Il gallicanesimo è quella dottrina politico-religiosa che tratta l'organizzazione della Chiesa cattolica in Francia (la Chiesa gallicana) in gran parte autonoma dal papa: essa ne contesta il potere assoluto, in favore dei consigli generali della Chiesa e dei sovrani nei loro Stati.
In pratica ciò si traduce soprattutto nel controllo stretto dei sovrani francesi sulle nomine e sulle decisioni dei vescovi. Quantunque rispettosa del papato, questa dottrina dispone alcuni limiti al suo potere; in particolare insegna che l'autorità dei vescovi riuniti in concilio è superiore a quella del papa.
Il maggior rappresentante di questa corrente fu Jacques Bénigne Bossuet, vescovo di Meaux (XVII secolo), che si occupò della redazione dei quattro articoli gallicani del 1682 sottoscritti dai vescovi di Francia. Bossuet riprese le decisioni del Concilio di Costanza (1414 - 1418), in cui si affermava che il concilio ecumenico è l'organo supremo in materia di autorità e insegnamento in seno alla Chiesa.
Joseph de Maistre nel libro De l'Église gallicane dans son rapport avec le Souverain Pontife (1821) e Félicité Robert de Lamennais nellEssai sur l'indifférence en matière de religion (1823), pur se da prospettive differenti, criticarono duramente il gallicanesimo.
A stretto rigore non c'è alcun nesso tra Gallicanesimo e rito gallicano, che è un rito liturgico tradizionale della Chiesa di Francia e in particolare di quella di Lione, ma nei secoli fu notato un collegamento e l'autorizzazione o meno a mantenere un rito diverso da quello romano fu vista collegata al riconoscimento o meno del papa come unico patriarca dell'Occidente e, per contro, alle "libertà gallicane". Fu pertanto un seguace di de Lamennais, il benedettino Prosper Guéranger a riportare l'intera Francia al rito romano, confinando ad usi marginali il rito gallicano.
Nel 1870, ebbe luogo la proclamazione del dogma dell'infallibilità pontificia al Concilio Vaticano I. Questa decisione, sebbene fortemente contestata dai vescovi francesi, demolirà le aspirazioni gallicane, tanto più che la legge di separazione della Chiesa dallo Stato del 1905 eliminerà i legami fra la Chiesa di Francia e lo Stato.
Le vicende storiche I precedenti Già nel Medioevo vi erano state affermazioni più o meno vaghe sull'indipendenza dell'episcopato e delle autorità civili da Roma; queste erano state ripetute con maggior chiarezza ai tempi del conflitto tra Filippo il Bello e papa Bonifacio VIII. Le stesse tendenze "autonomistiche" riaffiorarono nella resistenza al fiscalismo avignonese, nelle discussioni per porre fine allo scisma d'Occidente (teoria conciliare).
Nel 1438 la Francia, con la Prammatica Sanzione di Bourges, riaffermava la teoria conciliare e la sua relativa indipendenza da Roma, riducendo di fatto al minimo i poteri del papa sulla Chiesa francese. Il concordato del 1516 abrogò, ma solo in teoria, la Prammatica Sanzione di Bourges.
Tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento diversi motivi rafforzarono le antiche tendenze all'autonomia e della Chiesa e dello Stato francese da Roma: la resistenza all'introduzione dei decreti tridentini (perché imposti da una autorità esterna alla Francia), le controversie sul potere indiretto, la posizione assunta dai papi nelle guerre di religione, l'affermarsi dell'assolutismo.
Alle rivendicazioni si cercò di dare una forma sistematica ed una patina di antichità. Pierre Pithou (Les libertés de l'Eglise gallicane, 1594) raccolse le libertà della Chiesa francese in due principi fondamentali: indipendenza assoluta del sovrano dai papi nel temporale; limitazioni dei poteri del papa nel regno secondo i canoni conciliari e le consuetudini francesi. Edmond Richer (De ecclesiastica et politica potestate, 1611) difese una concezione oligarchica della Chiesa: la sovranità è di tutti i sacerdoti, il potere legislativo è dei sinodi e dei concili, il potere esecutivo in ugual misura al papa e ai vescovi. Pierre de Marca (De concordia sacerdotii et imperii, 1641) sostenne che le leggi pontificie non obbligano se non dopo l'accettazione della Chiesa, cioè del corpo formato dai fedeli e rappresentato dal principe (di fatto il sovrano è libero di accettare o no le disposizioni papali).
