La porta Troiana era una delle cinque porte d'accesso alla città di Melfi. Situata lungo il settore orientale della cinta muraria, è ad oggi, assieme alla porta Balnea, uno dei due ingressi non più esistenti.

Storia

Dai Normanni agli Svevi Malgrado le fonti riguardanti questa porta siano molto scarse, è plausibile che la sua edificazione sia avvenuta intorno al 1070, anno in cui ebbe termine l'espansione urbanistica verso oriente promossa dai nuovi dominatori normanni, che di Melfi avevano fatto la capitale del loro regno nel Sud Italia, nonché principale punto di insediamento dei più influenti duchi e cavalieri dell'epoca.

La sua posizione non fu scelta per caso. Orientata verso il Tavoliere delle Puglie, ricoprì infatti un ruolo strategico fin dalla sua apertura, in quanto migliorava drasticamente la viabilità della direttrice strategica che conduceva fino a Troia, assieme a Melfi uno dei principali capisaldi dell'intero sistema difensivo normanno nel Mezzogiorno.

In epoca sveva, nonostante Melfi potesse contare su altri quattro ingressi (porta Calcinaia, porta Balnea, porta Venosina e porta Sant'Antolino), la porta Troiana continuò a detenere una notevole importanza, tanto da essere varcata per ben sedici volte da Federico II, che era solito giungere in città dopo aver soggiornato a Foggia (sua residenza invernale e importante centro burocratico) o a Lucera (luogo di insediamento di una colonia di fedelissimi arcieri saraceni). Ciò dunque sfata il mito secondo cui l'imperatore entrasse in città attraverso la porta Venosina, in quanto tale decisione avrebbe significato allungare drasticamente il tragitto, rendendolo per di più tortuoso a causa del territorio prettamente collinare che caratterizza il basso Melfese.

Dagli Aragonesi ad oggi Con l'infeudazione di Melfi alla famiglia napoletana dei Caracciolo, la porta Troiana fu protagonista, assieme alla quasi totalità della cinta muraria, di un intervento atto a rafforzarne la struttura, fortemente voluto da Giovanni II Caracciolo, in modo da adattarla alle nuove tecniche d'assedio e renderla resistente alle armi da fuoco, come i cannoni e le bombarde, da poco introdotte. In tal senso, anche lungo il fianco orientale vennero edificati, a regolare distanza, bastioni rastremati verso l'esterno e riempiti di terra, se pur più piccoli rispetto a quelli degli altri tratti, vista la conformazione collinare e dunque poco praticabile del terreno. A rafforzare ulteriormente la difesa dell'ingresso fu poi edificato un rivellino, ovvero una torre fortificata, la cui posizione è purtroppo ancora sconosciuta. Dai documenti a noi giunti, tuttavia, si evince che tale struttura sia stata edificata nelle sue immediate vicinanze.

Il passaggio del feudo di Melfi nelle mani dei Doria e le politiche attuate, riguardanti per gran parte la gestione dei commerci e delle finanze pubbliche, sancirono l'inizio di un'epoca buia per la cinta muraria e la stessa porta Troiana, che rimase pressoché abbandonata a sé stesse, senza che venissero effettuati validi interventi manutentivi, atti a garantirne un'adeguata stabilità strutturale. Malgrado ciò, l'ingresso pare sia rimasto pressoché intatto anche a seguito dei due violenti terremoti del 1694 e del 1851, che per contro danneggiarono gravemente o distrussero il resto della città.

Fra il 1909 e il 1912, ovvero nel corso della carica a sindaco di Melfi di Attilio di Napoli, già noto avvocato e politico, la cinta muraria fu protagonista di un evento senza precedenti, con ampie sue porzioni che vennero abbattute per migliorare i collegamenti stradali fra il centro storico (all'interno) e i nuovi sobborghi (all'esterno). La porta Troiana, così come avvenne nel 1851 per la porta Balnea, venne dunque demolita, in quanto ormai non più funzionale al transito dei nuovi mezzi di trasporto, come le automobili.

Ad oggi, della porta si conservano solamente il varco nelle mura e alcuni bastioni, per gran parte ridotti a ruderi e ricoperti dalla vegetazione, attualmente occupati da un traliccio elettrico e da una palazzina di case popolari realizzata dall’ex IACP, per i quali sono in programma progetti di abbattimento.

Architettura Basandosi sulle poche raffigurazioni a noi giunte, si può affermare che quasi certamente la struttura si presentava come una "torre-porta" a pianta quadrangolare, configurata non come un semplice ingresso, ma come un vero e proprio piccolo mastio maggiormente elevato rispetto alla linea della cortina muraria. Tale conformazione permetteva infatti di assolvere anche la funzione di postazione strategica per l'avvistamento e la difesa piombante. Il passaggio era garantito da un arco a tutto sesto (o leggermente ogivale) che attraversava l'intera massa della struttura, caratterizzata principalmente da mura a scarpa, ovvero leggermente inclinate, atte a conferirle maggiore stabilità contro la spinta del terreno.

Come per le altre porte della città e il resto della sua cinta muraria, anche in questo caso i materiali rispecchiano fortemente quella che è la geologia vulcanica del territorio del Vulture. La struttura originaria era infatti probabilmente costituita interamente da blocchi di pietra lavica scura, un materiale resistente ed estratto localmente, messi in opera con una malta composta da calce aerea e pozzolana.

Origine del nome La porta è propriamente detta "Troiana" in quanto, in epoca medievale, fu aperta allo sbocco della direttrice viaria che collegava Melfi a Troia, importante roccaforte del Tavoliere delle Puglie. Il toponimo, dunque, è di pura natura geografica e non presenta alcun collegamento storico con la figura di Troiano Caracciolo, duca di Melfi nel corso del XV secolo, promotore del rafforzamento strutturale di cui poi sarà protagonista la cinta muraria intorno al 1460, sotto il principato di Giovanni II Caracciolo.

Note

Bibliografia

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