Durante la sua vita scrisse anche poesie e una celebre autobiografia. Di indole inquieta, nel 1523 dovette fuggire a Roma dopo essere rimasto coinvolto in una rissa. Partecipò attivamente alla difesa armata della città eterna durante il sacco del 1527 a opera dei lanzichenecchi. Nel 1540, dopo essere stato liberato da Castel Sant'Angelo, dove si trovava prigioniero, raggiunse la corte di Francia del re Francesco I. Dopo circa 5 anni fece ritorno a Firenze per prendere servizio alla corte di Cosimo I de' Medici. Tra le sue opere più importanti la Saliera di Francesco I di Francia e la statua Perseo con la testa di Medusa, considerata un capolavoro del manierismo.

Biografia

Giovinezza Benvenuto Cellini nacque il 3 novembre 1500 a Firenze; una lapide dettata da Giuseppe Mellini indica il luogo preciso dove il Cellini ebbe i natali, al n. 4 di via Chiara, oggi diventato un tratto di piazza del Mercato Centrale. La madre era la fiorentina Elisabetta Granacci; il padre era Giovanni Cellini, un suonatore di strumenti musicali e intagliatore d'avorio che si cimentava nella costruzione di viole, arpe e liuti, a detta del figlio «bellissime et eccellentissime», e di «maravigliosi» organi e clavicembali, ricordati sempre da Benvenuto come «i migliori e più belli che allora si vedessino»..

Già in «tenerissima» età il padre, che tra l'altro faceva parte del gruppo dei pifferi di Firenze, cercò di avviare il figlioletto allo studio della musica, affinché divenisse «gran sonatore». Grazie agli insegnamenti del babbo Giovanni e, soprattutto, dell'organista fiorentino Francesco dell'Aiolle, Cellini - nonostante la malavoglia - rivelò doti musicali notevoli, in particolare nel flauto e nel cornetto. Questa, tuttavia, era una dedizione indotta più che spontanea, tanto che le ambizioni del giovane Benvenuto non erano rivolte a eccellere in quello che ormai definiva il «maledetto sonare»., bensì a divenire «primo homo del mondo» nel campo dell'arte orafa. Per questo motivo, a partire dal 1513, il giovane Cellini frequentò nella sua città natale la bottega dell'orafo e armaiolo Michelangelo Bandinelli., per poi passare due anni dopo sotto la guida di Antonio di Sandro, detto Marcone, «bonissimo praticone, e molto uomo dabbene, altiero e libero in ogni cosa sua»..

Botteghe d'orafi e tafferugli Cellini manifestò bruscamente la propria indole irrequieta e violenta già a sedici anni, nel 1516: in seguito a una rissa, infatti, fu esiliato insieme al fratello Cecchino a Siena, dove soggiornò per «molti mesi» studiando oreficeria nella bottega di Francesco Castoro..

Ritornato a Firenze, per desiderio del padre Benvenuto si recò a Bologna per perfezionare «il sonare»; pur assecondando le volontà paterne, nella città emiliana Cellini riuscì ad attendere all'amata oreficeria, lavorando dapprima con Ercole del Piffero, quindi con un israelita, tale Graziadio, e infine con il miniatore bolognese Scipione Cavalletti.. Dopo un'affrettata sosta a Firenze, donde fuggì a causa delle insistenze del padre per la musica, nel 1517 Cellini proseguì la sua formazione a Pisa, nella bottega dell'orafo Ulivieri della Chiostra, dove si applicò anche allo studio di opere antiche, copiose nel Campo Santo..

«Voltomi subito e veduto che lui [Gherardo Guasconti] se ne rise, gli menai sì grande il pugnio in una tempia, che svenuto cadde come morto; di poi voltomi ai sua cugini, dissi: "Così si trattano i ladri poltroni vostri pari"; e volendo lor fare alcuna dimostrazione, perché assai erano, io, che mi trovavo infiammato, messi mano a un piccol coltello che io avevo, dicendo così: "Chi di voi esca della sua bottega, l’altro corra per il confessoro, perché il medico non ci arà che fare". Furno le parole a loro di tanto spavento, che nessuno si mosse a l’aiuto del cugino» — Benvenuto Cellini, Vita Dopo un accesso di febbre, Cellini si recò nuovamente a Firenze, dove ritornò a lavorare per Antonio di Sandro, grazie al quale conobbe anche lo scultore Pietro Torrigiano; in seguito si legò di stretta amicizia con un altro orafo, Francesco Salimbene, con il quale «molto bene guadagnava, e molto si affaticava a 'mparare».

