Le due torri (The Two Towers) è un romanzo di genere fantasy del 1954 scritto da J. R. R. Tolkien; è il secondo volume de Il Signore degli Anelli.

Il titolo Il titolo del romanzo ha suscitato molte discussioni su quali siano effettivamente queste due torri che però l'autore spiega che sono e rappresentano l'unione delle torri di Isengard e Mordor cioè di Saruman e Sauron. Si deve però considerare che esso sarebbe in realtà un titolo "provvisorio", in quanto Il Signore degli Anelli non nasce come una trilogia, bensì come un romanzo unico. Dovendolo quindi separare in tre parti per esigenze editoriali, Tolkien si trovò a dover mettere insieme i due libri centrali, riunendoli sotto un'unica denominazione; ecco come commentò:

Quindi, salvo che non si voglia mantenere l'ambiguità, Le due torri potrebbero essere: Isengard e Barad-dûr, piazzeforti dei due antagonisti del romanzo, Saruman e Sauron Minas Tirith e Osgiliath, la città degli Uomini contro la torre del Nemico Isengard e Cirith Ungol, teatro della maggior parte degli avvenimenti narrati in questi due libri

Trama Libro terzo de Il Signore degli Anelli Capitolo I L'addio di Boromir (The Departure of Boromir)

Il corpo rantolante di Boromir viene ritrovato da Aragorn a circa un miglio dal campo di Parth Galen. Mentre erano infatti separati alla ricerca di Frodo, il gruppo venne attaccato da alcuni orchi e Boromir fu trafitto dalle loro frecce, dopo una disperata quanto vana lotta per impedire ai nemici di rapire Merry e Pipino. Il Ramingo arriva in tempo solo per raccogliere la dolente confessione del moribondo sul suo tentativo di impadronirsi dell'anello, la sua invocazione del perdono e la preghiera di salvare la sua città dalla rovina. Poi il figlio di Denethor, primo capitano di Gondor, muore.

Con l'aiuto di Gimli e Legolas, Aragorn si attarda a dare al corpo dell'amico le esequie funebri: con le armi in pugno e il corpo pietosamente ricomposto, Boromir viene deposto in una delle barche elfiche e sospinto verso le cascate di Rauros. Immediatamente dopo il dovuto omaggio al caduto, Aragorn si precipita a investigare sulla scomparsa di Frodo, e scopre così le tracce della sua fuga con Sam verso la riva orientale. Ormai il Ramingo non ha più dubbi: il destino di Frodo è nelle sue stesse mani, ma quelli che rimangono della compagnia non possono abbandonare i loro piccoli amici – Merry e Pipino – alla tortura e alla morte che li attende nelle mani degli orchi. Il loro dovere è dunque quello di inseguire gli orchi e liberare i giovani hobbit dalla prigionia. Incomincia così un folle, epico inseguimento da parte di Aragorn, Gimli e Legolas, a un giorno di distanza dal rapimento dei loro amici.

Capitolo II I cavalieri di Rohan (The Riders of Rohan)

Tre giorni e una notte dura la faticosa caccia dei tre compagni agli orchi fuggitivi. Senza quasi riposare, mangiando pochi bocconi di lembas cammin facendo, quasi sempre di corsa e con gli occhi puntati a terra alla ricerca di tracce, uomo, nano ed elfo coprono ben quarantacinque leghe, vedendo tuttavia il loro obiettivo allontanarsi sempre più. L'unico momento di speranza è loro dato dal ritrovamento, tra l'erba alta delle vaste pianure di Rohan – il regno degli allevatori di cavalli – di una spilla elfica d'argento sicuramente appartenuta a uno degli hobbit prigionieri. Essa non è semplicemente caduta, ma le impronte dimostrano chiaramente che l'hobbit ha cercato di fuggire ed ha volontariamente lasciato cadere un segno della sua presenza.

L'alba del quarto giorno trova i tre cacciatori dispersi e stanchi nella vasta pianura, a poche miglia da un'immensa ed oscura foresta. E proprio dalla parte della foresta essi vedono avvicinarsi una folta pattuglia di cavalieri dai grigi capelli e dall'imponente statura. I cavalieri di Rohan sono guidati da Éomer, Terzo maresciallo del Mark nonché nipote di re Theoden. Reduci da una battaglia con gli stessi orchi inseguiti da Aragorn. Mentre infatti il sovrano di Rohan è plagiato dalle menzogne di Saruman, sia il nipote che il figlio Theodred hanno iniziato da soli una personale campagna contro lo stregone. Intuendone le intenzioni meligne e scontrandosi sia con gli Uruk-Hai che con gli uomini selvaggi del Dunland. Popolazione autoctona da secoli in forte astio coi Rhoirrim e incalzata da Saruman a commettere incursioni e razzie nei loro territori.