La problematica
Era dunque largamente diffuso in Francia uno spirito diffidente verso l'autorità del Papa, geloso della propria indipendenza, attaccato alle proprie consuetudini, remissivo di fronte alle ingerenze statali. In questa mentalità confluivano due tendenze: quella di spostare l'autorità della Chiesa dal centro alla periferia (ma all'interno si passava da un possibile scisma ad una maggiore autonomia conciliabile con l'ortodossia): è il "gallicanesimo ecclesiastico"; quella propensa ad accettare l'intervento del potere civile nelle questioni religiose: è il "gallicanesimo politico".
Le due tendenze potevano essere distinte tra loro, cioè l'aspirazione ad un'autonomia da Roma poteva essere aliena da qualsiasi servilismo di fronte al potere civile. Ma in realtà Roma accusava il clero francese di resistere al papa e di servire il sovrano: cioè il gallicanesimo ecclesiastico, nelle tesi romane, portava inevitabilmente al gallicanesimo politico. Gli storici invece sono di pareri diversi. Il gesuita Pierre Blet sottolinea come in diversi casi l'episcopato abbia difeso energicamente le libertà della Chiesa contro il sovrano; i contrasti con la Curia romana sarebbero sorti dalla coscienza delle prerogative dell'episcopato (in sostanza per una diversa concezione di Chiesa).
La nascita della controversia: la disputa delle regalie
La regalia era un'antica consuetudine che l'uso frequente aveva trasformato in diritto. Con essa il re esercitava un doppio potere sulle sedi episcopali vacanti: aspetto temporale: il re riceveva i proventi della mensa episcopale; aspetto spirituale: egli nominava a benefici senza cura d'anime persone di sua scelta.
Questo diritto di regalia era esercitato dal re senza contestazione nelle province del nord della Francia. La contesa scoppiò quando, con la dichiarazione del 10 febbraio 1673, Luigi XIV estese la regalia a tutte le diocesi della Francia, anche a quelle meridionali. Così i vescovi del sud della Francia dovettero sottomettersi ad una formalità alla quale già da tempo erano sottoposti i vescovi del nord, e cioè dovevano registrare un giuramento di fedeltà alla Corte dei conti di Parigi. Con questo giuramento si "chiudeva" la regalia, "aperta" con la morte del predecessore. Se un vescovo trascurava questa formalità, il suo vescovado veniva considerato vacante e di conseguenza il re poteva dare ad altri i benefici.
Un'altra dichiarazione regale del 2 aprile 1675 confermava quanto già detto, elencando in più gli arcivescovadi sottoposti al diritto di regalia (Bourges, Bordeaux, Auch, Tolosa, Narbona, Arles, Aix, Avignone, Embrun, Vienne). L'Assemblea del clero francese accettò queste due dichiarazioni del re senza protestare minimamente.
Tutti gli arcivescovi si sottomisero alla formalità della registrazione del giuramento di fedeltà. Solo due vescovi resistettero, Pavillon (diocesi di Alet) e Caulet (diocesi di Pamiers: sono gli stessi che si erano opposti alle costituzioni di papa Alessandro VII relative al giansenismo). La mancanza del giuramento di fedeltà portava il re ad esercitare il suo diritto di regalia. Sembra che i due vescovi "ribelli" si siano rivolti al papa, protestando contro le ordinanze dei rispettivi arcivescovi a loro sfavorevoli in materia di regalia e implicitamente contro le dichiarazioni del re.
Nel settembre 1676, era stato eletto papa, con il consenso di Luigi XIV, il comasco Benedetto Odescalchi, che prese il nome di Innocenzo XI. Asceta, pio, nemico del lusso e soprattutto del nepotismo, preoccupato di difendere la cristianità dai Turchi, si considerava a titolo speciale responsabile della salvezza eterna dei sovrani.
