Lalessandrino o martelliano è un verso composto da due emistichi di almeno sei sillabe ciascuno, nei quali la sesta sillaba è accentata. Può coincidere o meno con un dodecasillabo.
Nella metrica francese e occitana, lalessandrino è un verso composto da un doppio esasillabo (hexasyllabe). Nella metrica italiana all'esasillabo corrisponde il settenario. Quindi l'alessandrino o martelliano può essere definito anche come un doppio settenario. In altre parole è formato da due parti giustapposte, ognuna delle quali è detta emistichio, indipendenti l'una dall'altra. Esso fa parte dunque della serie di "versi composti" della metrica italianaTra i versi composti vi sono il doppio quinario (che compare nella poesia duecentesca, in particolare nella laude Quando t'aliegre, uomo d'altura di Iacopone da Todi, poi nel Settecento nella versificazione dell'opera e dell'ode-canzonetta, fino alla ballata romantica ottocentesca, alla metrica barbara e a Pascoli, come nella lirica L'ora di Barga) il doppio senario (introdotto in pratica, dopo rarissime apparizioni nella poesia duecentesca, nell'Ottocento, con Giovanni Berchet e Alessandro Manzoni, il quale lo usa nel coro dell'atto III dellAdelchi; è usato sino a D'Annunzio), il doppio ottonario (rarissimo, usato da Carducci nel componimento La sacra di Enrico Quinto e da Enrico Thovez ne Il poema dell'adolescenza) e il doppio novenario (usato da Gozzano con delle rime interne, come in Alle soglie).. Alcuni studiosi chiamano questo metro anche "tetradecasillabo".
Caratteristiche Trattandosi di due settenari giustapposti, per quanto riguarda gli schemi ritmici, varranno quelli più frequenti per il settenario, vale a dire lo schema (2ª)-4ª-6ª e quello 3ª-6ª, dove i numeri si riferiscono al numero della sillaba sulla quale cade l'accento tonico. Ovviamente, il fatto che questi siano gli schemi ritmici più frequenti non implica che siano i soli a dover essere adoperati; anzi, una certa libertà ritmica è concessa, eccezion fatta per l'accento sulla 6ª sillaba di ognuno dei due emistichi, che è obbligatorio.
A seconda del periodo storico, la sinalefe all'interno di questo metro è più o meno estesa: laddove in Pier Jacopo Martello vi è sinalefe (ovvero nella stragrande maggioranza dei casi, es. dopo un accento forte, come è possibile notare in quasi tutta la poesia italiana postpetrarchesca, la quale ammetteva pur, come Petrarca stesso, diverse eccezioni alla regola della sinalefe generalizzata), in Guido Gozzano in alcuni casi essa non si verifica (avendovi luogo, al contrario, dialefe, come nell'emistichio "Totò opra in disparte"), mentre in altri casi, consimili, si verifica (come in "Totò ha venticinque anni").
Per descrivere il suo funzionamento, si è mutuato dalla metrica classica, per analogia, il termine asinarteto, che è un metro composto di due misure metriche (due cola), in cui alla fine della prima non sono consentiti quei fenomeni normalmente possibili a fine verso, come quantità ancipite e iato eventuale tra la vocale finale e quella iniziale dell'unità successiva: nell'alessandrino infatti entrambe le parti sono trattate come indipendenti, in quanto i settenari possono essere tronchi, sdruccioli o piani senza incidere sul computo complessivo (di regola dunque non si ammette la sinalefe tra le due parti).
