Il raid a Cabanatuan (in filippino: Pagsalakay sa Cabanatuan), noto negli Stati Uniti come il Grande Raid (in inglese: the Great Raid; in filippino: Ang Dakilang Pagsalakay), ebbe luogo durante la campagna delle Filippine della seconda guerra mondiale, con lo scopo di salvare dei prigionieri di guerra statunitensi e dei civili filippini dal campo giapponese presso Cabanatuan, sull'isola di Luzon. Il 30 gennaio 1945, un gruppo di soldati statunitensi appartenenti ai ranger e all'unità da ricognizione, denominati Alamo Scout, della 6ª Divisione di fanteria coadiuvati da guerriglieri filippini liberarono più di 500 uomini.

Dopo la resa di decine di migliaia di soldati alleati nel 1942, in seguito alla marcia della morte di Bataan, i giapponesi suddivisero e imprigionarono i sopravvissuti in diversi campi di prigionia. A Cabanatuan, tenuti in condizioni brutali, con il progredire del conflitto i prigionieri iniziarono a temere di essere uccisi dai giapponesi prima che le truppe statunitensi giungessero per liberarli. Tale era anche la preoccupazione dei comandanti della 6ª Armata, i quali, assieme alla Resistenza filippina, a fine gennaio 1945, realizzarono un piano per salvare i prigionieri. Il gruppo di ranger e di ricognitori dell'Esercito, accompagnati da guerriglieri filippini, si inoltrarono così oltre le linee giapponesi, per raggiungere il campo di prigionia.

Nel raid notturno che ne seguì, il gruppo colse di sorpresa le truppe giapponesi di guardia. Centinaia di nipponici rimasero uccisi nell'attacco, durato appena trenta minuti, e che causò perdite minime tra gli statunitensi. I 552 prigionieri liberati furono poi scortati alle linee americane. Essi poterono poi testimoniare quanto avvenuto nella marcia della morte e sulle atrocità subite nel campo di prigionia, mentre i liberatori ricevettero onorificenze dal generale MacArthur e dal presidente Franklin D. Roosevelt.

Il contesto storico

Con l'attacco di Pearl Harbor di fine 1941, gli Stati Uniti furono coinvolti nel secondo conflitto mondiale. Forze statunitensi, guidate dal generale Douglas MacArthur, erano già presenti nelle Filippine, come deterrente contro i giapponesi, i quali invasero comunque l'arcipelago a poche ore dall'attacco alle Hawaii. L'andamento negativo della campagna che ne seguì, spinse pochi mesi dopo il presidente Roosevelt a ordinare a MacArthur di lasciare l'arcipelago, promettendo che un giorno sarebbe potuto tornare e liberare le Filippine. I 72 000 soldati delle forze statunitensi,L'USAFFE era formato da ricognitori dell'Esercito altamente addestrati e dall'inadeguato Esercito filippino. con armamenti datati, pochi rifornimenti, malati e malnutriti, infine si arresero ai giapponesi il 9 aprile 1942.

I nipponici avevano previsto di dover gestire tra i 10 000 e i 25 000 prigionieri, per i quali avevano organizzato due ospedali, vettovaglie a sufficienza e un numero di guardie adeguate, tuttavia si ritrovarono a dover gestire più di 72 000 uomini. Dopo la marcia della morte, lunga quasi cento chilometri, solo in 52 000 (9 000 statunitensi e 42 000 filippini) raggiunsero quella che era stata la base militare statunitense di Camp O'Donnel. I 20 000 decessi furono causati da malori, fame, torture e uccisioni. Con la chiusura della base militare, la maggior parte dei prigionieri furono trasferiti al campo di prigionia di Cabanatuan, dove si riunirono con quelli provenienti dall'area di Corregidor.

Nel 1944, quando le truppe statunitensi sbarcarono nelle Filippine, il comando giapponese ordinò che i prigionieri di guerra fossero uccisi, per evitare che fossero liberati dagli americani e potessero rinforzarne nuovamente le file. Uno dei metodi usati era quello di radunare i prigionieri, cospargerli di benzina e infine darli alle fiamme.

