Le origini del Risorgimento risalgono alla formazione di un'identità nazionale italiana a livello culturale e geografico. Sebbene l'unificazione politica dell'Italia sotto Roma avvenuta nel II secolo a.C. rappresenti il primo precedente storico di unità territoriale, la caduta dell'Impero romano d'Occidente inaugurò una frammentazione politica che sarebbe durata fino al XIX secolo. Durante il Medioevo, nonostante la divisione in regni, comuni e signorie, il concetto di "Italia" sopravvisse come spazio culturale e linguistico condiviso. Intellettuali come Dante Alighieri e Francesco Petrarca evocarono l'Italia come una patria ideale, lamentandone le divisioni interne e le sottomissioni alle potenze straniere. Questa coscienza identitaria si rafforzò nel Rinascimento, pur rimanendo confinata a un'élite letteraria e non traducendosi in un progetto politico concreto fino alla fine del XVIII secolo.
Il Risorgimento propriamente detto, affonda però le sue radici nell'illuminismo, per poi svilupparsi nel movimento culturale del Romanticismo. In quest'epoca, gli intellettuali risorgimentali assunsero il compito di risvegliare un'identità nazionale ancora latente nel popolo, costruendo una narrazione fondata sul richiamo alla memoria collettiva. Attraverso il culto dei "grandi uomini" e la celebrazione di eventi passati intesi come prefigurazioni della lotta presente, la storiografia romantica trasformò il concetto di nazione dando forma a comunità legata da vincoli di stirpe, lingua e religione. Questo sostrato ideale si fuse con le innovazioni portate dalla rivoluzione francese e dall'età napoleonica, che introdussero modelli amministrativi uniformi e unificarono i mercati. Nonostante il tentativo di ripristinare lAncien Régime con il congresso di Vienna del 1815, il desiderio di indipendenza e di superamento dell'egemonia straniera era ormai diventato un progetto politico concreto, destinato a sfociare nei moti degli anni successivi.
Le premesse storiche
L'Italia romana e l'Alto Medioevo La storiografia risorgimentale italiana trasse dunque origine idealmente da diverse tradizioni storiche, a cominciare dall'epoca romana, in cui la nozione di "Italia" si evolse fino a designare la penisola nella sua totalità, dalla punta calabra, allora Bruzio, fino alle Alpi; dai tempi di Diocleziano in poi essa incluse anche le isole. L'Italia fu il luogo di nascita e il primo campo di espansione del potere romano e fu integrata nello stato secondo modalità variabili; il sistema amministrativo dell'Italia rimase distinto da quello delle province fino all'epoca di Diocleziano. Le province erano infatti territori governati da magistrati delegati dal potere centrale,C. Nicolet, L'inventario del mondo, Roma 1989, pp. 229-231. mentre l'annessione e poi l'amministrazione dell'Italia si articolò attraverso la fondazione di colonie romane e latine, con la stipula di trattati di alleanza e confische del territorio. L'Italia romana era un territorio vasto e contrassegnato da una notevole varietà etnica e sociale, che, pur conservando dei forti particolarismi locali, subì sin dalla fine della repubblica romana un processo di unificazione sotto un unico regime giuridico. Il concetto di stato-nazione è senz'altro anacronistico se applicato al mondo antico, tuttavia la memoria storica dell'Italia romana venne particolarmente evocata nel periodo di formazione della nazione italiana moderna.
Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, l'unità territoriale della penisola non venne meno né col regno degli Ostrogoti, né con l'invasione longobarda e la conseguente spartizione della penisola.Andrea Giardina, L'Italia romana: storie di un'identità incompiuta, Laterza, 1997. I Longobardi inizialmente tesero a rimanere separati dalle popolazioni soggette sia sotto il profilo politico che militare, ma col tempo finirono sempre più per fondersi con la componente latina e tentarono, sull'esempio romano e ostrogoto, di riunificare la penisola per dare una base nazionale al loro regno.«né mai più fu ritentata per undici secoli la grande impresa (dicon essi) del costituire l'unità italiana.» (Giuseppe Brunengo, I primi Papi-Re e l'ultimo dei re longobardi, Coi tipi della Civiltà Cattolica, 1864, p.260 Tale tentativo fallì per l'intervento dei Franchi richiamati da papa Adriano I, secondo un modello destinato a ripetersi nei secoli a venire, che vede il papa cercare il più possibile di impedire la nascita di una potenza nemica sul suolo italico in grado di compromettere la sua autonomia.Montanelli, Da Carlo Magno all'anno Mille. Storia d'Italia, BUR, 1994.
