Gysbreght van Aemstel (1637-38) è una tragedia in cinque atti di stampo classicista del drammaturgo neerlandese Joost van den Vondel. La sua rappresentazione all'inaugurazione del primo teatro in pietra di Amsterdam nel 1637 fu un evento di notevole importanza per la città. Tuttavia, la prima rappresentazione dell'opera dovette essere posticipata a causa delle obiezioni di natura religiosa sollevate nei confronti di alcuni aspetti della trama. L'opera tratta della caduta della città di Amsterdam nell'anno 1300. L'opera presenta come modello principale l'Eneide di Publio Virgilio Marone

Dopo la prima rappresentazione, la messa in scena del Gysbreght van Aemstel di Vondel divenne una tradizione teatrale annuale ad Amsterdam, con spettacoli che si svolgevano in varie stagioni e periodi dell'anno. La tradizione che si mantenne per secoli era soprattutto recarsi a teatro all’inizio dell’anno nuovo per vedere il Gysbreght van Aemstel. Nel XIX secolo, in particolare, l'opera divenne associata alle celebrazioni di Capodanno, con una première annuale che si protrasse fino al 1968.

Questa tradizione di lunga data testimonia l'importanza culturale e storica dell'opera e del teatro stesso per la comunità di Amsterdam. La capacità di Vondel di reinterpretare elementi storici e religiosi in un contesto teatrale contribuì a far sì che Gysbreght van Aemstel diventasse una parte significativa del patrimonio teatrale olandese.

Struttura e genesi dell'opera Seguendo il modello dei classici, il Gysbreght van Aemstel (scritto in versi alessandrini rimati) è una tragedia in cinque atti, ognuno dei quali è concluso con un coro (in olandese Rey). I cori sono riflessioni liriche parlate o cantate, che fanno riferimento al modello dei canti corali greci.

La tragedia è dedicata a Ugo Grozio, che in quel momento storico si trovava in esilio in Francia nel 1638 a causa del suo coinvolgimento nei contrasti religiosi tra rimostranti e controrimostranti (cfr. arminianesimo). Il suo obiettivo era il ripristino dell'unità tra tutti i cristiani, tornando alla situazione della Chiesa primitiva dei primi secoli dopo Cristo. Vondel conclude la sua introduzione, rivolta a Grozio con le seguenti parole: "Offro a Vostra Eccellenza nel suo esilio il mio Gysbreght van Aemstel, l'esilio pio e coraggioso".

Anche la tragedia Geeraerd van Velsen di PC Hooft del 1613 e la tragedia Geraert van Velsen lyende di Suffridus Sixtinus del 1628 sono basate sulle vicende che circondano lo stupro di Machteld van Woerden (moglie di van Velsen e figlia di van Woerden) e il conseguente omicidio di Floris V. Questi eventi complicati costituiscono il nucleo della trama nel "Gysbreght" di Vondel.

Sinossi dell'opera

Atto I Il primo atto si svolge nel pomeriggio prima della notte di Natale intorno al 1300. La città di Amsterdam è sotto assedio da un anno da parte delle truppe dei Waterlanders e dei Kennemeren, desiderose di vendicare l'omicidio del conte Floris V d'Olanda. Si sospetta che Gysbreght van Aemstel, signore della città di Amsterdam, abbia avuto un ruolo nell'omicidio. Gysbreght esprime la sua gioia nel lungo monologo di apertura dopo aver appreso che le truppe nemiche si sono ritirate. Suo fratello Arend va a verificare se ciò è vero. L'abate Willebrord del monastero certosino riferisce a Gysbreght che Willem van Egmond e Diederick van Haarlem, due leader nemici, hanno interrotto l'assedio dopo un litigio e hanno abbandonato la città. Quando Arend torna, porta con sé un prigioniero. Vosmeer, il prigioniero, dall'aspetto miserabile, racconta che il nemico ha dimenticato, nella fretta, una nave carica di sottobosco, il Cavallo di Mare. Gysbreght ordina che la nave venga portata in città. L'atto si chiude con il canto delle vergini di Amsterdam, in cui si celebra la vittoria e la nascita di Cristo.