Storia Origine del verso e sue prime utilizzazioni in poesia Il verso alessandrino francese deriva dall'esametro latino (lo ricorda Mallarmé nel suo Crise de vers), o meglio si deve a una particolare maniera - francese - di leggere l'esametro latino nel Medioevo, così come dall'esametro latino deriva l'endecasillabo italiano. Antonio Prete scrive infatti: «Dunque, nonostante le misure diverse e la diversa evoluzione, l'origine è comune. Come analoga è la loro centralità nelle rispettive tradizioni. E tuttavia la scelta dell'endecasillabo da una parte prosciuga il verso originale, imponendo qualche volta rinunce a sfumature e a particolari, dall'altra comporta per così dire una risonanza: la risonanza, e memoria, dei classici della nostra poesia. Fatti, l'uno e l'altro, che possono qualche volta risultare persino necessari: quando ad esempio si tratta di un sonetto, e in più di un sonetto che muova esplicitamente dal solco della tradizione francese; oppure quando il testo originale, se reso col doppio settenario, mostrerebbe nella nostra lingua un di più di espansione narrativa o di solennità».A. Prete, Sottovento: critica e scrittura, Manni Editori, 2001, p. 115.
L'alessandrino deve il suo nome al poema francese Roman d'Alexandre di Alexandre de Bernay (per una storia della sua tradizione vedi Romanzo di Alessandro), della fine del XII secolo, dove questo tipo di verso venne utilizzato per la prima volta (esempio: Li pui de Tus sunt haut envers le ciel tout droit); la denominazione di «Alexandrin» in Francia risale tuttavia al XIV secolo. Il verso alessandrino, diffuso nella letteratura d'oïl fu accolto nell'Italia settentrionale nel Duecento in un poemetto didascalico di autore anonimo veneto, Proverbia quae dicuntur super natura feminarum, dove lo si ritrova in quartine monorime col primo emistichio sdrucciolo, sebbene non costantemente; fu poi utilizzato da Uguccione da Lodi, Giacomino da Verona, e Bonvesin de la Riva; presto si estese al Centro e al Sud dell'Italia e soprattutto fra i poeti della Scuola siciliana. Ma senza dubbio l'esempio più famoso di alessandrino medievale in lingua italiana è il Contrasto di Cielo d'Alcamo, poeta duecentesco della Scuola Siciliana (stando a D'Arco Silvio Avalle, il verso costituito di un emistichio sdrucciolo e uno piano, utilizzato in questo componimento, deriverebbe dal tetrametro giambico catalettico, più che dall'alessandrino francese, il quale a sua volta discende dall'asclepiadeo minore). Poi non è più usato in Italia fino al tardo Seicento, quando viene ripreso da Pier Jacopo Martello.
L'apogeo dell'alessandrino: il Classicismo francese del Seicento In Francia lalexandrin classique (alessandrino classico), formato da due emistichi di senari con forte cesura, venne utilizzato nel XVI secolo dai poeti della Pléiade e dai grandi drammaturghi; l'uso della cesura venne teorizzato così da Boileau:
Che la cesura debba essere forte è cosa ancora più consigliabile nel verso italiano, dato che la sua maggiore libertà alla fine dell'emistichio può comportare anche due sillabe sovrannumerarie dopo l'accento fisso sulla 6a: una netta divisione tra i due emistichi consente un'accentazione più forte e una più marcata divisione tra di essi.
La teorizzazione del martelliano: Del verso tragico di Martello Nel tardo XVII secolo Pier Jacopo Martello lo introdusse dunque nella poesia drammatica in lingua italiana, sull'esempio di quanto era avvenuto in quella in lingua francese nel corso del secolo appena trascorso, con le tragedie del classicismo francese di Racine e di Corneille; egli lo sviluppò quindi indipendentemente dagli esempi italiani di alessandrino, che d'altra parte egli non conosceva; nel suo trattato Del verso tragico (1709) egli teorizza l'uso di questo verso nelle tragedie, affermando tra le altre cose che la relativa libertà "sillabica" alla fine degli emistichi (nel senso che possono avere una terminazione sia piana che tronca e sdrucciola) del settenario doppio nella metrica italiana compensa l'alternanza di "rime femminili" e "rime maschili" canonica nella poesia francese tradizionale (in seguito, cioè nell'Ottocento, questa alternanza sarà imitata da Carducci alternando rime piane e rime tronche in alcuni componimenti presenti nelle Rime nuove, con un procedimento tra l'altro già frequentemente in uso, con altri metri e in altre forme, dal Chiabrera in poi); proprio dal Martello deriva il nome di "martelliano" assunto dall'alessandrino nella letteratura italiana.