Prima della conquista franca infatti, il Regnum Langobardorum si identificava con la massima parte dell'Italia peninsulare e continentale e gli stessi re longobardi, dal VII secolo, non si consideravano più solo re dei longobardi, ma dei due popoli (longobardi e italici di lingua latina) posti sotto la propria sovranità nei territori non bizantini e dell'Italia tutta (rex totius ItaliaeAgilulfo nel 604 definì se stesso, in una corona votiva, Gratia Dei rex totius Italiae ("Per grazia di Dio re di tutta Italia") quindi non più soltanto rex Langobardorum, "Re dei Longobardi".). I vincitori si erano pertanto gradualmente romanizzati, abbracciando la cultura dei vinti grazie anche all'accettazione del latino come unica lingua scritta dello Stato e come strumento di comunicazione privilegiato a livello giuridico e amministrativo.Jörg Jarnut, Storia dei Longobardi, pp. 48-50.
A partire dalla seconda metà dell'VIII secolo, i Franchi rivendicarono il titolo imperiale con Carlo Magno. Un secolo e mezzo più tardi, dopo l'estinzione della dinastia carolingia, fu un nuovo sovrano germanico, Ottone I di Sassonia, a rivendicare l'autorità imperiale. Sin dall'epoca carolingia, il controllo del Regno d'Italia rimase un fattore chiave per la conquista della corona imperiale, pertanto il titolo rimase a lungo conteso e alla lunga all'aristocrazia italica sfuggì il controllo della corona, ma essa riuscì comunque a consolidare il proprio potere attraverso processi di potenziamento dinastico e signorile. La storiografia nazionalistica dipinse Berengario del Friuli (850-924), retoricamente rappresentato come «un campione e un assertore dell'unità d'Italia»Indro Montanelli, Roberto Gervaso, Storia d'Italia, vol. 6, Da Carlomagno all'anno 1000, Fabbri editori, 1994, p. 139, e Arduino d'Ivrea (955-1015), sovrani del Regno d'Italia entrambi appartenenti alla dinastia anscarica, come antesignani dei patrioti risorgimentali.Umberto Eco, Il Medioevo. Barbari, cristiani, musulmani, Encyclomedia Publishers, 2010
Nei primi secoli dopo il Mille, lo stesso desiderio di autonomia e libertà portò a un notevole sviluppo delle Repubbliche marinare (Amalfi, Genova, Pisa e Venezia) e poi dei liberi Comuni di popolo, favorendo quella rinascita dell'economia e insieme delle arti che approderà al Rinascimento e che fu anticipata dal risveglio religioso che si ebbe nel Duecento con le figure di Gioacchino da Fiore e Francesco d'Assisi.Konrad Burdach, Riforma, Rinascimento, Umanesimo, trad. a cura di D. Cantimori, Firenze, Sansoni, 1986.
L'indipendenza del Regnum Italiae dal Sacro Romano Impero
Se durante l'alto Medioevo il sentimento nazionale italiano si mantenne ancora piuttosto in ombra, partecipando alla contesa tra le due potenze di allora, il Papato e l'Impero, con i quali si schierarono rispettivamente guelfi e ghibellini, esso cominciò così lentamente a emergere, alimentandosi soprattutto del ricordo dell'antica grandezza di Roma, e trovando nell'identità religiosa rappresentata dalla Chiesa, idealmente erede delle istituzioni romane, un senso di comune appartenenza.Origini dello Stato. Processi di formazione statale in Italia fra medioevo ed età moderna, a cura di G. Chittolini, A. Molho e P. Schiera, Bologna, Il Mulino, 1994.
