Il marxismo, dottrina politico-filosofica fondata da Karl Marx e Friedrich Engels nel XIX secolo, ha affrontato anche la questione nazionale, ossia l'insieme delle problematiche legate all'affermazione dell'identità e dell'autodeterminazione della nazione, definita generalmente da caratteristiche comuni come lingua, cultura, storia e senso di appartenenza.

Nei loro scritti giovanili, Marx ed Engels si concentrarono sulla critica del nazionalismo borghese e sulla promozione dell'internazionalismo proletario, sostenendo che la liberazione della classe lavoratrice sarebbe avvenuta attraverso una rivoluzione internazionale, che avrebbe portato all'abolizione dei confini nazionali. Tuttavia, questa visione mostrò i suoi limiti nel contesto dei nazionalismi emergenti e dei movimenti di indipendenza, spingendo i due filosofi tedeschi, in alcuni scritti della maturità, a confrontarsi con il problema della liberazione delle nazioni oppresse. In ogni caso, la loro riflessione in merito ebbe carattere occasionale e non giunse all'elaborazione di un quadro teorico organico e coerente.

Nel XX secolo, la frammentarietà e le contraddizioni dell'eredità del marxismo classico sul tema della questione nazionale portarono correnti di pensiero e forze politiche socialiste e comuniste a elaborare un'ampia varietà di vedute sul rapporto tra istanze nazionali, lotta di classe e costruzione del socialismo. Le posizioni emerse spaziano da un internazionalismo ostile ai particolarismi nazionali fino a diverse espressioni di nazionalismo di sinistra, comprendendo anche rigide forme di nazionalismo etnico. Pertanto, secondo diversi studiosi, l'elaborazione teorica del nazionalismo rappresenta «il grande fallimento storico del marxismo», emergendo, per la sua importanza politica, come la principale tra le teorizzazioni marxiste contraddette dall'evoluzione storica Ora in . Sulla tesi di Nairn, cfr. anche ...In merito all'ampia condivisione tra gli studiosi dell'idea che il marxismo abbia in gran parte sottovalutato la rilevanza politica della nazione, non riuscendo mai a spiegare adeguatamente la forza del nazionalismo, cfr. ..

La questione nazionale in Marx ed Engels Internazionalismo proletario contro nazionalismo borghese Il tema della questione nazionale occupa una posizione giudicata marginale nel complesso della vasta produzione di Karl Marx e Friedrich Engels, essendo affrontato perlopiù in scritti giornalistici, lettere e commenti occasionali soprattutto in seguito alle rivoluzioni del 1848.. In quell'anno, dedicarono al tema diversi passaggi del Manifesto del Partito Comunista, una delle loro opere più significative, contrapponendo l'internazionalismo proletario al nazionalismo borghese:

Un passaggio precedente recita: «La lotta del proletariato contro la borghesia è in un primo tempo lotta nazionale, anche se non sostanzialmente, certo formalmente. È naturale che il proletariato di ciascun paese debba anzitutto sbrigarsela con la propria borghesia»Karl Marx, Friedrich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, 1848, I. Borghesi e Proletari.. Lo spirito internazionalista dell'opera trova una sintesi nell'esortazione finale: «Proletari di tutti i Paesi, unitevi!».

I passaggi trascritti sono stati citati e discussi innumerevoli volte nella letteratura marxista, generalmente per spiegare l'avversione del movimento operaio socialista e comunista verso il patriottismo, il nazionalismo e lo sciovinismo borghesi. Non sono tuttavia mancate interpretazioni tendenti a limitare la validità dell'asserzione per cui «gli operai non hanno patria» all'epoca in cui fu formulata, allorché il proletariato occupava una posizione di subalternità rispetto alla borghesia, riflette sull'apparente contrasto tra le frasi «I proletari non hanno patria» e «Patria o muerte», motto della Cuba castrista, e le riconduce a «fasi storiche diverse, verificatesi in luoghi diversi». Marx ed Engels, che nel 1848 erano «due giovanotti meno che trentenni», facevano riferimento alla «realtà che avevano sott'occhio», in cui i proletari erano stati «espropriati anche della loro patria». Canfora ritiene comunque che i due filosofi muovessero da «un'idea generosamente internazionalistica che però era un po' stratosferica in quel momento. A ridosso, tra l'altro, del fallimento dell'esperimento napoleonico di unificare l'Europa sotto il predominio francese. Era quindi un concetto già logoro. L'internazionalismo giacobino era fallito, Bonaparte l'aveva trasformato di fatto in imperialismo francese»., e dunque a conciliarla con la possibilità di un patriottismo o nazionalismo proletario, una volta che il proletariato avesse conquistato il governo della propria nazione. Le parole del Manifesto venivano in sostanza lette come un'esortazione affinché il proletariato prendesse il potere e, in tal modo, conquistasse una propria patria.

