Ufficiale dei Carabinieri dal profilo pubblico riservato. Nel corso della sua carriera operò nel contrasto al terrorismo interno, in ambito investigativo e istituzionale, in una fase storica segnata anche dalle attività di intelligence e dalle inchieste sulle strutture clandestine emerse durante gli anni di piombo. Si occupò di vicende relative alle infiltrazioni massoniche nell’Arma. Partecipò alle indagini sul rapimento di Aldo Moro, la strage di Ustica e alle operazioni contro le Brigate Rosse, tra cui l'irruzione di via Fracchia, a Genova, nel 1980. L'episodio, nel corso del quale furono uccisi quattro militanti brigatisti, è stato oggetto di ampio dibattito pubblico e giudiziario. Le ricostruzioni disponibili, basate su atti processuali e testimonianze, offrono interpretazioni differenti delle modalità dell’intervento. Fu inoltre coinvolto nelle vicende relative al tentativo di colpo di Stato noto come “Piano Solo”, attribuito al generale De Lorenzo. Secondo quanto da lui stesso riferito in successive testimonianze, durante la crisi politica del 1964 avrebbe ricevuto incarichi operativi nell’ambito delle misure predisposte dall’Arma dei Carabinieri per fronteggiare eventuali disordini politici e sociali a Milano, e avrebbe avuto conoscenza di elenchi di esponenti politici e sindacali destinati a possibili provvedimenti restrittivi in caso di attuazione del piano.

Biografia Intraprese la carriera militare nell’Arma dei Carabinieri nel 1956, ottenendo la nomina a Sottotenente di Complemento nel 1957. La sua attività si sviluppò nel contesto storico della fase immediatamente successiva al Conflitto Mondiale e della successiva instabilità politica e sociale della Repubblica italiana. Ricoprì incarichi a Milano, Savona, Messina, Catanzaro, Genova e in altre città. Operò in coordinamento con Ufficiali di alto grado, tra cui il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, del quale divenne stretto collaboratore. Fu lo stesso dalla Chiesa a volerlo al proprio fianco nei Reparti Speciale Antiterrorismo, affidandogli la responsabilità operativa e il coordinamento delle attività di polizia giudiziaria per l’Italia settentrionale. L'articolo menziona Nicolò Bozzo quale stretto collaboratore del generale Carlo Alberto dalla Chiesa e comandante della sezione speciale anticrimine operante a Milano negli anni di piombo. In tale ruolo ne condivise l’impegno nel contrasto all’eversione politica durante il periodo degli anni di piombo, operando in qualità di Ufficiale dell’Arma, nell’ambito delle iniziative istituzionali di prevenzione e repressione dell’eversione armata. La sua attività fu successivamente ricostruita dalla stampa, anche in relazione alle principali vicende del terrorismo.

Anni di piombo Negli anni del terrorismo (1970–1980 circa), Nicolò Bozzo fu attivo in diverse Operazioni e indagini dei Carabinieri contro organizzazioni armate di estrema sinistra. Alcuni dettagli delle Operazioni rimangono riservati; le fonti disponibili riportano principalmente gli episodi in cui Bozzo è espressamente citato. Tra le operazioni documentate figura l’arresto di Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse, avvenuto durante un’irruzione in un covo a Milano, in via Maderno, come riportato dalla stampa dell’epoca. Nelle indagini coordinate da Nicolò Bozzo contro le Brigate Rosse, il 20 febbraio 1980 a Torino, dopo una serie di fortunate coincidenze, i Carabinieri arrestarono Patrizio Peci e Rocco Micaletto nel corso di accertamenti su un possibile covo.

