La Sacra di San Michele, o più propriamente abbazia di San Michele della Chiusa, localmente chiamata anche Sagra di San Michele, è un complesso architettonico arroccato sulla vetta del monte Pirchiriano, all'imbocco della val di Susa, nella Città metropolitana di Torino, in Piemonte, nel territorio del comune di Sant'Ambrogio di Torino, poco sopra la borgata San Pietro.

Collocata su un imponente basamento di 26 metri a 960 metri di altitudine s.l.m, affacciandosi dalla cima del monte Pirchiriano sul confine fra le Alpi Cozie e la Pianura Padana, è il monumento simbolo del PiemonteLegge regionale n. 68 del 21 dicembre 1994Recentemente il complesso monumentale è stato individuato «quale monumento simbolo del Piemonte, per la sua storia secolare, per le testimonianze di spiritualità, di ardimento, d'arte, di cultura e l'ammirevole sintesi delle più peculiari caratteristiche che può offrire il Piemonte, nonché per la sua eccezionale collocazione e visibilità», da Itinerari religiosi della Regione Piemonte e una delle più eminenti architetture religiose di questo territorio alpino, appartenente alla diocesi di Susa, prima tappa in territorio italiano della via Francigena.

Dal XII al XV secolo visse il periodo del suo massimo splendore storico, divenendo uno dei principali centri della spiritualità benedettina in Italia. Nel XIX secolo vi fu insediata la congregazione dei padri rosminiani. Nel 2016 il museo del complesso monumentale abbaziale è stato visitato da oltre persone.

Nella notte del 24 gennaio 2018, il Monastero Vecchio della Sacra ha subito danni a seguito di un incendio divampato sul tetto, senza danneggiare la parte architettonicamente più rilevante, che ha necessitato di importanti restauri. Lo scenario monastico ha ispirato il romanzo storico di Umberto Eco Il nome della rosa.

Il sito è stato uno dei vincitori del concorso fotografico mondiale Wiki Loves Monuments nel 2015 e nel 2026.

Storia Le origini (983-1050 d.C.)

Già in epoca romana fu qui presente un presidio militare, di vedetta presso la via Cozia verso le Gallie. A ricordo di questo passaggio, rimane una lapide, in memoria di una delle famiglie romane che vi abitarono nel I secolo, quella di Surio Clemente.

Il castrum romano fu poi utilizzato dai Longobardi, a guardia delle invasioni dei Franchi, nel contesto delle cosiddette chiuse longobarde, delle quali rimangono alcune vestigia nel sottostante paese di Chiusa di San Michele. Il culto micaelico, praticato dai Longobardi, fu ereditato dall'Imperatore Federico I Barbarossa, che lo trasmise al nipote Federico II, che lo estese a sua volta nel Regno e nell'Impero. Diffusosi ampiamente, si ipotizza che il culto di San Michele Arcangelo fosse già presente in Val di Susa, a partire dal VI secolo circa, periodo in cui fu presumibilmente eretta, proprio qui, una chiesetta-cappella dedicata all'Arcangelo.

L'Alto Medioevo infatti, vide la costruzione di numerosi edifici religiosi in Europa dedicati al Santo Arcangelo. La data di costruzione del complesso vero e proprio viene identificata tra il 983-987, anche se altri la identificano tra il 999 e 1002. Le fonti più certe parlano del tempo di san Giovanni Vincenzo, l'arcivescovo di Ravenna ritiratosi a una vita eremitica presso queste zone, quindi tra la fine del X e l'inizio dell'XI secolo. Secondo una leggenda, l’ex arcivescovo ebbe la visione dello stesso Arcangelo Michele, che gli ordinò di erigere un santuario. Gli stessi angeli avrebbero infine consacrato la cappella, che di notte fu vista dalla popolazione come "avvolta" da un grande fuoco.

Le fasi iniziali della costruzione sono scarsamente descritte. I documenti più antichi risalgono a un certo monaco Guglielmo, che visse proprio in quel cenobio e, intorno alla fine dell'XI secolo, scrisse il Chronicon Coenobii Sancti Michaelis de Clusa. Egli citò la data di fondazione addirittura nel 966; tuttavia, lo stesso monaco, in un altro passo della sua opera, affermò che la costruzione ebbe inizio sotto il pontificato di papa Silvestro II (999-1003).

