La lista dei dazi statunitensi comprende una serie di provvedimenti legislativi e accordi internazionali adottati dagli Stati Uniti d'America a partire dalla fine del XVIII secolo, con l'obiettivo di regolare il commercio internazionale, proteggere l'industria nazionale, generare entrate per il governo federale e influenzare le relazioni economiche con altri Paesi.

Nel corso della storia americana, le politiche tariffarie hanno subito notevoli cambiamenti, riflettendo l’evoluzione dell’economia nazionale, i mutamenti politici e le pressioni del contesto geopolitico globale.

XVIII secolo Tariff Act del 1789

Il Tariff Act del 1789, noto anche come Hamilton Tariff, fu la prima legge tariffaria approvata dal Congresso degli Stati Uniti dopo la ratifica della Costituzione del 1787. La legge fu promulgata il 4 luglio 1789 ed entrò in vigore il 1º agosto dello stesso anno.

Dopo la guerra d’indipendenza, il governo degli Stati Uniti, sotto gli Articoli della Confederazione, non disponeva del potere di imporre dazi doganali, il che impediva una raccolta efficace delle entrate e rendeva difficile il pagamento dei debiti accumulati durante il conflitto. Con l’adozione della Costituzione degli Stati Uniti, il Congresso fu autorizzato a imporre dazi e accise, consentendo l’implementazione di una politica economica nazionale. Il segretario al Tesoro Alexander Hamilton sostenne l’uso delle tariffe come strumento per proteggere le industrie emergenti e generare entrate federali stabili.

Il Tariff Act introdusse dazi su un’ampia gamma di beni importati, con un’aliquota media dell’8,5%, e con tariffe più elevate su alcuni beni specifici considerati strategici per l’economia interna.

La legge includeva:

Tariffe differenziate, con tasse più alte su beni di lusso come liquori e seta, e più basse su beni di uso comune. Una struttura che favoriva la marina mercantile americana, grazie a sconti sui dazi per merci importate su navi statunitensi. La creazione di un quadro fiscale stabile per finanziare il governo federale, che allora non disponeva di imposte dirette sul reddito.

Il Tariff Act del 1789 generò circa il 90% delle entrate federali negli anni immediatamente successivi alla sua approvazione. Inoltre, segnò l’inizio di un lungo dibattito nella storia americana tra protezionismo e libero scambio, che avrebbe influenzato le politiche commerciali del Paese per oltre un secolo. Il provvedimento fu particolarmente sostenuto dagli Stati del Nord industriale, mentre trovò resistenza negli Stati del Sud agricolo, dove si temeva un aumento dei costi sui beni importati.

Tariff Act del 1790

La Tariff Act del 1790, formalmente nota come "An Act Laying Duties on Imports", fu proposta dal Segretario al Tesoro Alexander Hamilton. L'obiettivo principale era generare entrate per il governo federale attraverso dazi su vari beni importati, tra cui vini, spiriti distillati, tè e caffè. Questo atto rappresentava un tentativo di proteggere le industrie nazionali emergenti, rendendo più costosi i prodotti importati e incentivando il consumo di beni prodotti internamente.

Tariff Act del 1791

La Tariff Act del 1791, ufficialmente denominata "An Act to Provide More Effectually for the Collection of the Duties Imposed by Law on Spirits Distilled within the United States", introdusse un'imposta sul whisky. Questo prelievo fiscale mirava a ridurre ulteriormente il debito pubblico accumulato durante la Guerra d'Indipendenza. Tuttavia, l'imposta sul whisky incontrò una forte opposizione, in particolare nelle regioni rurali dove la distillazione era una pratica comune, portando infine alla Ribellione del Whisky nel 1794.

Tariff Act del 1792

La Tariff Act del 1792, nota anche come "An Act for Raising a Farther Sum of Money for the Protection of the Frontiers, and for Other Purposes Therein Mentioned", rappresentò il terzo tentativo di Hamilton di implementare tariffe protettive. Nonostante gli aumenti tariffari del 1790 e 1791, Hamilton riteneva che le tariffe non fossero ancora sufficientemente alte per proteggere adeguatamente le industrie nazionali. La Tariff Act del 1792 cercò di correggere questa lacuna, aumentando ulteriormente i dazi su una vasta gamma di beni importati.