La vittoria nella battaglia di Legnano ad opera della Lega Lombarda contro l'imperatore Federico Barbarossa (1176) e la rivolta dei Vespri siciliani contro il tentativo del re di Francia di assoggettare la Sicilia (1282) saranno assunte in particolare dalla retorica romantica ottocentesca come simboli del primo risveglio di una coscienza di patria..
La realtà storica mostrava invece come la formazione dei comuni e delle signorie portò al fallimento di una composizione politica unitaria, per il prevalere di interessi locali in un'Italia suddivisa in piccoli stati, spesso in lotta fra di loro. Così fu non progetto politico unitario ma espressione della volontà di una politica espansionistica di assoggettamento l'azione del sovrano svevo-italiano Federico II di Svevia, tesa a favorire l'instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche, sottraendo l'Italia dall'influenza papale e sottomettendola per intero all'impero germanico.Raffaello Morghen, L'unità monarchica nell'Italia meridionale in Nuove questioni di storia medioevale, Milano, Marzorati, 1977 (in Giampaolo Perugi, Pagine di storiografia, Zanichelli editore, 2000, p. 216)
In modo simile la storiografia ottocentesca post-unitaria, che voleva respingere l'accusa degli italiani restii a fare la guerra e chiusi nei loro interessi privati, giudicò ispirata ad uno spirito di riscossa nazionale nell'ambito militare la vittoria nel 1379 del condottiero Alberico da Barbiano nella Battaglia di Marino al comando delle milizie italiane contro mercenari francesi e bretoni al soldo dell'Antipapa Clemente VII. Per questa sua impresa Alberico riceverà da Papa Urbano VI uno stendardo col motto "LI-IT-AB-EXT" ("Italia ab exteris liberata" - L'Italia liberata dagli stranieri). Secondo Gregorovius, dimenticando lo spirito mercenario che animava le imprese del condottiero di ventura Alberico da Barbiano, questa fu «la prima volta [in cui] le armi nazionali vinsero le compagnie di ladroni stranieri; l'Italia si destò alla fine dal suo letargo, sicché da quella giornata di Marino si può dire che cominci l'era di una nuova milizia italiana e di una nuova arte di guerra».Ferdinand Gregorovius, Storia di Roma nel medioevo, Vol. VI, Venezia, 1875, p. 592
Così scrive Ariodante Fabretti, patriota, storico e senatore del Regno d'Italia nella XVI legislatura che vede nel soldato di ventura quasi una figura profetica dei futuri eroi risorgimentali:
Il Rinascimento Durante le rinascenze culturali del XIII e XIV secolo, che avrebbero condotto al fiorire del Rinascimento, si dimostrò ben vivo il ricordo della passata grandezza dell'Italia come centro del potere e della cultura dell'Impero romano e come centro del mondo, e il Paese fu ispirazione ed oggetto di studio per poeti e letterati, cantando lodi all'Italia antica - già vista come continuum culturale se non nazionale - e deprecandone la contemporanea situazione.
Un sentimento di comune appartenenza nazionale sembrò maturare presso gli intellettuali del tempo mentre il volgare latino locale veniva elevato al rango di lingua letteraria, primo ideale elemento di una coscienza collettiva di popolo. Anche grazie a tali letterati e intellettuali, fra cui emersero le figure universali di Dante, Petrarca e Boccaccio, che ebbero scambi culturali senza tener conto dei confini regionali e locali, la lingua italiana dotta si sviluppò rapidamente, evolvendosi e diffondendosi nei secoli successivi anche nelle più difficili temperie politiche, pur rimanendo per molti secoli lingua veicolare solo per le classi più colte e dominanti, venendo progressivamente e indistintamente adottata come lingua scritta in ogni regione italofona, prescindendo dalla nazionalità dei suoi principi. Dante e Petrarca inoltre introdussero la locuzione Bel paese, come espressione poetica, per indicare l'Italia:
Allo stesso tempo Dante deplorò la condizione politica in cui si trovava l'Italia con la famosa terzina della Divina Commedia: