La presenza di donne nelle forze armate giapponesi è stata a lungo limitata al solo ruolo di infermiere militari, tanto nelle forze armate dell'Impero giapponese quanto nei primi anni di esistenza delle moderne Forze di autodifesa del Giappone.

Solo nel 1967 le Forze terrestri di autodifesa giapponesi iniziarono ad ammettere nei propri ranghi personale militare femminile, seguite dalle Forze marittime nel 1977 e dalle Forze aeree nel 1993; l'accesso alle donne all'accademia militare nazionale e alla possibilità di diventare ufficiali venne concesso nel 1992. Le donne furono inizialmente escluse dai ruoli rivolti al combattimento diretto e destinate ai servizi amministrativi, alla logistica, alle comunicazioni e alla gestione del personale, ma le proibizioni iniziarono a cadere negli anni 2010, venendo completamente eliminate entro la fine del decennio: le donne poterono avere pieno accesso ai ruoli di combattimento nelle forze terrestri, navali e aeree senza distinzione con i volontari uomini.

Nel marzo 2024 le Forze di autodifesa del Giappone annoveravano quasi donne nei propri ranghi, pari a circa l'8,9% del totale degli effettivi.

Donne nelle forze terrestri giapponese

La tradizione storica del Giappone antico e medievale annovera diversi esempi di donne guerriere, comunemente note come Onna-bugeisha: parte delle classi nobili, addestrate all'uso delle armi, prendevano spesso parte alle battaglie campali al fianco dei loro colleghi uomini, i samurai. Il ruolo delle Onna-bugeisha, pur molto celebrato nei racconti della tradizione giapponese, calò e infine scomparve alla metà del XVII secolo durante il periodo Edo, sia per un generale declino della casta dei samurai corrispondente all'affermazione di un forte Stato centrale detentore del monopolio della forza militare, sia per la diffusione di ideali neoconfuciani che relegavano sempre di più le donne, soprattutto se di classe sociale elevata, al solo ruolo di mogli, dedite alla cura della prole e assoggettate in tutto ai loro mariti. Alcune donne guerriere furono impegnate sul campo di battaglia ancora nel corso della guerra Boshin del 1868, ma dopo quella data scomparvero del tutto dalla scena militare giapponese; le forze armate dell'Impero giapponese esclusero del tutto le donne da qualsiasi incarico di tipo militare salvo che per un ridotto ruolo di infermiere negli ospedali lontano dal fronte, ma con un inquadramento da dipendenti civili delle forze armate piuttosto che da membri a pieno titolo delle stesse.

Dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale, il Giappone attraversò una fase di quasi completa demilitarizzazione, iniziando solo negli anni 1950 a ricostruire delle forze armate con reclutamento su base volontaria e strettamente deputate alla difesa nazionale. Questa prima Riserva Nazionale di Polizia, fondata nel 1950 e quattro anni più tardi evolutasi nelle Forze di autodifesa del Giappone (Jieitai), annoverò nei suoi ranghi una sezione di infermiere donne: inizialmente delle volontarie classificate strettamente come personale sanitario civile, ma dal 1952 divenute un'unità di infermiere militari in uniforme; un inquadramento, quest'ultimo, volto anche a segnare un elemento di distinzione tra le moderne Forze di autodifesa e le precedenti forze armate imperiali, nonché a far accettare meglio all'opinione pubblica la ricostruzione delle forze militari giapponesi.

Le gerarchie militari giapponesi rimasero a lungo contrarie a qualsiasi ampliamento del ruolo del personale femminile, anche se il contatto e gli scambi tra le Forze di autodifesa giapponesi e le Forze armate degli Stati Uniti iniziarono a stemperare questa impostazione. Nel 1967 quattro infermiere militari giapponesi furono inviate negli Stati Uniti d'America per addestrarsi con il Women's Army Corps, e poco dopo la Forza terrestre di autodifesa (Rikujō Jieitai, l'esercito) creò un proprio corrispettivo del WAC statunitense; il personale del corpo femminile dell'Esercito giapponese fu comunque destinato a settori non legati al combattimento come l'amministrazione, la logistica, la gestione del personale, la contabilità e le comunicazioni. Nelle intenzioni dei vertici militari nipponici, la funzione del corpo femminile era principalmente quella di liberare da queste mansioni il personale maschile in modo che potesse essere destinato ai reparti combattenti; questo anche per compensare una certa flessione nei reclutamenti di volontari, dato dall'impetuoso periodo di sviluppo economico del Giappone che finiva con l'offrire agli uomini lavori meglio pagati dell'arruolamento nelle forze armate. Molti ufficiali credettero inoltre che il reclutamento delle donne avrebbe migliorato e promosso l'immagine delle Forze di autodifesa agli occhi dell'opinione pubblica giapponese.

