Bussi sul Tirino (Busce in abruzzese) è un comune italiano di abitanti della provincia di Pescara in Abruzzo.
Geografia fisica Territorio
Il territorio comunale, dove cui si uniscono la Valle del Tirino e la Val Pescara, è compreso nell'area del parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
Il paese è attraversato dal fiume Tirino che nasce dal sistema acquifero di Campo Imperatore e dopo un percorso carsico di 25 km viene alla luce attraverso tre sorgenti, tutte nel territorio di Capestrano: sorgente di Capodacqua, sorgente di Presciano e sorgente del Lago. Lungo il suo percorso viene alimentato anche da altre piccole risorgive. Il suo nome proviene infatti dal greco "tritano" che significa triplice sorgente. Attualmente la portata è di circa 6000 litri/secondo e la temperatura delle acque di 11 °C.
Clima
Storia Dalla fondazione ai Normanni
La denominazione Bussi deriva probabilmente dal nome della pianta del bosso (buxus in latino), dell'epoca italica e poi romana si ha notizia della torre di Sutrium, usata poi dai Longobardi nel VII secolo, ancora oggi visibile in località San Rocco.
La prima menzione storica del castello di Buxio o Bussio risale al 1111, quando è indicato come confine esterno del territorio dell'Abbazia di San Clemente a Casauria. Nella Galleria delle Mappe Geografiche dei Musei Vaticani, volute dal pontefice Gregorio XIII e realizzate dal 1580 al 1585, si trova indicato l'attuale fiume Tirino con il nome di Buscio.
La prima citazione risale al 774 quando il re longobardo Desiderio donò all'abbazia di San Vincenzo al Volturno la chiesa e il monastero di San Pietro ad Oratorium, oggi nel territorio di Capestrano e la valle "Trita" sita nel territorio diocesano di Valva (Sulmona). Con il termine "Trita" si intendeva la valle del Tirino, fiume che lambisce Bussi, e comprendeva i vici di Ofena, borgo sorto sopra le rovine della vestina Aufinum e Carapelle Calvisio, dotata di baronia. Il possesso della Valle Trita viene riconfermato a San Vincenzo al Volturno da Carlo Magno il 10 aprile 775 e poi nel 779 dal giudice Dagari per volere del duca di Spoleto. Degli uomini di Carapelle avevano occupato i territori spettanti al monastero, e non volevano esserne resi tributari come stipulati dalle convenzioni.
Questi obblighi dei contadini verso le terre di San Vincenzo al Volturno presso San Pietro ad Oratorium vennero riconfermati da Ludovico II Germanico, nell'854 da Frasindo per contro di Guido duca di Spoleto, anche se sorsero contenziosi per i confini territoriali con il monastero di San Giovanni al Volturno. Dal Chronicon Casauriense di Giovanni di Berardo, si ha la citazione di Buxium nel 111, dove si descrive un borgo dotato di castello, che appartenne nel IX secolo all'abbazia di San Clemente a Casauria.
Fuori Bussi si trova ancora la torre longobarda, detta di "Sutrium", ossia un avamposto fortificato a pianta triangolare molto simile alla torre di Montegualtieri (Teramo), usata per gli avvistamenti e il controllo sulla valle. Presso la torre sorse la cappella di San Rocco di cui restano ancora i ruderi, e la stessa località è detta di San Rocco. Nel 1092 alcuni stabili del castello erano posseduti dall'abbazia di San Benedetto in Perillis, nel 1021 si ha la prima notizia sulla chiesa di Santa Maria di Cartignano, appena fuori dal paese, uno dei monumenti simbolici di Bussi, usata come grancia benedettina dell'abbazia di San Liberatore alla Maiella
Dagli Angioini all'Ottocento Durante il regno di Carlo I d'Angiò, Bussi fu infeudata a Berardo di Raiano, sino a quando nel Trecento passò alla famiglia dei Conti Cantelmo di Popoli Terme, acquistata da Giacomo Cantelmo. Nel 1377 divenne ufficialmente conte di Bussi Restaino Cantelmo, che comprò il castello con Niccolò Alunno d'Alife; Bussi rimase ai Cantelmo sino al 1579.
Il feudo poi passò nel XVII secolo, con l'indebolimento della famiglia di Popoli Terme, ai Pietropaoli di Castelvecchio Calvisio nel 1579, già signore di Navelli, e successivamente a Cosimo I de' Medici, granduca di Toscana nel 1611, signore di Calascio e Barone di Carapelle, e Principe di Capestrano, poi andò a don Ferrante de Medici, che restaurò il castello, che assunse il toponimo "mediceo". Alla fine del XVIII secolo Bussi divenne terra regia e il feudo andò ai Borboni, sino al 1861.All'interno del castello sorse la chiesa di San Biagio ornata da un portale di pietra e impreziosita da un campanile a torre in blocchi di pietra squadrati. L'architrave del portone d'ingresso reca un'iscrizione in latino che indica la data 1791, ai margini del paese vi è invece la chiesa di San Lorenzo di origine medievale, con portale in pietra. L'interno è a navata unica con abside semicircolare, presso l'altare c'è una scultura che raffigura l'Agnus Dei, ristrutturata nel 1926.
Nel 1743 con la restaurazione di Carlo III di Borbone, entrò nel Regno delle Due Sicilie, Maria Luisa de Medici, figlia di Gian Gastone, non potendo succede al padre sul trono dell'Etruria, fu costretta a cedere Bussi alla corona borbonica. Nel 1806 caduto Ferdinando IV di Borbone figlio di Carlo III, eletto re di Napoli Giuseppe Bonaparte, Bussi fu liberata dal giogo feudale e divenne un municipio. Nel 1860 ci fu l'annessione plebiscitaria all'Italia sotto il sindaco Francesco Di Giamberardino.
Nel 1889 al nome semplice di Bussi, per evitare casi di omonimia con altri centri italiani, si aggiunse "sul Tirino", specificando il fiume che lambisce il paese. Tuttavia in molti segnali stradali, nonché tra le genti abruzzesi, il paese è ancora chiamato semplicemente "Bussi".
L'impianto Montedison di Bussi, dalle origini alla seconda guerra mondiale
L'impianto idroelettrico di Bussi fu progettato nei primi anni del '900 insieme alla Società Elettrica Italiana "Vola", poi riconvertita dalla Montecatini nel 1904, di Piano d'Orta (Bolognano). Nel 1887-888 venne realizzato anche il tronco ferroviario che passava per Bussi, da L'Aquila verso il tracciato Sulmona-Popoli Terme-Scafa-Chieti Scalo-Pescara. L'impianto di Bussi Officine in cui si produceva energia elettrica attraverso il clorito sodico e l'acido cloridrico, fu inaugurato nel 1901. Durante il fascismo a partire dal periodo coloniale in Libia, il sito venne utilizzato per la produzione del gas mostarda, un acido estremamente dannoso, capace di corrodere la pelle e distruggere le cellule.
Nell'epoca della seconda guerra mondiale, la disponibilità di iprite del servizio chimico italiano nel 1939-40 era aumentata di 400 tonnellate: Mussolini contava di vincere la guerra avvalendosi dell'uso di gas, in barba alle regole della Convenzione di Ginevra del 1925, e fu Bussi con la società Dinamite Nobel per la produzione di aggressivi chimici: le officine sono raccolte in 10 ettari del SIN "Sito di Interesse Nazionale per la Bonifica"; durante la guerra era la prima a produrre Iprite e Disfogene durante la guerra in Abissinia, era tra le maggiori fabbriche specializzate in aggressivi dopo le fabbriche di Rumianca a Pieve Vergonte (Verbano); in Val Pescara si producevano al giorno tonnellate di iprite tecnica e ancora una tonnellata al giorno di Fosgene e un'altra di Difosgene. Tali informazioni sono nei documenti del libro I gas di Mussolini di Angelo Del Boca, Editori Riuniti.
Delle 20 tonnellate di Yprite quotidianamente prodotte in Italia, per armare le bombe e le granate dei soldati fascisti impegnati contro i gli Etiopi, 10 tonnellate erano garantite dallo stabilimento S.A. Dinamite Nobel di Bussi. Nessuno riferimento ai rifornimenti bellici prodotti in un'altra fabbrica che sempre in Val Pescara e a breve distanza dal sito industriale, sembra avesse finalità militari simili a quelle dello stabilimento della Dinamite Nobel. Una terza società, dopo la Montecatini di Piano d'Orta, era attiva dal 1927 in Pratola Peligna presso le falde acquifere di San Cosimo, che produceva polveri da sparo ed esplosivi. Nel 1943-44 gli alleati bombardarono ripetutamente queste fabbriche.
Seconda guerra mondiale Nel 1943 a Creta il sottotenente Siro Riccioni di Bussi, a seguito dell'armistizio di Badoglio, si rifiutò di consegnare le armi e le munizioni, rifugiandosi in montagna, sicché per i tedeschi fu condannato a morte, con una taglia sulla sua testa. Riccioni riuscì a sfuggire all'arresto e si mise a capo di un gruppo di partigiani greci con il nome di battaglia Georgos Sfendilakiscfr G. D'Orazio, Operazione Teseo: il soldatino eroe stufo di stare dalla parte sbagliata., riuscì a liberare 272 commilitoni dalla fucilazione, e a mettere in salvo 2000 militari italiani dai rastrellamenti tedeschi, meriti per cui fu insignito alla Medaglia d'argento al valor militare.
Nel dicembre 1943 invece Bussi fu teatro di un eccidio compiuto da nazi-fascisti: dieci partigiani, catturati a inizio mese con un'imboscata favorita da una delazione, il giorno 14 vennero fucilati in località Parata, in una vecchia cava fatta saltare subito dopo l'esecuzione. Le vittime, - metà delle quali ex-militari, erano tutte di Chieti tranne il loro comandante, Salvatore Cutelli, poi insignito della medaglia d'oro al valore militare.
Fatti del Novecento sino ad oggi Dapprima appartenente alla provincia dell'Aquila, nel 1927, con la nascita della provincia di Pescara, Bussi passa a quest'ultima, definendo il confine più settentrionale della provincia pescarese con L'Aquila, insieme a Popoli Terme, prima di arrivare nel cuore della Valle del Tirino, presso Capestrano.
Nel 1901 fu costruita la centrale chimica Edison per la produzione di materiale aggressivo ottenuto dal cloro per le cause belliche dell'Italia prima in Africa, e poi nella seconda guerra mondiale. Negli anni '20 fu realizzata anche la cava di bauxite presso la montagna. Dopo la seconda guerra mondiale, in cui il sito di Bussi Officine fu bombardato, l'attività della Montedison continuò sino alla chiusura recente, per inquinamento delle falde acquifere del Tirino, fiume affluente dell'Aterno-Pescara. Per anni Bussi era divenuto un centro industriale, e successivamente ha tentato di risollevarsi con la valorizzazione turistica e naturale del territorio, venendo però colpita seriamente dal terremoto dell'Aquila del 2009.
Il terremoto ha lesionato varie case del centro storico, la chiesa di San Biagio, il castello, rendendoli inagibili. Mentre la chiesa è stata riaperta nel 2017, in quest'anno sono partiti i lavori di recupero del castello, ancora in fase di ultimazione. Anche la chiesa di Santa Maria di Cartignano è stata oggetto di un importante piano di recupero archeologico, in fase ci completamento.
Simboli Lo stemma e il gonfalone sono stati concessi con DPR del 15 aprile 1969.
Il gonfalone è un drappo troncato di verde e di bianco.
Monumenti e luoghi d'interesse
Chiesa parrocchiale di San Biagio e San Nicola di Bari Costruita nel Trecento, ha un aspetto barocco. La pianta è a croce latina con una navata interna, e il campanile è una torre quadrangolare. La chiesa si trova sul corso principale di Bussi, la facciata barocca ha un aspetto rustico, un semplice portale in pietra architravato rifatto nel 1791 come recita l'iscrizione, il campanile turrito è in blocchi squadrati di pietra e termina a cuspide. Il portale coronato è ricurvo, nel tipico stile barocco, con uno stemma gentilizio presso il frontone. L'interno è a navata unica, con cappelle laterali introdotte da archi a tutto sesto su pilastri con trabeazione e capitelli corinzi. La chiesa è stata danneggiata dal terremoto del 2009, e restaurata nel 2017-18 Chiesa di Santa Maria di Cartignano