Interpretazioni di questo tipo furono originariamente proposte dai socialdemocratici tedeschi Eduard Bernstein, padre del revisionismo del marxismo, e Heinrich Cunow.. Nella sua opera La teoria marxista della storia, della società e dello Stato (1920-1921), Cunow offrì la seguente spiegazione delle parole di Marx ed Engels:

L'interpretazione di Cunow divenne quella dominante nella letteratura riformista, ma trovò ampia diffusione anche nel campo comunista soprattutto in seguito alla seconda guerra mondiale, allorché i partiti comunisti salirono al potere nei Paesi dell'Europa orientale e si integrarono in diversi sistemi politici democratici dell'Europa occidentale. È citata, come equivalente a quella di Cunow (e anzi ulteriormente orientata in senso nazionalista), l'interpretazione presentata nell'introduzione a un'edizione del Manifesto pubblicata nel 1946 dalla Stern-Verlag di Vienna, casa editrice del Partito Comunista d'Austria.. Sono citati diversi articoli pubblicati negli anni 1945-1946 sui Cahiers du Communisme, rivista teorica del Partito Comunista Francese., scrive: «È tenendo presente questo fatto, cioè l'inesistenza della patria del popolo lavoratore come realtà immediata, che bisogna interpretare le celebri parole di Marx e di Engels nel "Manifesto dei comunisti"». Secondo l'autore, la situazione descritta dai fondatori del marxismo era mutata allorché la Rivoluzione d'ottobre aveva realizzato in terra russa la patria del popolo lavoratore e l'Unione Sovietica era divenuta la patria del proletariato mondiale..

Roman Rosdolsky, teorico marxista d'ispirazione trockista, contesta l'interpretazione delle parole di Marx ed Engels come un'esortazione rivolta al proletariato affinché, come obiettivo ultimo, conquistasse una propria patria nazionale. Secondo Rosdolsky, la presenza dell'avverbio "ancora" nella frase «[il proletariato] è anch'esso ancora nazionale» indica che i fondatori del marxismo non si aspettavano che il proletariato rimanesse nazionale per sempre..

La lotta nazionale come strumento della rivoluzione proletaria

Il primo approccio di Marx ed Engels alle questioni nazionali avvenne durante gli eventi del 1848, quando esaltarono la lotta di classe nel movimento democratico tedesco, inizialmente fiducioso nella creazione di una «Grande Germania», prima delle delusioni derivanti dall'assemblea di Francoforte e dalle repressioni controrivoluzionarie. In tale contesto, attraverso gli articoli pubblicati sulla Neue Rheinische Zeitung, si schierarono a favore delle insurrezioni nazionali nell'Europa centrale..

Nella prospettiva di Marx ed Engels, l'emancipazione nazionale assumeva un valore subordinato e strumentale rispetto alla causa della rivoluzione proletaria nei Paesi industrializzati dell'Europa occidentale. Le lotte nazionali, dunque, non erano sostenute incondizionatamente, ma valutate di volta in volta in base alla loro funzionalità rispetto all'obiettivo supremo dell'emancipazione del proletariato. Questo approccio spiega il sostegno all'indipendenza della Polonia e dell'Irlanda, i cui nazionalismi furono ritenuti progressivi e strategicamente determinanti per l'avanzamento della rivoluzione in Europa. La duratura riflessione di Marx ed Engels sulle questioni polacca e irlandese, costante nelle linee generali pur con alcune variazioni legate all'evoluzione del contesto storico, è sintetizzata nella lettera di Engels a Karl Kautsky del 7 febbraio 1882: «Due nazioni in Europa hanno non solo il diritto, ma addirittura il dovere di essere nazionaliste prima di diventare internazionaliste, quella irlandese e quella polacca. Esse raggiungono il massimo di internazionalismo quando sono genuinamente nazionaliste»Friedrich Engels, lettera a Karl Kautsky del 7 febbraio 1882, in ...

La questione polacca

La Polonia era divisa dalla fine del XVIII secolo tra Russia (nella più larga parte), Prussia e Austria, le tre potenze che attraverso la Santa Alleanza si erano incaricate di stroncare ogni sussulto rivoluzionario in Europa. La questione polacca rivestiva un'importanza centrale per il movimento dei lavoratori, come dimostra il fatto che la fondazione dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori (Prima Internazionale) fu annunciata durante un comizio indetto per celebrare l'insurrezione polacca, tenuto nel luglio 1863 alla St James's Hall di Londra, e che la sua proclamazione ufficiale avvenne in un altro comizio londinese in favore della Polonia, nel settembre 1864 alla St Martin's Hall..

Secondo Marx ed Engels, la Polonia rappresentava il più significativo esempio di nazione oppressa la cui lotta per l'indipendenza era in sintonia con gli interessi del proletariato europeo, e dunque assumeva un carattere rivoluzionario, in quanto diretta soprattutto contro l'oppressione esercitata dalla Russia zarista, identificata come la principale forza reazionaria in Europa. La liberazione della Polonia rappresentava un passo fondamentale per indebolire le potenze reazionarie e favorire il processo rivoluzionario, come ribadito nel 1875 in termini geopolitici:

Nel 1892, Engels avanzò anche considerazioni di ordine economico: «Il rapido sviluppo dell'industria polacca, che ha superato quella russa, è a sua volta una nuova prova dell'indistruttibile forza vitale del popolo polacco, e una nuova garanzia della sua imminente ricostituzione nazionale»..

La questione irlandese

L'Irlanda, sotto il secolare dominio britannico consolidato dall'atto di Unione del 1800, era impegnata in una lotta nazionale ritenuta decisiva per innescare una rivoluzione operaia in Inghilterra. Il rovesciamento della borghesia della principale potenza industriale dell'epoca avrebbe scardinato l'ordine capitalista dell'intera Europa. Pur giudicando criticamente il movimento indipendentista irlandese, il fenianismo, per il suo carattere «meramente nazionalista» e il ricorso al terrorismo, Marx riconosceva in esso una tendenza socialista «negativamente», in quanto contrario alla proprietà privata della terra. Scrisse a Ludwig Kugelmann:

Le possibilità di rivoluzione proletaria, secondo Marx, dipendevano dalla maturazione della coscienza di classe da parte degli operai inglesi, una condizione che non si sarebbe realizzata, contribuendo al fallimento della Prima Internazionale..

I "popoli senza storia"