L'adesione del Giappone alla Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna nel 1985 e l'adozione di una nuova legge nazionale per le pari opportunità nel 1986 portarono a un ulteriore ampliamento del ruolo delle donne nelle forze armate nipponiche. Entro i primi anni 1990 la Forza terrestre di autodifesa aveva aperto al personale femminile l'accesso a buona parte dei ruoli organici, compresi servizi al supporto al combattimento quali genio militare, artiglieria e difesa antiaerea, pur mantenendo una proibizione all'arruolamento nei corpi destinati al combattimento diretto; nel 1992 il governo aprì all'accesso di candidate allieve ufficiali i corsi dell'Accademia nazionale di difesa del Giappone, l'accademia militare congiunta delle Forze di autodifesa, consentendo quindi alle donne di aspirare ai più altri gradi delle forze armate. Nello stesso periodo, il governo giapponese mutò l'atteggiamento strettamente difensivo delle proprie forze armate e iniziò a inviare personale militare a prendere parte alle missioni di pace all'estero sotto l'egida delle Nazioni Unite, cui presero parte anche le donne soldato nipponiche: nel 2002 personale militare femminile fu inserito nel contingente giapponese assegnato alla missione delle Nazioni Unite a Timor Est (UNMISET) mentre tra il 2004 e il 2006 donne soldato fecero parte del Gruppo giapponese per la ricostruzione e il supporto all'Iraq, in entrambi i casi impegnate comunque in ruoli non di prima linea come comunicazioni, rifornimenti e assistenza sanitaria.

Dopo l'approvazione nel 2015 di nuove leggi in favore della piena uguaglianza di genere sui posti di lavoro, l'integrazione delle donne nelle Forze di autodifesa crebbe ulteriormente: nel 2017 la Forza terrestre di autodifesa aprì al reclutamento di volontarie donne anche i corpi combattenti quali fanteria e carristi, mantenendo una proibizione esclusivamente per le unità di decontaminazione impiegate in ambienti esposti a sostanze tossiche o pericolose. Quest'ultimo divieto fu infine abolito nel luglio 2025.

Donne nelle forze navali e aeree giapponesi

L'accesso delle donne alla Forza marittima di autodifesa (Kaijō Jieitai, la marina militare) e alla Forza aerea di autodifesa (Kōkū Jieitai, l'aeronautica militare) seguì in buona sostanza lo stesso sviluppo di quello nelle Forze terrestri: nel 1977 la Forza marittima aprì alle donne l'accesso ai servizi amministrativi e di retrovia, mentre nel 1993 tutte le branche di servizio nelle forze aeree e navali furono aperte al personale femminile fatto salvo l'imbarco a bordo di navi da guerra, sottomarini e aerei da combattimento. Queste ultime proibizioni caddero successivamente: nel 2008 la Forza marittima consentì l'imbarco delle donne sul navi da guerra, e nel 2013 le prime ufficiali donne iniziarono a essere nominate come comandanti di unità navali da combattimento; nel 2015 la Forza aerea aprì al reclutamento di donne nei ruoli di pilota da combattimento, e nel 2018 infine la Forza marittima ammise il personale femminile a bordo dei battelli subacquei.

Nel marzo 2018 il capitano Ryoko Azuma divenne la prima ufficiale di marina donna giapponese a diventare comandante di una flottiglia di unità da guerra, la Prima divisione di scorta, con quattro navi da combattimento tra cui la portaelicotteri Izumo e tra uomini e donne ai suoi ordini; nello stesso anno, il primo tenente Misa Matsushima divenne la prima donna giapponese a qualificarsi per il ruolo di pilota da caccia su velivoli Mitsubishi F-15J. Nel dicembre 2023 Natsue Kondo divenne la prima donna giapponese a essere promossa al grado di viceammiraglio.

Note

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