Il Romanico Accanto al sacello più antico, Giovanni Vincenzo ne fece realizzare un altro, oggi ambiente centrale dell'attuale cripta della Chiesa. Gli studiosi tendono ad attribuire questa parte a Giovanni Vincenzo in quanto le nicchie, gli archetti e le colonnine richiamano motivi analoghi all'architettura bizantina, all'epoca diffusa proprio nel Ravennate.

Sul finire del X secolo, fondamentale fu l'intervento del nobile francese conte Hugon di Montboissier, detto "Ugone", allora governatore di Aurec-sur-Loire, nell'Alvernia e responsabile dell'abbazia di Saint-Michael de Cuxa, a Codalet (Pirenei). In tal modo, il conte poté quindi riscattare i suoi peccati a fronte dell'indulgenza richiesta al nuovo papa Silvestro II. Grazie ai suoi interventi, fu aggiunto un piccolo cenobio per pochi monaci e qualche pellegrino.

L'amministrazione fu data all'abate Adverto di Lezat (diocesi di Tolosa). Fu in questo periodo, tra il 1015 e il 1030, che, molto probabilmente, l'architetto Guglielmo da Volpiano disegnò il progetto della "nuova Chiesa", che verrà successivamente costruita sopra alla primitiva chiesetta.

A metà dell'XI secolo, la struttura dell'abbazia fu quindi affidata ai Benedettini, che ne seppero sviluppare progressivamente il significato spirituale, dando asilo ai pellegrini e protezione alle popolazioni della zona. In questo periodo fu infatti costruito l'edificio della foresteria, staccato dal monastero, e in grado di accogliere i numerosi pellegrini che, percorrendo la via Francigena passante per il Moncenisio, vi salivano per trovare ristoro fisico e spirituale.

L'ampliamento settentrionale (1099-1390) La parte settentrionale del complesso, oggi in rovina, fu costruita nel XII secolo come "Nuovo monastero", per il quale furono aggiunte tutte le strutture per la vita di molte decine di monaci: celle, biblioteca, cucine, refettorio, officine.

Dalle basi di quello che probabilmente era l'antico castrum di epoca romana, l'abate Ermengardo, che resse il monastero dal 1099 al 1131, fece realizzare questa opera ardita, partendo dall'impressionante basamento di 6 metri che dalla base a picco raggiunge la vetta. Il basamento quindi, è sovrastato dalle absidi, che portano la cima della costruzione a sfiorare i 1.000 metri di altitudine rispetto ai 962 del monte Pirchiriano, la cui vetta costituisce una delle colonne portanti della chiesa, tuttora visibile grazie alla presenza di una targa: "culmine vertiginosamente santo", citazione del poeta rosminiano Clemente Rebora (XX secolo).

Il monastero subì un parziale decadimento nel 1629, a causa del passaggio delle truppe francesi del generale Nicolas de Catinat. Un successivo degrado avvenne durante l'Assedio di Torino del 1706. Di questa parte, infatti, rimangono oggi solo dei ruderi, affacciati verso la Val di Susa: si doveva trattare di un edificio di ben cinque piani, la cui imponenza è manifestata dai muraglioni, archi e pilastri, a oggi ancora parzialmente visibili.

La torre della Bell'Alda

Sempre sul lato settentrionale, isolata dal resto del complesso, svetta la torre della "Bell'Alda", oggetto di una suggestiva leggenda: una fanciulla (probabilmente vissuta nel XIII - XIV secolo), la bell'Alda appunto, volendo sfuggire dalla cattura di alcuni soldati di ventura, si ritrovò sulla sommità della torre. Dopo aver pregato, disperata, preferì saltare nel precipizio sottostante, piuttosto che farsi prendere; le vennero in soccorso gli angeli e, miracolosamente, atterrò illesa. La leggenda vuole che, per dimostrare ai suoi compaesani quanto era successo, tentasse nuovamente il volo dalla torre, ma che per la vanità del gesto ne rimase invece uccisa.

