I Libri sibillini erano una raccolta di responsi oracolari scritti in lingua greca e conservati nel tempio di Giove Capitolino sul Campidoglio, poi trasferiti da Augusto nel Tempio di Apollo Palatino.
Religione romana La storia della religione romana tramanda di come la Sibilla cumana (in altre versioni Sibilla eritrea) avesse offerto nove libri oracolari al re di Roma Tarquinio il Superbo, il quale però considerò il prezzo troppo esoso. La Sibilla allora bruciò tre di questi libri e offrì i sei rimasti al re, sempre allo stesso prezzo. Il re Tarquinio rifiutò ancora, quindi la sibilla ne bruciò altri tre. Riformulò quindi la proposta a Tarquinio, che questa volta accettò.Vedi anche Aulo Gellio, Noctes Atticae, I, 19
I libri sibillini furono quindi affidati alla custodia di due membri patrizi (duumviri sacris faciundis), che in seguito furono aumentati fino ad un numero di quindici, comprendendo fra essi anche cinque rappresentanti del popolo. Il loro ruolo consisteva nel consultare gli oracoli su richiesta del Senato (i lectisternia), per evitare di contrariare gli dèi con nuove imprese. I libri venivano conservati in una camera scavata sotto il tempio di Giove Capitolino.
I libri bruciarono in un incendio nell'83 a.C., era il periodo della guerra civile tra populares e optimates, e si tentò di ricostruirli cercandone i testi presso altri templi e santuari. Impresa in cui ebbe un ruolo centrale Gellio Poplicola attivo presso Tibur, sede tradizionale della sibilla Albunea. Queste nuove raccolte furono ricollocate nel tempio di Apollo Palatino grazie all'interessamento dell'imperatore Augusto.
Rimasero presso il tempio di Apollo Palatino fino al V secolo, dopo di che se ne persero le tracce. Rutilio Namaziano nel suo poema De reditu suo accusa aspramente il generale Stilicone di averli bruciati nel 408Rutilio Namaziano, De reditu suo, II, 39-60.
Note
Bibliografia
Voci correlate Oracoli sibillini, testo profetico giudeo-cristiano
Collegamenti esterni
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