Biografia Figlia del capitano Vincenzo De Palo, cofondatore dell'allora gabinetto scientifico investigativo dell'Arma dei carabinieri, e di Renata Capotorti, professoressa di lettere, fin da piccola, guidata dal fratello maggiore, Giancarlo De Palo, si appassiona con lui alla professione del giornalismo seguendo le "lezioni" dispensate dal Corriere dei Piccoli. Nel novembre 1970 nasce Parliamone insieme, quindicinale di attualità e politica, del quale la sua amica coetanea Loredana Lipperini disegna le copertine e cura le diverse rubriche.

A vent'anni Graziella e Loredana cominciano a lavorare all'agenzia di stampa Notizie radicali, nella sede storica del Partito Radicale in via di Torre Argentina, dove Graziella conosce il giornalista professionista Italo Toni, al quale si lega, e comincia a collaborare alle testate ABC, Quotidiano donna, I Consigli, Quotidiano dei Consigli, e, soprattutto, L'Astrolabio, il periodico fondato nel 1963 da Ernesto Rossi e Ferruccio Parri, e all'epoca diretto da Luigi Anderlini, eletto come Indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano.

Nel 1980, il direttore di Paese Sera, Giuseppe Fiori, impressionato dall'accuratezza delle inchieste di Graziella sul mondo dei Servizi Segreti, ed alla stretta interconnessione di questi ultimi con il poderoso sistema dell'industria bellica italiana, da lei rivelato, la chiama con sé al proprio quotidiano; in particolare, le commissiona un'inchiesta a puntate sull'argomento e sulle connessioni del traffico di armi tra Italia e Medio Oriente, e viceversa. Graziella aveva intervistato al riguardo più volte in merito l'onorevole socialista Falco Accame, già presidente della commissione difesa della Camera, citandone le interrogazioni parlamentari che alludono — ma senza farne esplicitamente il nome — alla figura del colonnello Stefano Giovannone, già firmatario del cosiddetto Lodo Moro e capocentro del SISMI a Beirut, dove cura i rapporti con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Graziella scrive così alcuni tra i suoi migliori e documentati articoli, in particolare quello uscito il 21 marzo 1980, intitolato False vendite, spie, società fantasma: così diamo armi.

Viaggio in Libano e scomparsa Il 22 agosto 1980 Graziella, in compagnia del collega Italo Toni, parte per Damasco, in Siria: destinazione il Libano e i campi profughi palestinesi. Ad organizzare e pagare il viaggio dei due giornalisti è il rappresentante dell'OLP a Roma, Nemer Hammad.

Il 23 agosto Graziella e Italo passano in macchina la frontiera tra Siria e Libano e arrivano a Beirut Ovest, la zona della capitale libanese sotto mandato siriano, dove Al Fatah, la principale organizzazione dell'OLP, guidata direttamente da Yasser Arafat, offre loro una stanza presso l'hotel Triumph, mentre li aiuta a far da interprete un sacerdote cattolico palestinese, monsignor Ibrahim Ayad, già conosciuto e intervistato da Graziella a Roma, che li porta ad assistere ad un battesimo.

Il 1º settembre, evidentemente preoccupati per la propria incolumità personale, i due giornalisti si recano all'ambasciata italiana a Beirut, dove comunicano al primo consigliere Guido Tonini, che fa le veci dell'ambasciatore Stefano D'Andrea, in vacanza, di voler visitare il Sud del Libano e in particolare il Castello di Beaufort, postazione dell'OLP spesso attaccata dalle forze israeliane durante la guerra civile libanese. Per proteggere la loro incolumità personale, chiedono di essere cercati dal personale dell'ambasciata se entro tre giorni non dovessero fare ritorno all'hotel Triumph, ricevendo ampie assicurazioni in tal senso.

La mattina dopo, 2 settembre, Graziella e Italo sarebbero dovuti partire per questo viaggio su una jeep del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina di Nayef Hawatmeh, che Graziella aveva intervistato nei giorni precedenti, come risulta dal suo taccuino. Sul veicolo avrebbe dovuto trovarsi Piera Redaelli, militante italiana filopalestinese. Da quel momento non si troveranno più tracce dei due giornalisti.

