Il Palio di Siena è una competizione fra le diciassette Contrade di Siena nella forma di una giostra equestre di origine medievale.
La "carriera", come viene tradizionalmente chiamata la corsa, si svolge normalmente due volte l'anno: il 2 luglio si corre il Palio in onore della Madonna di Provenzano (festa della Visitazione nel calendario antico) e il 16 agosto quello in onore della Madonna Assunta.
In occasione di avvenimenti eccezionali, di ricorrenze cittadine o nazionali ritenute rilevanti e pertinenti (come il centenario dell'Unità d'Italia), la comunità senese può decidere di effettuare un "Palio straordinario".
Contrade Le contrade che corrono il Palio di Siena sono 17:
Storia Origini Fin dal 1200 si ha testimonianza di una corsa di cavalli a Siena, e documenti anteriori al XII secolo ricordano di un "Palio di San Bonifazio", ossia il santo titolare dell'antica cattedrale, che prima della fondazione di quella attuale sorgeva in Castelvecchio. Proprio al sagrato del Duomo nuovo, in quel periodo fu posta l'insegna del Comune a segnare l'arrivo della corsa dei barberi. Quando Siena divenne una delle più ricche e colte città dell'Europa del Medioevo, il Palio fu l'evento ludico e il momento conclusivo delle feste annuali in onore di Maria Vergine Assunta patrona di Siena e del suo Stato. Il momento culminante delle feste era la cerimonia dell'offerta dei ceri e dei censi in cattedrale, rito insieme religioso e politico, atto di devozione alla Madonna dei senesi e di sudditanza ai reggitori del Comune di Siena.
Per l'organizzazione del Palio, il Comune nominava annualmente i "Deputati della Festa", menzionati regolarmente nei documenti del Trecento, con ampi compiti e attribuzioni. A correre il Palio erano i nobili e i notabili sui loro cavalli; si correva "alla lunga", cioè in linea su un percorso che andava da fuori le mura al Duomo, dall'esterno all'interno. Il premio era un pallium: una lunga pezza di stoffa preziosa, talvolta cucito a bande verticali e foderato da centinaia di pelli di vaio.
Il più antico documento sul Palio è del 1238, e tratta di giustizia paliescaRiportato sul registro dei Pretori presso l'Archivio di Stato di Siena (Biccherna 698, c. CXXXV). Fissa a 40 soldi la pena pecuniaria inflitta a tale Ristoro di Bruno Ciguarde «quia cum currisset palium in festa Sancte Marie de Augusto, et fuisset novissimus, non accepit suem sicut statutum est pro novissimo», ossia "perché correndo il Palio ed essendo giunto ultimo, non aveva preso il porco", ossia il premio derisorio che per regolamento veniva assegnato all'ultimo classificato. Tale "purga" era obbligatoria, per meglio definire vittoria e sconfitta, ma si ignora se si trattasse di un vero maialino o piuttosto di un copricapo formato con la testa di porco.
Questi primi Palii furono disputati dai nobili. Le Contrade parteciparono, invece, ai crudi giochi le cui grandi masse di contendenti si opponevano su base territoriale. Siena, infatti, era nata su tre colli, e le Contrade presero vita e forma all'interno di questa tripartizione. La più antica memoria d'archivio delle Contrade è nel regolamento del 1200, dove si prescrive che tutti i cittadini rechino il cero in cattedrale «cum hominibus sue contrate». Le Contrade furono assai più numerose delle attuali: dopo la peste del 1347, il loro numero si ridusse a 42. Presero i loro nomi da strade, porte o fonti, chiese o da illustri famiglie residenti nel loro territorio. Ebbero funzioni devozionali, amministrative, militari e ricreative.
Rinascimento
Nel periodo rinascimentale i giorni del Palio erano occasioni mondane perché in città giungevano i grandi nomi dell'aristocrazia, alti prelati e sovrani europei. Da quando i signori smisero di combattere personalmente le guerre, delegate ai mercenari, cessarono anche di correre il Palio, delegandolo ai fantini. Così il Palio divenne per loro spettacolo da vedere e la corsa occasione alla quale inviare i loro corsieri e i loro portacolori. Ma dopo la caduta della Repubblica di Siena del 1559, le feste persero il loro antico significato politico di trionfo cittadino.
