Sant'Angelo in Vado (Sant'Angël o Sant'Ang'le in dialetto gallo-piceno; anticamente Tifernum Mataurense) è un comune italiano di abitanti della provincia di Pesaro e Urbino nelle Marche. Fu sede vescovile, ora unita nell'arcidiocesi di Urbino-Urbania-Sant'Angelo in Vado.

Storia

Sant'Angelo in Vado sorge sulle rovine dell'antica città romana di Tifernum Mataurense, denominazione che deriva da tipher o tifia, pianta acquatica che si sviluppa nelle zone paludose. Lo studio della pianta della Tifernum, ricostruita in base alle informazioni ottenute con le operazioni di scavo e con le interpretazioni aerofotografie, porta alla constatazione che la città aveva forma quadrata, con i classici cardo e decumano incrociati secondo il tipo urbano del castrum. L'esistenza dell'antico municipio romano è attestata dai molti reperti archeologici ritrovati e oggi conservati nell'Antiquarium della città. Si ritiene che questa, dopo l'avvento del cristianesimo, fosse sede vescovile.

La lunga guerra tra Bizantini e Ostrogoti durante il VI secolo interessò anche il territorio della Tifernum Mataurense, che subì la totale distruzione. I Longobardi ricostruirono il nuovo abitato sulle rovine della città romana quasi completamente ricoperte dai terreni alluvionali, e lo dedicarono all'arcangelo Michele, di qui il nome di Sant'Angelo. La seconda parte del nome "in Vado" fu aggiunta successivamente e sarebbe da attribuire al fatto che per raggiungere i due tronconi della città adagiata sulle rive del fiume, si dovesse "guadare" il fiume Metauro. Secondo un'altra interpretazione invece la parola è collegata al guado, una pianta che cresce piuttosto abbondante lungo le rive del fiume e dalla quale, attraverso un opportuno procedimento, si estraeva un inchiostro scuro utilizzato per stampe e la tintura dei tessuti.

Sullo scorcio del medioevo Sant'Angelo in Vado fu capitale della Massa Trabaria, provincia forestale dello Stato della Chiesa. Qui si radunava il parlamento della Provincia di Massa Trabaria che comprendeva il territorio incluso tra Cagli-Urbino e l'Appennino. La città nel tempo ha avuto giurisdizione anche sui contigui castelli di Sorbetolo, Ca' Resto (entrambi della famiglia degli Ubaldini), Baciuccaro e Monte Majo, così come sulla torre e podere dei Bensi, acquistato da Giulio Bensi, un tempo al servizio delle milizie della corte toscana. Il governo temporale della città era affidato a un magistrato composto da un gonfaloniere appartenente alla nobiltà, tre priori appartenenti a città, arti e contado, e controllato da un consiglio costituito da cittadini e nobiltà.

Nel luglio del 1849 di qui passò Giuseppe Garibaldi in fuga dopo la caduta della repubblica romana. Nel 1860-61 viene a far parte del Regno d'Italia.

Simboli Lo stemma comunale è uno scudo d'argento, alla croce di rosso. Il gonfalone è costituito da un drappo di bianco fiancheggiato a destra di rosso.

