale fino al termine della legislatura, avvenuta cinque mesi dopo. Nel luogo dove è avvenuto l'omicidio è stata posta una targa in suo ricordo.
Le prime reazioni Inizialmente fu considerato un attentato terroristico, poiché subito dopo il delitto arrivarono rivendicazioni da parte di un sedicente gruppo neofascista. In seguito e per tutto l'iter della lunga istruttoria e del conseguente processo penale l'omicidio di Piersanti Mattarella è stato considerato un delitto politico-mafioso e come tale trattato insieme agli omicidi di Michele Reina (9 marzo 1979) e di Pio La Torre e Rosario Di Salvo (30 aprile 1982).
Pur nel disorientamento del momento, il delitto apparve anomalo per le sue modalità, portando il giorno stesso lo scrittore Leonardo Sciascia ad alludere, in un breve articolo pubblicato dal Corriere della Sera sulla prima pagina del 7 gennaio 1980 e in altre dichiarazioni pubbliche, a "confortevoli ipotesi" che avrebbero potuto "inevitabilmente" ricondurre l'omicidio alla mafia siciliana a discapito di meno confortevoli e più complessi scenari che furono invece poi delineati da Giovanni Falcone nella sua indagine sui cosiddetti "delitti politici" siciliani.
Ancora più incisiva fu l'omelia del cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo di Palermo, nel corso della messa esequiale per Piersanti Mattarella celebrata l'8 gennaio 1980 nella cattedrale di Palermo. Nel suo intervento Pappalardo ritenne con vigore che "una cosa sembra emergere sicura, ed è l'impossibilità che il delitto sia attribuibile a sola matrice mafiosa. Ci devono essere anche altre forze occulte, esterne agli ambienti, pur tanto agitati, della nostra isola. Palermo e la Sicilia non possono accettare o subire l'onta di essere l'ambiente in cui ha maturato l'atroce assassinio".
Interpretazioni storiche