Nel trattato del 1709, Pier Jacopo Martello confessa che l'alessandrino francese, sebbene non sia «molto ritondo, o colante», è molto comodo per via della sua lunghezza per «esprimere interamente qualunque difficile sentimento», e che le sue rime baciate non sono stomachevoli come lascerebbe pensare la loro vicinanza, poiché tra di esse intercorre una distanza di dodici sillabe nel caso di versi "mascolini" e di tredici sillabe nel caso di versi "femminini". Egli si ingegnò dunque, nella speranza di imitarne la relativa forza e naturalezza nell'espressione, di trasporre in quel metro la lingua italiana. Pensò quindi di trasferire nella lingua italiana questo verso più volte, ma senza fortuna:
«Imperocché, dove i Franzesi divorano con la pronuncia le sillabe, cui scrivono intere, noi troncandole con la voce, saremmo ancora necessitati a troncarle con la scrittura; laonde tanto nelle cesure, quanto nelle cadenze, o in monosillabi, o in vocali accentate, o in consonanti tronche terminaremmo, constituendo un metro, che nella misura corrispondesse al Franzese, ma non nell'effetto: meglio dunque stimai trovar verso, che nell'effetto, non nella misura a quello corrispondesse, la cui lunghezza fosse egualmente, ed anzi più comoda a comprendere qualunque fossesi sentimento, ed il cui suono non riuscisse sì barbaro agli orecchi Italiani, i quali hanno condannata per lo passato la quantità di que' metri, che la quantità dei versi Latini, o Epici, o Saffici, o in qualunque modo Lirici, hanno voluto introdurre nel nostro idioma»Questa citazione, come le seguenti, è tratta dal testo del trattato presente on-line all'indirizzo http://books.google.it/books?printsec=frontcover&pg=PR43&id=BK40AAAAMAAJ#v=onepage&q&f=true, e presente all'inizio del volume. I brani sono presi dalla pag. XLIII e seguenti..
Quindi egli afferma che, se i francesi alternano per lo più due rime femminili a due maschili, gli italiani potrebbero serbare in ciò una maggiore libertà, sia per
«non prender da altri legge, e per fare a noi quella legge, ché sempre libera, e nell'arbitrio di chi se la fa da sé stesso, come ancora, per non cadere in soverchia armonia, mescolandoli, alternandoli, unendoli conforme ci tornerà più in acconcio, e non sempre nella cesura terminando porzione del sentimento; poiché in guisa tale i nostri versi, che da qui innanzi Tragici chiameremo saran mutati, rimati, ma vari alquanto di suono, ma di rime un po' distanti, e di misura maggiormente capace di qualunque più adagiata espressione».
In seguito spiega che siffatto verso avrà una misura varia che nella maggior parte dei casi avrà quattordici sillabe, ma che, a seconda delle terminazioni degli emistichi (piane, tronche o sdrucciole, insieme o alternativamente), varieranno da un minimo di dodici a un massimo di sedici sillabe. Inoltre
«altra diversità nascerà, se a mezzo il verso si truovi vocale susseguita da consonante, o da altra vocale [...]; dimodoché senza patimento verun dell'orecchio avremo un'armonia non men varia di quella abbiano avuto i Greci con tante sorte di versi nelle Tragedie loro a bella a posta mescolati, e confusi, ed altra insomma da quella, che nasce dalle due fatte de' versi Franzesi Drammatici, mascolini cioè, e femminini».
Infine, per compensare questa maggiore libertà che il verso tragico italiano ha rispetto all'alessandrino francese, il Martello propone che ci si renda ancora più indipendenti da quello, astenendosi più che si può dal ripetere una rima già usata una seconda volta nella stessa scena: cosa che contribuirà, anch'essa, alla varietà dei suoni «tutti egualmente nascenti da poco diverse misure di verso».
Peripezie del verso martelliano dal Settecento ai primi anni del Novecento Goldoni: il più grande utilizzatore del verso martelliano?