Quando giunsero a Roma le proteste più o meno formali dei due vescovi che si opponevano al diritto di regalia del loro re, Innocenzo XI pensò di occuparsene, istituendo una commissione, la Congregazione delle regalie, presieduta dal segretario delle cifre, Agostino Favoriti. Frutto del lavoro di questa commissione, e in special modo del Favoriti, furono tre brevi successivi: Il primo breve (12 marzo 1678) fu spedito al nunzio di Parigi, con l'incarico di consegnarlo personalmente al re (occupato in quel momento nella guerra delle Fiandre). Il papa ricorda al re che l'estensione della regalia è contraria alle decisioni del concilio di Lione, contraria alla disciplina e alla libertà della Chiesa. La risposta del re fu categorica: le regalie sono una questione temporale su cui ha diritto solo il re e nella quale il papa non ha diritto di intervenire. Inoltre Luigi XIV si mostra sorpreso che il papa prenda le difese di prelati che per tutta la loro vita si erano mostrati contrari all'autorità della Santa Sede. Il secondo breve (21 settembre 1678) rinfacciava al re il suo diritto sulle regalie. Il papa si dichiarava disposto a sopportare tutto pur di non mostrarsi negligente. Nel frattempo le cose peggioravano nella diocesi di Pamiers, ove il re nominò altri titolari di regalie, immancabilmente censurati dal vescovo Caulet. Una delegazione fu mandata a Roma per scongiurare il papa di essere più severo e di intervenire con più vigore. Così con il terzo breve (Binis jam litteris, antedatato al 27 dicembre 1679, ma composto nel gennaio 1680) il papa avvertiva Luigi XIV che tutti i re che avevano usurpato la nomina dei benefici ecclesiastici erano morti senza eredi; accusava i suoi consiglieri (fra i quali il suo confessore e l'arcivescovo di Parigi) di essere «...figli della perdizione che non desiderano altro che le cose di questo mondo e che lusingano il potere»; concludeva che avrebbe fatto ricorso ai rimedi che gli avrebbe suggerito la sua coscienza. Il 9 aprile 1680 il breve era consegnato al re.
Il re e il suo consiglio (che temevano un breve o una bolla di censura papale) decisero di scrivere una memoria sulle regalie da consegnare al papa, per dimostrare che la regalia era stata praticata in tutto il regno anche prima del concilio lionese. Il re decise inoltre l'invio di un ambasciatore straordinario, il cardinale César d'Estrées, per trattare la questione, mostrandosi aperto e desideroso di un negoziato. Ma gli avvenimenti presero una piega inaspettata.
All'inizio di luglio del 1680 si era riunita l'Assemblea del clero francese per trattare argomenti di ordinaria amministrazione. Nel processo verbale non si fa alcuna menzione al problema delle regalie e dei contrasti tra re e papa, segno che Luigi XIV aveva taciuto all'assemblea le sue divergenze con il papa. Ma certo c'era qualcuno che voleva un intervento del clero, e cioè l'arcivescovo di Reims, Maurice Le Tellier, che considerava il clero di Francia come un valido mediatore tra papa e re. Ma il presidente dell'assemblea, il cardinale arcivescovo di Parigi, François de Harlay, anticipando il rivale di Reims, la sera stessa della chiusura dell'assemblea, informò l'assemblea dei tre brevi scritti al re dal papa e fece firmare ai delegati un testo di sua composizione già preparato in precedenza, senza previa discussione. Il testo fu presentato la sera stessa a Luigi XIV.
Questa lettera, scritta in fretta e fatta firmare senza preavviso, è spesso citata nei manuali come prova del servilismo del clero di Francia verso il re. Con il testo i vescovi dell'assemblea si mostrano dispiaciuti delle parole indirizzate al re «Figlio maggiore e protettore della Chiesa» e rinnovano le loro dichiarazioni di fedeltà al re contro «...le vane imprese dei nemici della Santa Sede e dello Stato». Questa seconda frase è stata spesso falsificata, con l'omissione delle parole "dei nemici".