La "nuova" chiesa (1110-1255) La chiesa attuale, detta anche "Nuova", è il risultato di più di un secolo di interventi. Partendo dai primitivi progetti di Guglielmo da Volpiano, l’effettivo inizio dei lavori è di difficile datazione, ma si suppone che il primitivo impianto, quello absidale, sia stato commissionato dall’abate Stefano all'inizio del XII secolo, con l'imponente basamento del 1110-1120. Si impone qui lo stile romanico di stampo normanno, senza alcuna finestra e sormontato da volte a crociera analoghe alle attuali.

Tra il 1120 e il 1130, vi lavorò lo scultore Niccolò, ma anche Pietro da Lione. Dal protiro, altissimo a più piani, si accede allo scalone dei Morti, così chiamato perché anticamente era fiancheggiato da tombe. Qui si trova la porta dello Zodiaco, con gli stipiti decorati da rilievi dei segni zodiacali, che all'epoca erano un modo per rappresentare lo scorrere del tempo (quindi una sorta di memento mori). In questi rilievi, simili a quelli dei popoli fantastici nella porta dei Principi di Modena, si riscontrano influenze del linearismo della scuola scultorea di Tolosa.

Sul finire del XII secolo poi, vi furono degli interventi in cosiddetto stile "romanico di transizione", di scuola lombardo-emiliana, caratterizzato dalla comparsa di finestre bifore, e i cui lavori dovettero richiedere molto tempo, documentato nel passaggio che si trova all'interno delle campate tra il pilastro cilindrico e quello polistilo e nelle due successive arcate con pilastri a fascio e archi acuti. Le volte originali crollarono nel XVI secolo, sostituite nella navata centrale da una pesante volta a botte, che esercitava una notevole spinta sui muri laterali, minacciandone la stabilità e creando pericolo di ribaltamento. Per far fronte a questa minaccia, durante i restauri di fine Ottocento, fu demolita la volta a botte, e sostituita con una triplice volta a crociera, completata nel 1937. Il Gotico L'ultimo intervento in periodo medioevale avvenne all'inizio fino a circa metà del XIII secolo (con la solenne consacrazione nel 1255), nel quale comparvero elementi in stile gotico francese, opera di artisti sconosciuti ma di chiara scuola piacentina, come, ad esempio, la decorazione del finestrone dell’abside centrale e le due finestre delle navate minori.

Gli interventi eseguiti per adattare lo sviluppo architettonico al particolare ambiente costituito dalla vetta del monte Pirchiriano, portarono al rovesciamento degli elementi costitutivi fondamentali. In tutte le chiese la facciata è sempre localizzata frontalmente rispetto alle absidi poste dietro l'altare maggiore e contiene il portale d'ingresso; al contrario, la facciata della sacra si trova nel piano posto sotto il pavimento che costituisce la volta dello scalone dei Morti. La facciata è sotto l'altare maggiore, ed è sovrastata dalle absidi con la loggia dei Viretti, visibile dalla parte del monte rivolta verso la Pianura Padana.

Nel 1315, fu composto il Breviario di San Michele della Chiusa, per scandire le preghiere quotidiane e celebrare le festività della Chiesa Cattolica; all'interno del breviario fu posto inoltre il ciclo delle preghiere particolari, per celebrare e onorare il fondatore della Sacra, San Giovanni Vincenzo.

Il declino (1381-1836) Il declino della Sacra fu causato da antefatti politici risalenti al 1362: il principe Giacomo di Savoia-Acaia, a causa della sua insubordinazione a Casa Savoia, fu esautorato da poteri e possedimenti. Suo figlio, Filippo II di Savoia-Acaia, si volle quindi vendicare, saccheggiando il borgo di Sant'Ambrogio di Susa e distruggendo il palazzo abbaziale. In tali tumulti, fu supportato dall'allora abate Pietro III di Fongeret. Nel 1381 quindi, Amedeo VI di Savoia (detto il Conte Verde), prese la drastica decisione di chiedere direttamente a papa Urbano VI la soppressione dell'autorità dell'abate presso la Sacra. Da quel momento, il complesso perderà definitivamente la propria grande autonomia e verrà amministrato soltanto da un commendatario. In "commendam", il monastero perse di interesse già nel XV secolo. Fu gestito dai soli padri Priori che, non solo furono scarsamente sostenuti, ma semplicemente utilizzati dai commendatari per la riscossione delle rendite.