XIX secolo Tariff Act del 1816

Il Tariff Act del 1816, noto anche come Dallas Tariff, fu una legge tariffaria promulgata negli Stati Uniti il 27 aprile 1816, con l'obiettivo di proteggere le nascenti industrie americane dalla concorrenza straniera, principalmente britannica, attraverso l'imposizione di dazi sulle importazioni.

Dopo la Guerra del 1812, gli Stati Uniti affrontarono un afflusso di prodotti manifatturieri britannici a basso costo, che minacciavano la crescita delle industrie domestiche emergenti. Per contrastare questa situazione e promuovere l'autosufficienza economica, il Congresso decise di adottare misure protezionistiche.

Il Tariff Act del 1816 introdusse diversi livelli di dazi sulle importazioni:

25% ad valorem su manufatti in lana e cotone, per proteggere l'industria tessile nazionale. 20% ad valorem su prodotti come stoffe di canapa, calze di lana e cotone. 15% ad valorem su articoli non specificamente elencati in altre categorie.

Questi dazi erano previsti per una durata iniziale di tre anni, con una riduzione al 20% per alcuni prodotti dopo il 30 giugno 1819.

La tariffa ricevette supporto da politici come John C. Calhoun e Henry Clay, fautori di un'economia nazionale autosufficiente basata sul sistema americano. Tuttavia, recenti ricerche storiche suggeriscono che il sostegno del Sud fu meno uniforme di quanto tradizionalmente si credesse. Una lettera di Thomas Jefferson del 1816 mostra un certo favore verso misure che promuovano la produzione interna come forma di indipendenza economica e stabilità nazionale.

L'approvazione del Tariff Act del 1816 segnò l'inizio di una politica economica più protezionistica negli Stati Uniti, incentivando lo sviluppo industriale e riducendo la dipendenza dalle importazioni europee. La legge costituì un precedente importante per le future politiche tariffarie del XIX secolo.

Tariff Act del 1824

Il Tariff Act del 1824 è una legge doganale approvata dal Congresso degli Stati Uniti il 22 maggio 1824, che aumentò significativamente i dazi su numerosi beni importati, con l'obiettivo di proteggere le industrie manifatturiere emergenti del paese. Questo provvedimento rappresentò un passo importante verso una politica economica più protezionista, in linea con il cosiddetto "American System" promosso da Henry Clay.

Dopo la Guerra del 1812, gli Stati Uniti sperimentarono un’ondata di nazionalismo economico che spinse molti leader politici a sostenere misure a favore dell’industria nazionale. Henry Clay, allora Speaker della Camera dei Rappresentanti, promosse un piano economico noto come “American System”, che prevedeva l’introduzione di dazi protettivi, una banca nazionale e investimenti federali in infrastrutture.

Il Tariff Act del 1824 fu una manifestazione legislativa di questo programma e intendeva promuovere una maggiore autosufficienza economica nazionale.

La legge aumentò i dazi su una vasta gamma di prodotti importati. Tra i principali interventi:

Dazio del 30% ad valorem su manufatti in lana, che aumentava al 33,33% dopo il 30 giugno 1825; Dazi sui prodotti in cotone, lino, canapa e sui tessuti come tela per vele, osnaburg (tela grezza), juta e ticklenberg (tessuto robusto), pari al 15% ad valorem.; Incrementi sui dazi di vetro, piombo, ferro e altri metalli, al fine di proteggere i produttori nazionali da concorrenza estera.

Il Tariff Act del 1824 provocò forti reazioni regionali. Le aree del Nord e dell’Ovest, con un’economia orientata rispettivamente all’industria e all’agricoltura per il mercato interno, sostennero la legge. Al contrario, il Sud, dipendente dalle esportazioni di cotone e dalle importazioni di beni industriali, si oppose con forza al provvedimento, temendo ritorsioni commerciali europee e costi maggiori.