Iniziarono perciò a essere disputati: palii rionali, l'Elmora, i Giochi di San Giorgio, i giochi delle pugna, pallonate, cacce dei tori, bufalate, asinate. Durante questi giochi, figuranti della Contrada ("comparse") entravano in Piazza del Campo accompagnati da carri allegorici rappresentanti animali esotici o fantastici dai significati allusivi a mitici eventi o a nobili virtù.
Seicento
Nei primi decenni del Seicento il Palio concluse il suo processo di trasferimento in piazza del Campo e la sua trasformazione in festa popolare. La proposta di correre il Palio in piazza arrivò ufficialmente al Comune l'11 luglio 1605 dai due Deputati della festa per il Palio d'agosto: il capitano Sigismondo Santi e il cavalier Fortunio Martini. Una stampa di Bernardino Capitelli mostra un Palio "alla tonda" corso in Piazza probabilmente il 15 agosto 1633. Nell'immagine i fantini cavalcano "a pelo", sono all'arrivo della corsa e si stanno scambiando colpi furibondi con il "sovatto", una sorta di gatto a nove code dal manico a forma di animale. All'interno della Piazza, contradaioli esultanti salutano la vittoria saltando giù dal palco, mentre i maestri di campo a cavallo corrono a mantenere l'ordine.
Il Palio "alla tonda" fu corso in Piazza sempre più di frequente, ma fino alla metà del secolo coesisté con le bufalate. Nel 1656, il Palio "alla tonda" assunse forma strutturalmente definitiva e cadenza regolare, e oltre alla dedica alla Madonna Assunta si aggiunse quella alla Madonna di Provenzano, il cui culto crebbe dopo una serie di miracoli e grazie ricevute. Il Palio di Provenzano prese subito carattere di stabilità: dal 1659 lo organizzò direttamente la Biccherna.
I fantini iniziarono ad avere un ruolo fondamentale, ed erano considerati dei mercenari. Oltre a un compenso fisso, gli si diede la facoltà di questuare nella Contrada vincitrice. Tale abitudine cessò solamente nel 1965 con Andrea Degortes detto Aceto.
Nei primi Palii "alla tonda" le Contrade avevano il compito di procurarsi il loro cavallo, ma per mantenere più eque le possibilità di vittoria, dal 2 luglio 1676 presentarono ciascuna un soggetto, e i cavalli venivano poi assegnati per sorteggio. Dal 1657 si stabilì che i fantini corressero "alla bisdossa" ossia a pelo, e che il cavallo vittorioso seguisse il suo fantino nella collegiata di Santa Maria in Provenzano, presenziando al Te Deum di ringraziamento.
È dunque di quegli anni l'istituzione della "tratta", ossia l'assegnazione a sorte dei cavalli alle Contrade, che avveniva al prato di Camollia, fuori le mura cittadine. Dopo una corsa di prova da Palazzo Diavoli alla chiesa di San Bernardino all'Antiporto, il cavallo primo arrivato veniva scartato, così come l'ultimo. La tratta acquistò subito importanza, anche perché in quegli anni l'ordine di assegnazione dei cavalli costituiva l'ordine di entrata in Piazza delle comparse nel corteo prima della corsa, come pure l'ordine di allineamento alla mossa del Palio.
Settecento
Il Settecento fu il secolo dell'introduzione di un secondo Palio, oltre a quello di luglio. L'idea venne dalla Contrada dell'Oca che, vincitrice nel Palio del luglio 1701, chiese di "ricorrere il Palio vinto" ossia di rimettere in palio la vincita, facendo svolgere a proprie spese un'altra corsa il 16 agosto, per le feste dell'Assunta. Nel 1774 il Comune omologò l'organizzazione dei due Palii, e dal 1802 quello di agosto fu organizzato e corso a spese dell'intera comunità cittadina.