Atto II Nella serata, presso il monastero certosino, Willem van Egmond e Diedrick van Haerlem comunicano che intendono sopraffare gli uomini di Gysbreght con l'aiuto dei soldati nascosti nella nave Cavallo di Mare. Ai soldati viene ordinato di non disturbare i monaci e di mantenere il silenzio. A tarda sera, Diedrick Van Haerlem chiede al portiere del monastero di chiamare il priore Willebrord. Quando Diederik chiede il permesso di far trascorrere la notte ai soldati nel monastero, Willebrord inizialmente rifiuta, ma poi acconsente. Lungo il canale cittadino, Van Egmond parla con Vosmeer (la spia), che nel frattempo è riuscito a fuggire i. Quest'ultimo ha attraversato il canale a nuoto e racconta che la nave con i soldati è stata portata in città (una situazione simile alle storie del cavallo di Troia e della nave di torba di Breda). Egmond dichiara che tutto è pronto per l'attacco; il resto delle truppe è preparato nel monastero. Egmond conclude con le parole: "Che Dio voglia che tu ed io possiamo finalmente essere felici". L'evento si conclude con il coro dei nobili (Rey van Edelingen). Nella canzone si celebra la nascita del Salvatore Gesù a Betlemme e si canta la bontà di Dio.

Atto III Badeloch, consorte di Gysbreght, racconta con sgomento di aver sognato la sua defunta nipote Machteld. Machteld, angosciata, si stracciava i vestiti e dichiarava che gli sforzi di Gysbrecht erano vani; il nemico non era stato sconfitto. Machteld esortò Gysbrecht a salvare il vescovo Gozewijn e sua figlia Klaeris, e consigliò a Badeloch di fuggire. Il timore di Badeloch che il sogno potesse prefigurare la realtà si rivelò fondato quando Fra' Peter annunciò che lui e Gysbrecht dovevano recarsi in guerra. Il nemico era tornato con un esercito più numeroso e la città era in fiamme. Badeloch temeva che fosse troppo per Gysbrecht. Egli non lo meritava; era uomo pio e dal cuore nobile. Il fratello Pietro rispose che Dio mette alla prova solo i suoi eletti. Quando Gysbrecht, dallo Schreierstoren, vide la situazione, desiderò combattere. I suoi alleati gli promisero il loro sostegno. Nel frattempo, Badeloch pregava Dio di proteggere Gysbrecht.

Nella cappella del Monastero delle Clarisse risuonava la canzone delle Clarisse, un canto che trattava dell'infanticidio di Betlemme e del superbo Erode.

Atto IV Gysbreght cerca di persuadere il vecchio vescovo Gozewijn a fuggire dal rapido avvicinarsi del nemico. Desidera portare il vescovo sulle spalle (Vondel allude qui all'episodio dell'Eneide di Virgilio in cui Enea trasporta suo padre sulle spalle durante la fuga da Troia). Tuttavia, Gozewijn dichiara di essere pronto a morire e ad unirsi a Dio. Anche le suore, inclusa Klaeris, rifiutano di abbandonare Gozewijn. Sono anch'esse pronte a morire con lui. La scena si conclude con un "spettacolo muto", suggerendo che il vescovo Gozewijn e le suore siano stati assassinati.

Nella seconda scena, Badeloch è sconvolta quando vede Arend van Aemstel, il quale fornisce un dettagliato resoconto dell'orribile spettacolo di fronte ai suoi occhi. Badeloch teme che anche Gysbreght sia stato ucciso. Nel canale di Burghzaten, gli abitanti del castello cantano sul tema dell'amore coniugale, esprimendo la tristezza che Badeloch prova per la presunta morte del marito. La scena si conclude con una preghiera rivolta a Dio per alleviare il suo dolore.

L'esclamazione di Badeloch, annunciando di aver udito la voce di Gysbreght e di vederlo di fronte al cancello, chiude la scena.