L'incontro tra Éomer e i tre amici è sulle prime burrascoso, ma alla fine i cavalieri si convincono della loro buona volontà e lasciano in prestito ai cacciatori due cavalli, con la promessa di rivedersi al palazzo del re, a Edoras, capitale del regno.

Alla fine, dunque, i tre compagni raggiungono quello che rimane degli orchi: un cumulo di ceneri fumanti e di resti scomposti di armi, sovrastato da un palo con la testa infilzata di un nemico ucciso. Degli hobbit nessuna traccia apparente. Scende la notte, e ai tre non rimane che attendere l'alba per l'ultimo tentativo di individuare qualche segno dei loro amici.

Capitolo III Gli Uruk-hai (The Uruk-hai)

Narra la dolorosa prigionia di Merry e Pipino nelle mani degli Uruk-hai fuggitivi. Una nuova genia di orchi creati da Saruman, più robusti e crudeli, capaci di resistere alla luce del sole, la loro pattuglia è partita da Isengard col preciso mandato di rapire gli hobbit. Con gli Uruk-hai si trovano anche orchi di provenienza nordica, e un drappello di soldati di Mordor. Presto tra le tre componenti scoppia un conflitto proprio in merito alla sorte dei prigionieri. Infatti tra Isengard e Mordor corre un'alleanza incerta e diffidente, a causa dei raggiri e del doppiogioco di Saruman. il quale viene per questo tenuto d'occhio da Sauron. Mentre gli Uruk-hai insistono a ubbidire agli ordini di Saruman gli orchi venuti da Mordor vorrebbero consegnare i due hobbit ai Nazgûl. Ritornati ora in forze e a cavallo di nuovi "destrieri alati". Gli Uruk-hai tuttavia riescono a imporsi con la forza e a uccidere alcuni orchi, costringendoli a seguire il loro itinerario.

Merry e Pipino, feriti e legati, vengono trasportati come pacchi o devono, a volte, correre con le loro stesse gambe alla folle andatura dei loro nemici. Gli Uruk-hai attraversano correndo tutta la pianura di Rohan, diretti a nord-ovest, verso Isengard, per consegnare a Saruman il prezioso bottino hobbit. Durante l'attraversata, Pipino tenta una fuga, lasciando cadere tra l'erba la spilla elfica che verrà poi trovata da Aragorn.

Dopo tre giorni di cammino, gli orchi giungono alle falde della foresta di Fangorn; lì, sono sorpresi da una folta pattuglia di cavalieri di Rohan, comandati da Éomer, gli stessi che poi si incontreranno con il terzetto degli inseguitori. Circondati dai cavalieri, gli orchi si apprestano a una disperata difesa; ma uno di essi, Grishnàkh, soldato di Mordor, presagendo l'imminente rovina, e in conflitto con la volontà di Uglùk, capo degli Uruk-hai, sottrae nascostamente gli hobbit dall'accampamento. Suo segreto intento, naturalmente, è impadronirsi dell'anello, poiché nessuno ha potuto nascondere agli orchi che l'Oscuro signore è disperatamente alla caccia dell'Unico Anello.

Ma la fuga di Grishnàkh viene scoperta dalle sentinelle di Rohan, e l'orco è ucciso. Merry e Pipino sono liberi. Possono così liberarsi dai legami, e scivolando protetti dai loro manti elfici, si dirigono verso l'oscura foresta di Fangorn.