Il campo di prigionia

Il campo di prigionia di Cabanatuan prese il nome dalla vicina cittadina omonima, anche se i locali si riferivano ad esso come campo Pangatian, dal nome di un villaggio situato nelle vicinanze. Il campo era nato ad uso del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti e successivamente era diventato un campo d'addestramento per l'Esercito filippino. Con l'invasione giapponese, divenne un campo di prigionia, uno dei tre nell'area di Cabanatuan e venne scelto per detenere i prigionieri malati. Copriva un'area di 730 per 550 metri, divisa in due da una strada che l'attraversava longitudinalmente.* Metà del campo fungeva da alloggio per le guardie, mentre la restante parte, che includeva baracche di bambù e un ospedale, era per i prigionieri. L'ospedale, soprannominato "Zero Ward" ("Corsia Zero"), poiché le possibilità di uscirne vivo erano pari a zero, ospitava i prigionieri in condizioni peggiori mentre attendevano la morte, a causa di malattie come la dissenteria e la malaria. Una recinzione con filo spinato, alta due metri e mezzo, circondava il campo, in aggiunta a diverse casematte e a una torre di guardia a quattro piani.

All'apice, il campo ospitò 8 000 soldati statunitensi, oltre a pochi soldati e civili di altri paesi come Regno Unito, Norvegia e Paesi Bassi, rendendolo il campo di prigionia più grande delle Filippine. Questo numerò diminuì significativamente quando gli uomini abili vennero trasferiti in altre aree dell'Asia controllate dai giapponesi per lavorare nei campi di lavoro. Poiché il Giappone non aveva ratificato la Convenzione di Ginevra, i prigionieri potevano essere impiegati anche come forza lavoro nelle fabbriche nipponiche per realizzare armi, navi o nei campi d'aviazione.

I prigionieri ricevevano due pasti di riso al vapore, occasionalmente accompagnati da frutta, zuppa o carne. Per ottenere altro cibo, dovevano contrabbandarlo all'interno del campo durante i viaggi approvati a Cabanatuan. Per impedire che venissero confiscati cibo e beni di vario valore, questi venivano nascosti nei vestiti o nelle latrine, oppure venivano sepolti prima delle ispezioni pianificate. I prigionieri ottenevano del cibo anche in altri modi: rubandolo dalle dispense del campo, corrompendo le guardie, piantando degli orti o uccidendo piccoli animali che entravano nel campo, come topi, serpenti, papere e persino cani randagi. L'operato segreto dei filippini permise di raccogliere migliaia di scatole di chinino che, contrabbandate dentro il campo, permisero di curare la malaria salvando centinaia di vite.

Un gruppo di prigionieri di Corregidor, prima di entrare per la prima volta nel campo, avevano nascosto componenti di una radio nei propri indumenti, per riassemblarla dentro. Quando i giapponesi obbligarono un tecnico statunitense a riparare la loro radio, esso riuscì a rubare altri componenti. I prigionieri ebbero così a disposizione diverse radio con cui poterono ascoltare trasmissioni provenienti persino da San Francisco, permettendo loro di tenersi aggiornati sullo stato della guerra. Anche una macchina fotografica venne contrabbandata nel campo, così venne raccolta una documentazione visiva sulle condizioni di vita nel campo. Infine, i prigionieri riuscirono persino a costruire delle armi e a contrabbandarne le munizioni.

Diversi tentativi di fuga ebbero luogo negli anni, ma la maggior parte si conclusero in fallimenti. In uno di essi, quattro soldati furono ricatturati e i giapponesi obbligarono gli altri prigionieri a guardare mentre venivano picchiati e mentre scavavano la propria fossa prima di essere uccisi. Poco tempo dopo, le guardie stabilirono che, in caso di ulteriori fughe, dieci prigionieri sarebbero stati uccisi per ogni evaso. I prigionieri furono così suddivisi in alloggi da dieci persone, cosa che li motivò a sorvegliarsi a vicenda per impedire tentativi di fuga.