In seguito all’arresto, Peci avviò una collaborazione con l’autorità giudiziaria. Durante gli interrogatori, rese dichiarazioni al Generale Carlo Alberto dalla Chiesa ed all’allora Tenente Colonnello Bozzo, fornendo informazioni che contribuirono allo sviluppo delle indagini e all’individuazione di diversi covi dell’organizzazione, tra cui quello di via Fracchia a Genova. Nel quadro delle attività di contrasto al terrorismo svolte in quegli anni, rientrarono anche le indagini relative all’omicidio del giornalista Walter Tobagi, avvenuto a Milano nel 1980. In tale ambito Bozzo prese parte alle attività investigative condotte dall’Arma dei Carabinieri per l’individuazione dei responsabili dell’attentato. Le indagini portarono successivamente all’arresto dei membri del gruppo responsabile dell’azione. A seguito dell'omicidio emersero sospetti su possibili omissioni informative da parte di alcuni Ufficiali dell'Arma, che avrebbero avuto contatti con infiltrati nei gruppi terroristici senza rivelare l'attentato imminente, come discusso in alcune ricostruzioni giornalistiche. Durante il sequestro di Aldo Moro, Bozzo fu coinvolto in diverse fasi dell’indagine, tra cui l’irruzione nel covo di via Monte Nevoso a Milano, il 1º ottobre 1978, nel corso della quale furono arrestati militanti delle Brigate Rosse, tra cui Nadia Mantovani, Franco Bonisoli e Lauro Azzolini. L’episodio assunse particolare rilievo a seguito del ritrovamento, nel 1990, di ulteriori documenti nello stesso appartamento già perquisito nel 1978, tra cui materiale riconducibile al cosiddetto memoriale Moro. Il rinvenimento di tali documenti, non individuati durante la precedente operazione, sollevò dubbi sull’accuratezza delle perquisizioni e sull’eventuale incompletezza delle attività investigative svolte all’epoca.

Tali circostanze portarono a un approfondimento da parte delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, che esaminarono le modalità operative degli interventi effettuati in via Monte Nevoso e le responsabilità dei soggetti coinvolti. In questo contesto, Bozzo fu ascoltato come testimone sugli incarichi ricoperti, fornendo la propria ricostruzione delle operazioni condotte dall’Arma dei Carabinieri nel corso delle indagini. Il periodo degli anni di piombo coincise con una fase rilevante della carriera del Generale Bozzo, caratterizzata dall’impegno nelle attività di contrasto alla criminalità politica e terroristica.

Irruzione di via Fracchia Nel corso della sua attività di contrasto al terrorismo durante gli anni di piombo, Nicolò Bozzo prese parte alle operazioni che portarono all’individuazione, a Genova, di un appartamento in via Umberto Fracchia utilizzato come base operativa delle Brigate Rosse, sulla base delle indicazioni fornite dal brigatista pentito Patrizio Peci.

Nella notte del 28 marzo 1980 l’irruzione nell’appartamento fu condotta sul campo dal capitano Michele Riccio nell’ambito del Nucleo speciale antiterrorismo dell’Arma; Bozzo ne aveva curato la pianificazione e la direzione strategica dell’intervento.

Durante l’operazione si sviluppò un conflitto a fuoco tra i carabinieri e i brigatisti presenti. Nell’azione persero la vita quattro militanti delle Brigate Rosse: Riccardo Dura, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli e Annamaria Ludmann; il maresciallo dei carabinieri Rinaldo Benà rimase gravemente ferito.

Secondo le ricostruzioni dei responsabili dell’operazione, i militari intimarono la resa agli occupanti dell’appartamento e il conflitto a fuoco ebbe origine quando i brigatisti reagirono aprendo il fuoco. Bozzo ha successivamente affermato che, nell’ambito delle operazioni contro le Brigate Rosse, le linee guida dell’Arma prevedevano il rispetto dei diritti dei militanti arrestati; nel caso di via Fracchia, tutti gli occupanti del covo persero la vita durante il conflitto a fuoco.

La fotografia qui inserita costituisce un documento d’archivio relativo alla fase investigativa successiva all’irruzione di via Fracchia e non è da intendersi come forma di scherno nei confronti di alcuna delle parti coinvolte nella vicenda.