Queste tensioni gettarono le basi per scontri futuri tra le diverse regioni, che culminarono nel cosiddetto "Tariff of Abominations" del 1828.

Tariff Act del 1828

Il Tariff Act del 1828, noto anche con il nome polemico di Tariffa delle Abominazioni (Tariff of Abominations), fu una legge tariffaria approvata dal Congresso degli Stati Uniti il 19 maggio 1828, con lo scopo di proteggere l'industria manifatturiera del Nord attraverso l'innalzamento delle tariffe doganali su numerosi beni importati.

Negli anni successivi alla guerra del 1812, il dibattito sulla protezione dell’industria nazionale divenne centrale. Henry Clay, promotore dell’"American System", sosteneva un'economia nazionale autosufficiente attraverso dazi protettivi, una banca nazionale e investimenti infrastrutturali.

Le pressioni politiche, in particolare dai produttori del Nord, portarono alla stesura di una tariffa estremamente protettiva, che fu infine approvata nel 1828, con il sostegno strategico anche di alcuni esponenti del Sud, i quali speravano che l’impopolarità della legge avrebbe danneggiato l’allora candidato presidenziale John Quincy Adams.

La legge impose aumenti tariffari su una vasta gamma di prodotti industriali e materie prime. Per esempio, il ferro laminato fu tassato fino a 37 dollari per tonnellata, mentre l'acciaio fu soggetto a un'imposta di 1,50 dollari per 112 libbre. Anche beni agricoli e tessili furono colpiti da alti dazi, tra cui la lana grezza, tassata con un’imposta combinata specifica e ad valorem del 40%.

Gli stati del Sud, prevalentemente agricoli e fortemente dipendenti dalle importazioni, percepirono la tariffa come una misura ingiusta, volta a favorire gli interessi industriali del Nord a spese della loro economia. La Carolina del Sud fu particolarmente colpita, tanto che il vicepresidente John C. Calhoun, originario dello stato, teorizzò il diritto alla nullificazione delle leggi federali ritenute incostituzionali.

La crisi culminò nel 1832, quando la Carolina del Sud tentò di annullare la tariffa a livello statale, dando origine alla Crisi della Nullificazione, una delle prime manifestazioni del conflitto tra poteri federali e statali negli Stati Uniti.

Tariff Act del 1833

La Tariff Act del 1833, nota anche come Compromise Tariff, fu una legge federale degli Stati Uniti approvata per risolvere la Crisi della Nullificazione tra il governo federale e la Carolina del Sud. La legge stabiliva una riduzione progressiva delle tariffe doganali per placare le tensioni tra il Nord industriale e il Sud agricolo.

Negli anni precedenti, le Tariffe del 1828 e del 1832, considerate punitive dagli stati del Sud, avevano suscitato forti proteste, culminate nell’adozione da parte della Carolina del Sud dell’Ordinanza di Nullificazione, che dichiarava le tariffe federali nulle all’interno dello Stato. Il vicepresidente John C. Calhoun, originario della Carolina del Sud, sostenne la nullificazione come diritto degli stati a opporsi alle leggi federali ritenute incostituzionali.

Per evitare una crisi costituzionale e una possibile secessione, il senatore Henry Clay negoziò una legge che riduceva gradualmente le tariffe fino al 20% entro il 1842, un livello simile a quello del 1816. Contemporaneamente fu approvato il Force Bill, che autorizzava il presidente Andrew Jackson a usare la forza per far rispettare le leggi federali.

La legge permise di evitare lo scontro armato: la Carolina del Sud annullò l’Ordinanza di Nullificazione, anche se contestualmente rigettò simbolicamente il Force Bill. Tuttavia, il compromesso non risolse le questioni di fondo sul bilanciamento tra autorità federale e diritti statali, che riemergeranno con forza nel periodo prebellico.

Tariff Act del 1842