È stato poi riportato come l'uomo non avesse occhi che per un «gentil giovanetto di mia età», ossia Francesco, per il quale Cellini stesso narrò un vero e proprio attaccamento, forse legato anche a una storia omosessuale tra i due: «Nel praticare insieme generò in noi un tanto amore, che mai né dì né notte stavamo l’uno senza l’altro» (dall'autobiografia Vita); amore in questo caso si può intendere anche come amore di fratellanza e amicizia, secondo l'italiano dell'epoca.

Nuove risse e tafferugli costrinsero Cellini a spostarsi nuovamente: cercò rifugio dapprima a Siena e poi a Roma, dove lo si ritrova dal 1519 al 1520 a lavorare come garzone presso Firenzuola de' Georgis e, successivamente, con Paolo Arsago. Dal 1521 al 1523, per i richiami del padre, Cellini rimpatriò a Firenze, dove lavorò dapprima con Salimbene e poi con Giovanni Antonio Sogliani, che «piacevolmente [gli] accomodò di una parte della sua bottega, quale era in sul canto di Mercato Nuovo».

Alla fine del 1523 il temperamento impetuoso del Cellini si manifestò di nuovo: a questo periodo, infatti, risalgono i dissapori con i Guasconti, una famiglia fiorentina di orafi a lui ostile per pura e semplice invidia. «Non conoscendo di che colore la paura si fosse», Cellini ferì con un pugnale Gherardo Guasconti e Bartolomeo Benvenuti, che ne aveva preso le difese. Questa rissa procurò al Cellini la condanna a morte in contumacia, a causa della quale fuggì a Roma; nell'Urbe il giovane Benvenuto venne accolto nella bottega di Lucagnolo da Jesi, dove iniziò a produrre gioielli autonomamente (notevoli i due candelieri per il vescovo di Salamanca e il gioiello per la moglie di Sigismondo Chigi), per poi passare nel 1524 presso Giovan Francesco della Tacca..

Il pontificato di Clemente VII Nel 1524 Benvenuto Cellini aprì una bottega propria ed entrò a far parte della fanfara di papa Clemente VII, dove prestò servizio in qualità di «cornetto».. Tra le opere d'arte espressamente ricordate nella Vita, agli anni romani risalgono delle acquerecce per il cardinale Cybo-Malaspina e per altri prelati, un boccale e vaso d'argento per Berengario da Carpi, medaglie d'oro da berretto maschile per il gonfaloniere Cesari e infine pugnali e anelli d'oro e d'acciaio. Si trattano queste di realizzazioni in cui egli si mostrò assai sensibile alla maniera del medaglista Caradosso, dello smaltatore Amerigo Righi e di Lautizio Rotelli, «unico» nella fabbricazione di sigilli; frequentò inoltre Giulio Romano e altri artisti della cerchia di Raffaello, grazie ai quali l'apprendista orefice poté ampliare la propria cultura figurativa e cominciare a informare personali orientamenti di gusto.. Intanto, il suo carattere rissoso conobbe nuove esplosioni, per le quali egli fu spesso protagonista di diverbi e duelli.; colpito dal riacuirsi della peste, inoltre, trascorse un mese di convalescenza nella dimora del conte dell'Anguillara a Cerveteri, dove strinse amicizia con il pittore manierista Rosso Fiorentino..