Capitolo IV Barbalbero (Treebeard)

Postisi in salvo, alle prime luci dell'alba, proprio mentre i cavalieri di Rohan sferrano il loro mortale attacco contro gli Uruk-hai, gli hobbit si inoltrano timorosi nell'oscura e millenaria foresta di Fangorn, un residuo degli antichi boschi della Prima Era del mondo. Qui, su un piccolo colle esposto ai raggi del sole, incontrano la creatura più strana e antica della Terra di mezzo: Barbalbero albero (Treebeard), l'Ent, ovvero il pastore di alberi, il custode della foresta. Egli ha la forma di un solido e antichissimo albero, ma è una creatura quasi umana. Occhi e voce rivelano la profondità insondabile della sua mente, e i suoi atti sono improntati a una serena, imperturbabile e imperscrutabile saggezza. Barbalbero conduce Merry e Pipino, come ospiti graditi per la loro semplice naturalità, nella sua dimora, nascosta nelle più lontane radici della foresta, e qui viene da loro messo al corrente degli ultimi avvenimenti della Terra di Mezzo. Avviene così il più stupefacente degli eventi: l'Ent, scosso e infuriato dal tradimento di Saruman – i cui orchi da tempo ormai devastano le propaggini della foresta – si "risveglia". Come un vento di bufera sorto all'improvviso, indice una Consulta tra tutti gli Ent, e insieme a loro decide di recarsi alla guerra contro Isengard. Merry e Pipino, che con la loro venuta sono stati la causa di questa improvvisa svolta degli eventi, vengono portati in trionfo alla testa dell'imponente marcia degli Ent.

Ma qualcosa di ancora più insondabile e inatteso attira l'attenzione degli hobbit: l'intera foresta si sta muovendo a fianco degli Ent, una marea di alberi dal cuore tenebroso si sta scagliando come una tempesta contro le solide difese della rocca di Orthanc.

Capitolo V Il cavaliere bianco (The White Rider)

La narrazione torna sul trio dei cacciatori. Aragorn riesce a scoprire le tracce degli hobbit accanto ai resti della battaglia, e guida così Legolas e Gimli all'interno della foresta di Fangorn.

Giunti sul colle di Barbalbero, una minaccia sembra incombere sui tre amici: un misterioso e anziano viandante si sta avvicinando loro, minaccioso nella sua ambigua somiglianza con Saruman. Indossa infatti un cappuccio che a malapena cela la folta e lunga barba bianca, e si appoggia a un bastone da stregone.

Gimli manifesta immediatamente l'intenzione di ucciderlo, ma il viandante è più veloce di loro e con un'agilità incredibile li raggiunge alla sommità del colle. Stregati dalla sua voce affabile, Aragorn e i suoi amici non sanno risolversi su cosa fare; ma quando il vecchio si siede su un masso, qualcosa di bianco balena tra i suoi stracci come un raggio di sole dalle nuvole. Allora Gimli, sempre convinto si tratti di Saruman, si scaglia con la sua ascia contro il misterioso pellegrino. Ma questi, con un atto di imperio, disarma il nano e i suoi compagni e poi, liberatosi dagli stracci, si manifesta finalmente nel suo vero volto. Riappare dunque Gandalf, nelle bianche vesti di capo degli stregoni, rinato dalla sua lotta col male.

Egli rivela loro l'essenza della sua nuova natura e quanto successogli dopo le vicende di Moria: dopo essere precipitato insieme al Balrog negli abissi più oscuri della terra, i due avversari continuarono il loro duello fin sulle cime più inaccessibili del mondo. Dopo un arduo e violento scontro Gandalf riuscì ad abbattere il Balrog, ma ciò gli costò la vita a sua volta. Tuttavia il suo spirito venne "rimandato indietro", a terminare il proprio compito sulla Terra di Mezzo. Purificato dalla lotta e dalla mortale sofferenza, venne tratto nuovamente in salvo dal re delle aquile Gwaihir e portato a Lórien. Dove si riprese completamente grazie alle cure di Galadriel. Egli è ora stato elevato al rango di stregone bianco, guida delle libere genti della Terra di mezzo nella battaglia finale contro l'oscurità (un chiaro riferimento simbolico all'Arcangelo Gabriele, il portatore della Luce). E conosce cose lontane e domina la volontà dei suoi protetti, e può ergersi come Cavaliere Bianco contro i Nove cavalieri neri di Mordor.

Rassicurati gli amici sul destino degli hobbit, Gandalf richiama il cavallo Ombromanto (Shadowfax), il principe dei Mearas di Rohan, e, seguito da Aragorn, Gimli e Legolas, galoppa rapido verso il palazzo d'oro di Théoden, re di Rohan. La marea è cambiata, e la tempesta si sta avvicinando.

Capitolo VI Il re del palazzo d'oro (The King of the Golden Hall)