Il Palio trovò anche la sua regolamentazione definitiva. Il 16 maggio 1721 il collegio di Balìa emise un bando che costituisce il moderno regolamento del Palio. Vennero regolamentati, ad esempio: gli orari, la costruzione dei palchi, il corteo che precede la corsa, l'ammontare dei premi e le procedure di iscrizione delle Contrade. Un altro bando fondamentale fu la Nuova divisione dei confini delle Contrade, promulgato nel 1729 da Violante Beatrice di Baviera governatrice di Siena, per porre fine alle continue controversie aventi per oggetto non solo i confini territoriali, ma anche il numero e l'entità demografica delle Contrade stesse.
Dal 1761 la "tratta" si svolse in Comune, alla Porta di Biccherna. Cavalli e cavallai di questo secolo furono raramente di nobili origini. Tra i fantini divennero sempre più aspre le rivalità, che si manifestavano in risse, assalti, minacce e colluttazioni come quelle che tra il 1787 e il 1788 opposero Isidoro Bianchini detto Dorino, un maremmano che vinse tredici Palii per nove diverse Contrade, ad altri fantini affermati dell'epoca. Dopo clamorose trattenute e furiose nerbature, con vendette alla corsa successiva, il 2 luglio 1788 Dorino e Ciocio (fantino della ) si affrontarono alla mossa a nerbate con tale furore che rovinarono a terra dove «si azzuffarono per anche uccidersi se la truppa civica non li avesse separati menando i fantini della , e in carcere». I fantini furono scarcerati il giorno successivo.
Ottocento All'inizio dell'Ottocento furono adottati due provvedimenti importanti. Con il primo, per evitare che i fantini prima della mossa si nerbassero e si azzuffassero, si decise che non sarebbe stato più "permesso ai fantini di ritenersi o battersi, finché dopo date le mosse e calato il canape, non abbiano intieramente oltrepassato tutto il Palco dei Signori Giudici, alla pena, mancando, del carcere [...]". Con il secondo venne suddiviso in due parti il premio che da sempre si dava al vincitore del Palio "alla lunga" del 15 agosto, ossia un drappo di velluto cremisi del valore di 110 talleri. Da allora si dettero 70 talleri in contanti al vincitore del Palio "alla lunga", e 40 alla Contrada vincitrice del Palio "alla tonda".
L'assetto definitivo delle Contrade, nonostante il Comune nel 1845 avesse emanato un'ordinanza che ne codificava immutabilmente i colori, venne codificato qualche anno più tardi con l'Unità d'Italia. Ma anche in clima risorgimentale, l' non smise mai di spiegare la sua insegna gialla e nera con l'aquila bicipite, che la tradizione voleva concessa direttamente da Carlo V d'Asburgo durante una delle sue visite a Siena. Per tutto il Risorgimento la contrada fu accolta alla sua entrata in Piazza da fischi, rivolti indirettamente all'Impero austro-ungarico. Stessa sorte capitò alla , che allora spiegava un'insegna gialla e nera che ricordava quella degli austriaci. Così, anche sull'onda degli entusiasmi per l'elezione di Papa Pio IX, nel 1847 la sostituì il nero con il bianco, spiegando così i colori papalini. Due anni dopo l'insegna tornò gialla e nera e i fischi ricominciarono, per cessare solo nel 1859, quando la contrada di Castelvecchio adottò gli attuali giallo e turchino. Sorte opposta toccò alla bandiera dell', che dal 1791 era verde con arabeschi bianchi e rossi, e pertanto osannata dai patrioti che vi riconoscevano il tricolore italiano.
Nell'Ottocento i fantini si resero protagonisti di clamorosi tradimenti. Esempio fu Francesco Santini detto il Gobbo Saragiolo, che cambiò bandiera per trent'anni, correndo per 15 Contrade e vincendo per 7 diverse. Quando, nel 1855, con uno dei cavalli favoriti andò dritto alla curva di San Martino con dolo, a chi gliene chiese ragione replicò: «Ma che dovevo vincere per voialtri miserioni che mi davi 140 monete, quando ne ho guadagnate 170?» Era comunque assai frequente all'epoca, non essendoci ancora chiusure alle curve di San Martino e del Casato, che i fantini traditori scappassero di Piazza, galoppando fuori le mura.