Nel 1527, con l'affacciarsi alle porte dell'Urbe dei lanzichenecchi al soldo di Carlo V d'Asburgo, Cellini riparò insieme a papa Clemente VII nel Castel Sant'Angelo, partecipando attivamente alla sua difesa nella duplice veste di archibugiere e bombardiere: il sacco di Roma vide infatti Cellini uccidere il comandante degli assedianti, Carlo III di Borbone-Montpensier, e ferire il suo successore principe d'Orange, come egli stesso riporta nella Vita (sono quindi informazioni non accertabili, seppur mai smentite).. Terminato il Sacco, Cellini, come gran parte degli artisti, lasciò Roma e si recò dapprima a Firenze e poi a Mantova, ove giunse nel 1528. Qui lo ritroviamo nella bottega di «un certo maestro Nicolò milanese»; a Mantova, inoltre, Cellini, ben introdotto a corte dall'amico Giulio Romano, eseguì un cospicuo numero di opere per i Gonzaga, tra le quali si segnalano un sigillo d'argento per il cardinale Ercole, un sigillo d'oro per il marchese Federico e un reliquiario del sangue di Cristo, da collocare nella cripta della basilica concattedrale di Sant'Andrea, reliquiario che restò allo stato di abbozzo.. Dopo un breve soggiorno a Firenze, tuttavia, Cellini già nel 1529 ritornò a Roma, ospite dell'orafo Raffaello del Moro.; nell'Urbe egli riprese il servizio per papa Clemente VII, venendo nominato dal pontefice maestro delle stampe della zecca romana, per la quale realizzò il due carlini d'argento e il doppione d'oro con due rovesci differenti.. L'anno dopo eseguì altre monete ed elaborò il razionale di Clemente VII, per il quale iniziò anche un calice d'oro, lasciato incompiuto.. Intanto ammazzò anche l'uccisore di suo fratello Cecchino, assassinato a Roma in una rissa; il papa non fece altro che rimproverare molto aspramente il Cellini, concedendogli poco dopo anche una sinecura di mazziere.. Nel 1534, quando ormai da un biennio aveva aperto una bottega nell'attuale via dei Banchi Nuovi, Cellini iniziò a non godere più dell'appoggio pontificio; la situazione precipitò quando, in seguito a un diverbio, ferì un ser Benedetto notaio, aggressione per la quale fu costretto a rifugiarsi a Napoli, dove fu ben accolto dal viceré..

Il pontificato di Paolo III Di ritorno a Roma, Cellini presentò all'ormai moribondo Clemente VII una medaglia che aveva eseguito tempo addietro per lui, ottenendo dallo stesso la commissione di dotarla di un nuovo rovescio per celebrare il pozzo di Orvieto.. Alla morte di Clemente VII, Cellini uccise un orafo rivale, Pompeo de' Capitaneis; il neopontefice Paolo III Farnese, tuttavia, assolse immediatamente l'uccisore e, anzi, gli commissionò una moneta da uno scudo con la propria effigie.. L'anno successivo, preoccupato dall'inimicizia con Pier Luigi Farnese, figlio del pontefice, Cellini decise di trasferirsi a Firenze, dove eseguì quattro monete per Alessandro Farnese; dalla sua città natale si recò poi affrettatamente a Venezia insieme a Jacopo Sansovino. Urtatosi con Ottaviano de' Medici, l'orefice assecondò l'invito del papa e ritornò a Roma; dopo una grave malattia, per la quale ebbe visioni da inferno dantesco, e dopo un ulteriore viaggio a Firenze, eseguì su incarico del papa la copertina di un «uffiziolo di Madonna», che poi presentò nel 1536 all'imperatore Carlo V..

Nel 1537, per sottrarsi alle ostilità sempre più allarmanti di Pier Luigi Farnese, Cellini si recò improvvisamente a Parigi, ospite del pittore Andrea Sguazzella; qui probabilmente eseguì una medaglia per re Francesco I, che incontrò a Lione. Il soggiorno francese fu tuttavia di breve durata, tanto che dopo pochissimo tempo l'orefice fece ritorno a Roma, dove aprì una nuova bottega «molto più grande» di quella ai Banchi Nuovi. Questi, tuttavia, furono anni assai burrascosi: Pier Luigi Farnese, infatti, riuscì a imprigionare il Cellini a Castel Sant'Angelo sotto l'accusa di furto di alcuni beni di Clemente VII durante il Sacco. Cellini riuscì a evadere quasi subito dal carcere, sebbene fratturandosi una gamba, e una volta fuori trovò rifugio presso il cardinal Cornaro., che però lo consegnò al papa; quest'ultimo, infine, fece imprigionare l'orefice dapprima in Tor di Nona e poi nuovamente a Castel Sant'Angelo.. Qui egli rimase fino al dicembre del 1539, quando, ormai libero, venne accolto dal cardinale Ippolito d'Este, per il quale eseguì un sigillo e due ritratti in stucco.

Il periodo francese