Ai prigionieri fu permesso di realizzare sistemi di fosse biologiche e fossati per l'irrigazione nella loro porzione di campo. Ad un civile filippino era concesso vendere loro prodotti come banane, uova, caffè, taccuini per scrivere e sigarette. Vennero concesse anche attività ricreative come baseball, lancio di ferri di cavallo e ping pong. In aggiunta, erano disponibili tremila libri, la maggior parte consegnati dalla Croce Rossa, mentre la visione di film era permessa raramente. Il campo aveva persino una mascotte, un bulldog allevato da un prigioniero. Ogni anno, verso Natale, le guardie giapponesi permettevano alla Croce Rossa di donare ai prigionieri piccole scatole, contenenti beni come carne, caffè solubile e tabacco. Ai prigionieri veniva infine concesso di inviare cartoline ai parenti, seppur censurate dalle guardie.

Con l'avvicinarsi delle forze statunitensi a Luzon, il Quartier generale imperiale ordinò che i prigionieri abili al lavoro venissero trasportati in Giappone. Dal campo di Cabanatuan circa 1 600 soldati furono prelevati nell'ottobre 1944, lasciando lì i poco più di 500 prigionieri malati, deboli o invalidi. Il 6 gennaio 1945, tutte le guardie abbandonarono il campo lasciando i prigionieri a sé stessi. Prima di andare via, avevano avvisato l'ufficiale al comando dei prigionieri che non avrebbero dovuto tentare la fuga, o sarebbero stati uccisi. Quando se ne andarono, i prigionieri percepirono la minaccia, temendo che i giapponesi stessero aspettando nei pressi del campo per usare la fuga come scusa per ucciderli tutti. Si affrettarono invece a saccheggiare gli edifici delle guardie trovando rifornimenti e grandi quantità di cibo. Per un paio di settimane, rimasero senza guardie, tranne quando le truppe giapponesi in ritirata permanevano temporaneamente nel campo. I soldati perlopiù ignoravano i prigionieri, tranne quando chiedevano loro del cibo. Consapevoli del rischio, i prigionieri inviarono un piccolo gruppo all'esterno del campo, il quale catturò due carabao da macellare. La loro carne, assieme al cibo della dispensa delle guardie, permise ai prigionieri di recuperare forze, peso e vigore. A metà gennaio, un numeroso gruppo di soldati giapponesi in ritirata entrarono nel campo e reclusero nuovamente i prigionieri nella loro parte di campo. Questi ultimi credettero che presto sarebbe giunta la loro ora.

La pianificazione

Il 20 ottobre 1944, le forze del generale Douglas MacArthur sbarcarono a Leyte, dando inizio alla liberazione delle Filippine. Il 14 dicembre, mentre gli Stati Uniti organizzavano le loro forze per iniziare l'invasione di Luzon, circa 150 americani furono uccisi da guardie giapponesi nel campo di prigionia di Puerto Princesa, nell'isola di Palawan. I prigionieri udirono l'allarme aereo e furono condotti in un rifugio, una trincea coperta da tronchi e terra, dove invece furono coperti di benzina e dati alle fiamme vivi. Uno di loro, il soldato Eugene Nielsen, sopravvisse e raccontò quanto accaduto all'intelligence dell'Esercito, il 7 gennaio 1945. Esattamente due giorni dopo, le forze di MacArthur sbarcarono a Luzon e cominciarono l'avanzata verso la capitale Manila.

Il maggiore Robert Lapham, uno degli ufficiali statunitensi responsabili del coordinamento con la Resistenza filippina, e il capitano Juan Pajota, un comandante dei guerriglieri, avevano ipotizzato di liberare il campo di Cabanatuan ma, considerando i problemi su come nascondere e prendersi cura dei prigionieri, rinunciarono. Un piano precedente era stato proposto dal tenente colonnello Bernard Anderson, un altro ufficiale di collegamento con la Resistenza. Egli suggeriva che i guerriglieri avrebbero potuto recuperare i prigionieri e scortarli per 80 km fino alla Baia Debut, dove sarebbero stati trasportati al sicuro da trenta sottomarini. Il piano però fu rigettato da MacArthur, il quale temeva che i giapponesi avrebbero potuto ricatturare i prigionieri e ucciderli tutti. Inoltre, la Marina non aveva un numero sufficiente di sommergibili disponibili per via dell'imminente invasione di Luzon.