Onorificenze

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture religioseFranco Fini, Aldo Grassi, Vittorio MORICCIONI, Maiolo Barocci, Gaspare Romanini, Guida storico-artistica alle Chiese di Sant'Angelo in Vado, 2005. Concattedrale di San Michele Arcangelo: la Concattedrale dell'arcidiocesi di Urbino-Urbania-Sant'Angelo in Vado è il principale luogo di culto cattolico della cittadina, cattedrale della diocesi di Sant'Angelo in Vado-Urbania fino al 1986. Si trova in piazza Pio XII, vicino al Palazzo della Ragione. Chiesa di San Filippo Neri. La facciata principale prospetta a sud su piazza Umberto I, all'altezza dell'imbocco di via Maremma. In origine sul sito sorgeva un oratorio dedicato alla Vergine della Concezione, eretto nel XVI secolo, di cui ne restano alcune tracce dell'antico portale murato (vicino all'attuale, verso via Maremma) sul quale vi è un piccolo rilievo in arenaria, raffigurante la Vergine che discende sulla Terra. La chiesa fu ristrutturata nella forma attuale entro il primo decennio del XVII secolo, come voto fatto dal Comune, per impetrare la grazia affinché nascesse un erede maschio del ducato. L'interno assunse una pianta ottagonale, ad aula unica, coperta da una cupola. Gli altari e altri oggetti di culto sono opera dell'artigianato locale del primo seicento, attribuibili a Giovanpietro Zuccari. La calotta della cupola è decorata da affreschi a temperaCaldari Giovannelli 1981, p. 150., incorniciati da stucchi dorati, raffiguranti alcune scene della vita della Vergine, sui quattro spicchi, alternati dalle figure delle Sibille; risalenti alla fine degli anni venti del XVII secolo e attribuibili all'artista August Albrecht von Wallenstein. Sull'altare di sinistra, detto del Crocifisso, si trova una grande custodia lignea e dipinta esternamente ed internamente con scene raffiguranti un'Annunciazione e Longino e il centurione, opera di Raffaellino del Colle. Sotto a tale custodia, sull'altare si trova il reliquiario di Sant'Ubaldo, dono della popolazione di Gubbio ai vadesi in occasione della ristrutturazione seicentesca dell'edificio. Invece sull'altare di destra spicca la pala del pesarese Giovan Giacomo Pandolfi, raffigurante Federico Ubaldo raccomandato alla Vergine col Bambino da Sant'Ubaldo, San Michele Arcangelo e San Giovanni Battista (1614). Mentre sull'altare maggiore si trova una statua lignea dorata della Vergine, attribuita a Lorenzo Ghiberti. La chiesa ospitò anche la tela dello Schiaminossi, oggi nella vicina chiesa di Santa Caterina. Nel XVIII secolo la chiesa fu intitolata a San Giuseppe, quando vi s'insediò l'omonima confraternita, trasferitasi dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli, in tale occasione fu commissionata al pittore vadese Francesco Mancini, l'esecuzione di una tela raffigurante Il transito di San Giuseppe da collocare sull'altare maggiore, andando a coprire la statua della Vergine. Pochi decenni dopo, la chiesa assunse l'attuale denominazione. All'interno vi si conserva anche una tela di Taddeo Zuccari, raffigurante una Madonna degli Angeli, proveniente dall'omonima chiesa. Chiesa di Sant'Eusebio. La Chiesa di Sant'Eusebio è un luogo di culto di Sant'Angelo in Vado, in provincia di Pesaro e Urbino. Appartiene alla parrocchia di San Michele Arcangelo e rientra nell'arcidiocesi di Urbino-Urbania-Sant'Angelo in Vado. Risale al XIII secolo.. Ex convento di San Francesco. Si trova in via Roma, ai margini del centro storico. Si tratta dell'antico convento dei padri francescani, che si stabilirono in città verso la fine del XIII secolo ed eressero il convento agli inizi del secolo successivo. La chiesa odierna è frutto di una ristrutturazione avvenuta tra XVII e XVIII secolo, rimasta incompiuta come attesta la facciata principale. Ha però conservato il portale trecentesco in pietra, ogivale e strombato, nella lunetta al centro vi era raffigurata una Madonna in trono tra i santi Francesco e Bonaventura. Il convento fu soppresso durante l'occupazione francese agli inizi del XIX secolo e non fu ripristinato neanche con la Restaurazione, dato che fu adibito a seminario diocesano. L'interno, riccamente ornato da stucchi, si sviluppa a croce latina, con cinque cappelle gentilizie su ciascuno dei due lati della navata centrale. All'incrocio tra navata, transetto e presbiterio, si sviluppa nella parte superiore una tribuna con cupola intradossata. Il presbiterio è chiuso da un'abside semicircolare, con coro ligneo e una pala raffigurante San Francesco in gloria con la Madonna e altri Santi. L'organo risale agli inizi del XIX secolo ed è attribuito alla bottega di Gaetano Callido. Chiesa di Santa Caterina "delle bastarde". In origine fu legata alla confraternita di Santa Caterina del Gonfalone, che gestiva un ospedale per i pellegrini e un orfanotrofio. La chiesa ha un ingresso principale, a nord, su via Maremma, contrassegnato da un portale in pietra a sesto acuto, risalente alla prima metà del XV secolo. Mentre un secondo ingresso più recente (XVI secolo ca), sul lato orientale, verso Piazza Umberto I, immette nella sacrestia. L'interno è ad aula unica, voltata a botte, alla base della volta vi è una trabeazione, sul cui fregio corre un'iscrizione del 1562, legata al momento in cui fu dedicato l'edificio liturgico. Le pareti interne sono interamente e riccamente decorate da stucchi, opera dell'artista durantino Tommaso Amantini (seconda metà del XVII secolo); vi sono nelle nicchie anche una serie di statue, raffiguranti i Dottori della Chiesa e le Virtù Cardinali. La chiesa ha tre altari: sul maggiore è una pala di Raffaello Schiaminossi raffigurante la Decapitazione di Santa Caterina, collocabile tra gli ultimi anni del XVI secolo e i primi del XVII, una delle opere più importanti del tardo rinascimento in ambito locale, esempio di commistione tra elementi della maniera centro-italiana e influenze nordiche.Agnese Vastano, Raffaello Schiaminossi, Martirio di Santa Caterina, in Simone De Magistris. Un pittore visionario tra Lotto e El Greco, catalogo della mostra a cura di Vittorio Sgarbi, Venezia, 2007, pagg. 188 - 189.