Le ricerche Le ambasciate italiane di Damasco e Beirut si allertano in realtà solo alla fine di settembre, in seguito alle telefonate della famiglia di Graziella, in particolare la madre Renata Capotorti ed il fratello maggiore Giancarlo De Palo.

Giancarlo ha da subito accanto a sé il giornalista diciottenne Maurizio Caprara, appena passato da il manifesto alla cronaca di Roma del Corriere della Sera, il quale si offrirà subito di accompagnarlo a Beirut, da dove, telefonicamente, l'ambasciatore Stefano D'Andrea sollecita il viaggio dei familiari e consiglia di dare il massimo rilievo alla vicenda. D'Andrea è amico del giurista professore Francesco Capotorti, cugino primo di Renata Capotorti.

Giancarlo userà il microregistratore prestatogli da Maurizio nei propri incontri con le varie personalità contattate e, quasi subito, cominceranno ad emergere nelle varie inchieste sulla scomparsa di Graziella e Italo, le prime gravi incongruenze e contraddizioni, mentre il primo politico italiano a cui si rivolge è Luciana Castellina, che lo conforta dopo aver sentito il suo amico del SISMI, il colonnello dei Carabinieri Stefano Giovannone, corrispondente del Servizio a Beirut, al quale la famiglia De Palo era stata rimandata, dopo infinite tergiversazioni, dallo stesso Nemer Hammad. Alla vicenda viene interessato attivamente anche monsignor Ilarion Capucci, che renderà visita alla famiglia, ipotizzando che i due giornalisti si trovino in qualche prigione tra Siria e Libano. Nel frattempo interviene anche l'inviato di Panorama, all'epoca il primo news magazine italiano, che aveva pubblicato con gran rilievo la presentazione del saggio Quale movimento/Polemica su Che Guevara, pubblicato da Graziella e Italo pochi mesi prima della loro partenza, il quale, molto pessimista, vorrebbe intervenire subito scrivendo un articolo sul caso, mentre Giancarlo, che intanto ha ricevuto le prime, importanti rassicurazioni da parte del colonnello Giovannone, che chiede il silenzio stampa, lo blocca con l'aiuto di Maurizio, offrendogli in cambio, al chiarimento di tutta la vicenda, l'esclusiva di tutte le cassette registrate.

Agli inizi di ottobre il segretario generale del Ministero degli Affari Esteri, Francesco Malfatti di Montetretto, aveva deciso infatti di affidare l'inchiesta sulla scomparsa dei due giornalisti proprio al capocentro del SISMI a Beirut, il colonnello Giovannone, e non all'ambasciatore italiano a Beirut, Stefano d’Andrea, subito dopo che, il 18 ottobre 1980, l'ambasciatore D'Andrea aveva scritto allo stesso Malfatti un telex segreto nel quale comunicava che il rapimento di Graziella e di Italo era opera di Al Fatah, precisando di essere a conoscenza perfino dei nomi dei loro killer.

Il Malfatti, che si scoprirà in seguito essere affiliato alla P2, nasconde l'esistenza di questo telex allo stesso Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che prende subito molto a cuore la vicenda, durante il primo dei quattro ricevimenti della famiglia, nell'ottobre 1980 e omettendo di convocarlo lo trasferisce improvvisamente a Copenaghen.

Dopo l'udienza dal presidente Pertini, Giancarlo, uscito dal Quirinale, si reca, nell'estremo tentativo di vederci chiaro, direttamente a casa del colonnello Giovannone, il cui indirizzo aveva trovato sull'elenco telefonico. Gli apre, circondata da una muta di pastori maremmani, la signora Giovannone, tesa ma gentile e gli dice che il marito è a Beirut, dove si occupa notte e giorno della vicenda, in attesa, per quanto riguarda Graziella, del suo felice epilogo: infatti un aereo militare è pronto a rimpatriarla. Appena il marito ripasserà per Roma, si farà vivo con lui per incontrarlo.

Intanto, sia i familiari di Graziella che quelli di Italo avevano ricevuto da un oscuro funzionario (tale Formica) dell'ufficio Emigrazione della Farnesina, diretto dall'Ambasciatore Giovanni Migliuolo, una telefonata che vietava loro di recarsi in Libano "per ordini superiori": il contrario di quanto aveva auspicato nei primi giorni dalla notizia della scomparsa l'allora ambasciatore Stefano D'Andrea.

