L'exile e L'apparence è il catalogo della omonima mostra fotografica di Jean Baudrillard, tenuasi a Siena presso il Complesso museale di Santa Maria della Scala nel 2003, contenente anche un suo saggio, con l'introduzione di Omar Calabrese e Antonio Bertoli, per la grafica di Andrea Rauch.
Su Jean Baudrillard, notissimo sociologo, filosofo e saggista è stato già ampiamente detto molto e molto continua ad essere stampato anche dopo la sua morte. Meno nota è la sua produzione fotografica che Omar Calabrese, nell'introduzione al volume, definisce quella di un "amateur" alla francese, però, nel senso di amante e non di dilettante, che tale assonanza ha finito per assumere nella traduzione italiana.
Lo stesso autore francese esordisce con queste parole sul catalogo per aiutare lo spettatore ad entrare nel gorgo delle sue immagini: "La fotografia è il nostro esorcismo. La società primitiva aveva le sue maschere, la società borghese i suoi specchi, noi abbiamo le nostre immagini. Crediamo di costringere il mondo con la tecnica. Ma attraverso la tecnica è il mondo che s'impone a noi, e l'effetto sorpresa di questo capovolgimento è davvero considerevole".
La mostra sfiora ed evoca, medita, per frammenti, la Camera chiara di Roland Barthes nel cui testo, ad un certo momento, riflette su quello che chiama il "silenzio dell'immagine", cioè come se l'immagine, fermata nella sua immobilità, si scrollasse di dosso ogni rumore da qualsiasi parte provenga, anche il più violento. Concetto peraltro ripreso da Henri Cartier Bresson quando afferma che "Bisogna cogliere le persone nel loro rapporto con se stesse, vale a dire nel loro silenzio".
Baudrillard infatti non si interroga sul valore estetico della fotografia ma sulle complesse relazioni che intercorrono tra il soggetto, cioè il fotografo, e l’oggetto, cioè con ciò che viene fotografato. Sembra pertanto un pretesto per trattare il problema dell'immagine che, indipendentemente dal reale, viene gravata di nuove forme simboliche. Si può affermare che il senso della fotografia artistica di Baudrillard sta nel recupero della forza dell'illusione, giocando nelle forme che diventano un simbolo di qualcos'altro. L'autore medesimo sostiene: "Se dovessi provare nostalgia per qualcosa, sarebbe per la perdita dell'illusione non certo per la perdita del reale".
Se nella mostra fa appello al silenzio, nella conferenza dal titolo Violenza del virtuale e realtà integrale che ha tenuto all'Università di Siena presso la Scuola Superiore di Studi Umanistici, in contemporanea con la mostra, egli rovescia completamente il discorso. Nella sua disamina dichiara che è in atto una rappresentazione integralista della realtà. A quanto si racconta da tempo, siamo nella società dello spettacolo, ma non è più così. Lo spettacolo scompare quando si abolisce la distanza tra reale e fantastico, tra quotidiano e illusione, tra il vero e la sua imitazione. In questo senso non si sa più dove si trovi l'originale. Tra i suoi numerosi esempi, merita la citazione sull'informatica, nella quale la rete viene prima dell'individuo. Il virtuale si afferma e ingoia il reale sostituendolo. il tempo reale e storico, i suoi eventi piombano nell'oscurità e nell'incertezza, come fossero improbabili. Secondo Baudrillard, il tempo virtuale non è il tempo storico ma neppure quello dell'utopia, è un tempo che si fa negazione: gli eventi anche tragici possono non essere accaduti. Quando si perde la distinzione tra reale e illusione tutto può venir truccato: guerre, corruzione, processi, sondaggi.
Il senso della mostra risiede nell'antica profezia di Hegel, "secondo cui tutta l'arte moderna è la storia di una scomparsa [...] destrutturazione e decostruzione". Baudrillard si chiede: "che cosa c'è al di là dell'estetica? C'è ancora altra illusione che l'estetica?". Le sue prove fotografiche provano a fornire una risposta manipolando le forme.
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