Ex convento di Santa Chiara. Si trova in corso Garibaldi, la chiesa esternamente presenta un aspetto molto sobrio tanto da farla confondere con gli edifici contigui. È ad aula unica rettangolare, con tre altari (Il maggiore e due laterali), con volta a padiglione. Verso la strada prospetta con il suo lato lungo, caratterizzato da due portali (uno murato) e due finestre, architravati, quest'ultime in asse coi portali; la muratura è intonacata. Un primo monastero fu costruito fuori le mura, verso il IV secolo, ma fu poi distrutto dai Goti nel VI secolo. Il monastero fu ricostruito nel sito odierno, tra XI e XII secolo, quando fu retto da un ordine benedettino. Nel secolo successivo passò all'ordine delle clarisse. Il convento fu ristrutturato grazie alle donazioni di Papa Sisto V, legato all'ordine, in quanto era stato loro confessore. Fu nuovamente ristrutturato per risanare i danni provocati dal sisma del 1781, sotto il vescovo Zamperoli, il cui stemma fu apposto nei corridoi conventuali. Le clarisse lasciarono l'edificio, sul finire del XIX secolo, passandolo all'ordine delle Figlie del Sacro Cuore, che vi istituirono un orfanotrofio, perdurato fino alla fine del XX secolo. Il convento (esclusa la chiesa) fu poi ceduto e vi è stata aperta una struttura alberghiera. La chiesa presenta un pregevole portone settecentesco, riccamente decorato; inoltre al suo interno conserva una cimasa, raffigurante Il Padre eterno tra angeli e Santi oranti, attribuita a Luca della Robbia. Invece la volta è adornata dall'affresco dell'urbinate Girolamo Cialdieri con Scene della vita di Santa Chiara (1634) e su un altare laterale si trova la tela del pesarese Giovan Giacomo Pandolfi, raffigurante Sant'Agata (1604-16). Chiesa di Santa Caterina "del Corso". Sorge, con la sua imponente facciata barocca in laterizio a vista, lungo corso Garibaldi, davanti a palazzo Grifoni, sull'angolo con la via eponima. L'interno è ad aula unica, voltata a botte, riccamente decorata da stucchi. Verso la seconda metà del XIII secolo, nel sito fu eretto il monastero delle Serve di Maria, nella località nota come Pratello di Santa Maria, grazie alle donazioni della contessa Simona da Perugia. Sul finire del secolo, le monache scambiarono il monastero con quello del ramo maschile del medesimo Ordine, sulla stessa strada. Nella seconda metà del XV secolo, il convento fu ampliato, sotto la guida del beato Girolamo Ranuzzi. Il convento fu gravemente lesionato dal terremoto del 1781, che determinò la sua completa ricostruzione. Nel 1879, un incendio distrusse il coro e parte del presbiterio, che vennero poi rifatti. Il convento fu soppresso nel 1986 e l'edificio passò alla diocesi, che la usa per celebrare le funzioni liturgiche, come cappella invernale della vicina concattedrale.