Stefano Giovannone, quando si incontra per la prima volta con Giancarlo, nel pomeriggio del 30 novembre 1980 al Caffè Doney di via Veneto, allo scopo di scagionare l'OLP, cerca di accreditare la tesi che i due giornalisti siano stati rapiti a Beirut Est, la zona della città controllata dai Falangisti cristiano-maroniti, sostenendo che almeno Graziella sia ancora viva. Nasce così il depistaggio della "falsa Graziella", costruito ad arte servendosi del viaggio a Beirut Est della Massona romana Edera Corrà, la quale si sarebbe registrata all'albergo Montemar, dove alloggiava con due connazionali italiani, con il nome di Graziella De Palo, telefonando anche, sempre a nome di Graziella, al capo delle Milizie Falangiste Bechir Gemayel per chiedergli un'intervista, che le viene gentilmente accordata. Poco dopo, però, alla Corrà viene comunicato il ritrovamento dei cadaveri dei due giornalisti italiani all'ospedale americano di Beirut Ovest. D'Andrea non concede alla Corrà di assistere al rinvenimento delle salme, con il risultato di vedersi accusato da lei e, molti mesi dopo, dallo stesso colonnello Giovannone di averne fatto occultare i corpi. Qualche tempo dopo, un giornalista vecchio amico di Italo Toni, si fa vivo con la famiglia De Palo: è il redattore de L'Europeo Piero Petrucci, che si offre di accompagnare i familiari a Beirut a spese dell'editore Rizzoli. In quello stesso periodo, il Ministero degli Esteri aveva chiesto ai familiari una somma di danaro per finanziare le ricerche.

La notizia dell'imminente partenza di Petrucci preoccupa Giovannone, che manovra Giancarlo in ogni modo possibile per impedirla. A parte i familiari di Graziella, Piero Petrucci sarà il primo, e per lungo tempo unico, inviato a Beirut per scrivere una corrispondenza sul caso, intitolata E un giorno a Beirut sparirono nel nulla. L'articolo giustappone, senza prendere posizione, le diverse ipotesi sulla duplice scomparsa, proprio come vuole il colonnello Giovannone, che ne è l'ispiratore occulto e che trasforma il Petrucci in un suo galoppino, fornendogli materiale per altri articoli in cambio del ritorno del silenzio stampa sulla vicenda.

Il 18 aprile 1981, la famiglia De Palo si reca a Damasco per incontrare Yasser Arafat, il quale, conferma che Graziella è viva e ne promette la liberazione attraverso una trattativa con le autorità Falangiste, ma il 12 giugno 1981, la milizia cristiano maronita smentisce la paternità del rapimento, avvenuto a Beirut ovest, territorio sotto lo stretto controllo dell'OLP.

Il 14 gennaio 1982 il governo italiano apre un'istruttoria, affidandola a Giancarlo Armati, sostituto procuratore della Procura di Roma. Il 24 gennaio 1983, la famiglia De Palo si reca nuovamente in Libano, portando con sé una delegazione di giornalisti italiani. A invitare la famiglia a recarsi nuovamente in Libano è stato Abu Ayad, capo dei servizi segreti dell'OLP, che dichiara che Graziella è ancora viva e in mano ai Falangisti cristiano-maroniti. Anche questo viaggio non porta ad alcun risultato concreto nelle indagini.

Ipotesi sulla scomparsa La scomparsa di Graziella De Palo e Italo Toni è stata spesso messa in relazione con il sequestro dei missili ad Ortona nella notte tra il 7 e l'8 novembre 1979, un sequestro che portò all'arresto di Abu Anzeh Saleh, palestinese con passaporto giordano, responsabile della struttura militare clandestina del FPLP in Italia. Pochi giorni dopo, il 13 novembre, venne incriminato anche George Habash, leader del FPLP. In quell'occasione il FPLP accusò l'Italia di non aver rispettato i patti, riferendosi al lodo Moro e annunciando pesanti ritorsioni. Il processo contro Habbash e Saleh iniziò proprio nell'agosto del 1980, quando Graziella De Palo e Toni si stavano recando prima a Damasco e poi in Libano.