Rapporti tra ufficiali dell’Arma e ambienti massonici Secondo fonti giornalistiche e biografiche, il generale Nicolò Bozzo ha ricoperto anche l’incarico di presidente del COCER dell’Arma dei Carabinieri, eletto nel 1980 e rieletto nel 1984 per un secondo mandato. Il COCER è l’organismo di rappresentanza militare previsto dall’ordinamento per il personale delle Forze armate, compresa l’Arma dei Carabinieri e non costituisce un sindacato in senso civilistico; la sua presidenza è una carica elettiva, tra gli ufficiali/militari, distinta dagli incarichi di comando. Le fonti che attribuiscono a Bozzo tale ruolo lo collegano alle sue iniziative di denuncia relative a presunte ingerenze della loggia massonica P2 all’interno dell’Arma dei Carabinieri. Tuttavia, allo stato delle conoscenze disponibili, non risultano documenti ufficiali o atti istituzionali che attestino formalmente lo svolgimento di tale incarico. Nel 1981 denunciò 51 ufficiali dei Carabinieri, mettendo a rischio la propria carriera (la denuncia riguardava presunte penetrazioni della loggia P2 di Licio Gelli all’interno dell’Arma e, secondo una recensione del libro "Nei secoli fedele allo Stato" di Michele Ruggiero, tale gesto non gli sarebbe stato perdonato da alcuni settori dell’Arma e della politica), accusati di essere affiliati alla massoneria deviata, ritenendo tali presenze incompatibili con la legalità e l’integrità dell’istituzione militare. Negli anni successivi fu ascoltato in diverse audizioni parlamentari dedicate al terrorismo e alle stragi degli anni di piombo, nelle sue deposizioni e in successive pubblicazioni, Bozzo sostenne l’esistenza di contrasti interni all’Arma riconducibili, a suo giudizio, alla presenza di infiltrazioni massoniche che avrebbero influito negativamente sull’efficacia operativa e sulla conduzione di alcune indagini. La sua azione fu orientata alla tutela della trasparenza e l'onestà all'interno dell'Arma dei Carabinieri.

La Divisione Pastrengo e la P2 Nel 1981 Nicolò Bozzo rese una deposizione spontanea ai giudici istruttori Giuliano Turone e Gherardo Colombo, nell'ambito delle indagini sulla loggia massonica P2. La deposizione, del 24 aprile 1981, riguardò anche la situazione interna della 1ª Divisione Carabinieri «Pastrengo» di Milano; il 14 maggio successivo Bozzo consegnò ai magistrati una memoria integrativa. Entrambi i documenti furono successivamente acquisiti agli atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2.

Nella deposizione Bozzo riferì dell'esistenza, presso il comando della Divisione «Pastrengo», di un «gruppo di potere» operante al di fuori della normale catena gerarchica e costituitosi, secondo la sua testimonianza, nel periodo 1971-1974. Tra gli ufficiali indicati figuravano il generale Giovan Battista Palumbo, comandante della Divisione, il maggiore Antonio Calabrese, il colonnello Pietro Musumeci e il tenente colonnello Michele Santoro. Bozzo riferì inoltre che il gruppo aveva una comune provenienza professionale dalla Toscana e che il generale Franco Picchiotti, ai vertici dell'Arma dei Carabinieri, ne avrebbe favorito la protezione.

La Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2 esaminò la vicenda della Divisione «Pastrengo» nel quadro dei rapporti tra la loggia e gli apparati militari. Nella relazione conclusiva, la Commissione richiamò la testimonianza di Bozzo sulla presenza di un gruppo di potere «al di fuori della gerarchia» e rilevò come i nominativi del gruppo da lui indicato risultassero iscritti alla P2; la Commissione sottolineò inoltre la partecipazione di Palumbo, Calabrese e Picchiotti a una riunione svoltasi nel 1973 presso Villa Wanda, residenza di Licio Gelli. La stessa relazione considerò la vicenda della «Pastrengo» significativa ai fini della ricostruzione dei rapporti tra la P2 e alcuni settori delle gerarchie militari.

Sviluppi sulla strage di Ustica La sua testimonianza fu acquisita anche nell’ambito delle indagini sulla strage di Ustica.