Atto V Gysbreght comunica a Badeloch che la battaglia per il municipio è perduta. Un messaggero riporta che anche il Monastero delle Clarisse è caduto; de Witte van Haemstede ha ucciso tutte le suore e il vescovo Gozewijn. I cittadini fuggono al castello dei Van Aemstel. Il messaggero esorta Gysbreght a contrattaccare e poi a distruggere il ponte. Viene portato Arend, il fratello di Gysbreght , gravemente ferito, e poco dopo muore. Lo squillo di tromba annuncia l'arrivo del Signore di Vooren, il quale chiede la resa. Gysbreght rifiuta e cerca di convincere Badeloch a fuggire in barca con i bambini. Tuttavia, Badeloch non vuole; preferirebbe morire piuttosto che abbandonare il marito. Dopo che Gysbreght minaccia furiosamente di andarsene, Badeloch è infine disposta a salire a bordo.

A questo punto, appare l'angelo Raffaele a nome di Dio, ordinando a tutti di fuggire: "Lasciate la vostra legittima eredità e non cercate di entrare in nulla". L'angelo dice a Gysbreght che deve fondare una Nuova Olanda in Prussia. "Ora", nel XIV secolo, è inutile continuare a combattere; tra 300 anni, al tempo delle prime rappresentazioni, la città risorgerà dalle sue ceneri

Il coro delle monache clarisse (Atto III) Sulla scia dei classici, Vondel conclude gli atti con una riflessione lirica, legata ai canti corali greci, parlati o cantati, separata dall'azione. Il terzo atto è concluso dalle monache che, con il Rey van Klaerissen (Gysbrecht, vs. 903 - 950), intonano un canto sull'Infanticidio di Betlemme.

Il rey ebbe in seguito un'esistenza separata come canto. Fu incluso, tra gli altri, nel Livre Septième del 1644. La melodia del canto e la sua impostazione polifonica sono alternativamente attribuite ai compositori Cornelis Padbrué e Dirk Janszoon Sweelinck, con adattamenti anche nel XX secolo, tra cui l'impostazione per coro misto a quattro voci di Gaston Feremans. Il musicista ecclesiastico olandese Jan van Biezen riteneva che il salto di ottava su "Kerstnacht" fosse inappropriato. Egli compose la versione inclusa nel Liedboek voor de Kerken del 1973.

Il testo riporta la versione completa del coro in lingua originale.

O Kersnacht, schooner dan de daegen,

Hoe kan Herodes 't licht verdraegen,

Dat in uw duisternisse blinckt,

En word geviert en aengebeden?

Zijn hoogmoed luistert na geen reden,

Hoe schel die in zijn ooren klinckt.

Hy pooght d'onnoosle te vernielen,

Door 't moorden van onnoosle zielen,

En weckt een stad en landgeschrey,

In Bethlehem en op den acker,

En maeckt den geest van Rachel wacker.

Die waeren gaet door beemd en wey.

Dan na het westen, dan na'et oosten.

Wie zal die droeve moeder troosten,

Nu zy haer lieve kinders derft?

Nu zy die ziet in 't bloed versmooren,

Aleerze naulix zijn geboren,

En zoo veel zwaerden rood geverft?

Zy ziet de melleck op de tippen

Van die bestorve en bleecke lippen,

Geruckt noch versch van moeders borst.

Zy ziet de teere traentjes hangen,

Als dauw, aen druppels op de wangen:

Zy zietze vuil van bloed bemorst.

De winckbraeuw deckt nu met zijn booghjes

Geloken en geen lachende ooghjes,

Die straelden tot in 't moeders hart,

Als starren, die met haer gewemel

Het aenschijn schiepen tot een' hemel,

Eer 't met een' mist betrocken werd.

Wie kan d'ellende en 't jammer noemen,

En tellen zoo veel jonge bloemen,

Die doen verwelckten, eerze noch

Haer frissche bladeren ontloken,

En liefelijck voor yder roken,

En 's morgens droncken 't eerste zogh?

Zoo velt de zein de korenairen.

Zoo schud een buy de groene blaeren,

Wanneer het stormt in 't wilde woud.

Wat kan de blinde staetzucht brouwen,

Wanneerze raest uit misvertrouwen!

Wat luid zoo schendigh dat haer rouwt!

Bedruckte Rachel, schort dit waeren:

Uw kinders sterven martelaeren,

En eerstelingen van het zaed,

Dat uit uw bloed begint te groeien.

En heerlijck tot Gods eer zal bloeien,

En door geen wreedheid en vergaet.

La figura storica di Gysbreght van Aemstel