Il golpe Borghese (citato anche come golpe dei forestali o golpe dell'Immacolata, anche notte di Tora Tora, in ricordo dell'attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941) fu un tentato colpo di Stato avvenuto in Italia durante la notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 e organizzato da Junio Valerio Borghese, fondatore del Fronte Nazionale, in collaborazione con Avanguardia Nazionale. Il golpe fu annullato dallo stesso Borghese mentre era in corso di esecuzione, per motivi mai chiariti.
Per evitare l'arresto, Borghese si rifugiò in Spagna dove rimase fino alla morte, avvenuta a Cadice il 26 agosto 1974, senza mai più rientrare in Italia benché l'ordine di cattura spiccato nei suoi confronti dalla magistratura italiana fosse stato revocato nel 1973. Il processo per il tentato golpe, dopo una condanna in primo grado di numerosi congiurati il 14 luglio 1978, vide la sentenza d'appello del 27 novembre 1984 mandare tutti gli imputati assolti. Il 25 marzo 1986 la Cassazione confermò l'assoluzione.
Ricostruzione dei fatti secondo la Commissione parlamentare d'inchiesta (XIII legislatura) Lo svolgersi sufficientemente esauriente dei fatti accaduti può essere desunto dalle relazioni della «Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi», oggi pubblicheAtti Parlamentari (Senato della Repubblica/Camera dei deputati), XIII Legislatura, Doc. XXIII n. 64 Vol I, Tomo II, Stragi e terrorismo in Italia dal dopoguerra al 1974, pp.157-171 con l'esclusione dei documenti riservati e anonimi, come deliberato dalla stessa nella seduta del 22 marzo 2001.
L'inchiesta giudiziaria promossa dal Servizio informazioni difesa (SID) nel 1971, infatti, giunse alla magistratura depurata di importanti informazioni da parte del Ministro della Difesa dell'epoca, Giulio Andreotti.Fulvio Mazza, Il Golpe Borghese: Quarto grado di giudizio. La leadership di Gelli, il "golpista" Andreotti, i depistaggi della "Dottrina Maletti", Luigi Pellegrini Editore, 2020, pp. 25-28. Le contraddittorie sentenze giudiziarie per il tentato golpe, quindi, non poterono tener conto di tali informazioni. Dopo una condanna in primo grado di numerosi congiurati il 14 luglio 1978, infatti, la sentenza d'appello del 27 novembre 1984 mandò tutti gli imputati assolti, tranne alcuni per reati minori. Il 25 marzo 1986 la Cassazione confermò l'assoluzione.
Successivamente emersero ulteriori informazioni e documenti e furono svolte numerose audizioni da parte della Commissione parlamentare per l'accertamento dei fatti. Secondo la Commissione parlamentare: «è estremamente probabile che anche gli esiti giudiziari della vicenda sarebbero stati diversi se intense e molteplici non fossero state le condotte di occultamento della verità anche da parte degli apparati».Atti parlamentari, cit., p. 160
Tutto ciò con la premessa che la stessa relazione della Commissione d'inchiesta non vada letta come una sorta di maxi-sentenza definitiva, ma soltanto come la formulazione di un giudizio storico-politico globale. Come ogni analisi storico-politica, quindi, essa potrà comunque essere soggetta a integrazioni e mutamenti.
Il progetto e i piani Il golpe era stato progettato sin dal 1969 da Junio Valerio Borghese sotto la sigla Fronte Nazionale in stretto collegamento con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Il 4 luglio 1970 era stata costituita una "Giunta nazionale"Atti parlamentari, cit., pp.157-158]. Borghese era in precedenza conosciuto per essere stato il comandante della X Flottiglia MAS fin dal 1º maggio 1943 e dopo l'8 settembre 1943 con il proprio reparto aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana.
Il Fronte Nazionale aveva costituito gruppi clandestini armati e aveva stretto relazioni con settori delle Forze Armate. In accordo con diversi vertici militari e membri dei ministeri, il piano prevedeva l'intervento di gruppi armati su diversi obiettivi di alta importanza strategica: l'occupazione del Ministero dell'Interno, del Ministero della Difesa, delle sedi Rai e dei mezzi di telecomunicazione (radio e telefoni) e la deportazione degli oppositori presenti nel Parlamento.
Tutto questo sarebbe stato accompagnato da un proclama ufficiale alla nazione, che Borghese stesso avrebbe letto dagli studi occupati della Rai e il cui testo fu rinvenuto tra gli effetti personali di Borghese: Insieme al proclama fu sequestrato tra le carte di Borghese anche il futuro programma di governo in cui vi si confermava una ferma lealtà atlantica e il piano per l'attuazione di un "patto mediterraneo" con Spagna, Portogallo e Grecia (paesi all'epoca governati da regimi autoritari), l'apertura di relazioni diplomatiche con la Rhodesia e il Sudafrica e la richiesta di ingenti prestiti nei confronti del Presidente degli Stati Uniti per far fronte alla crisi economica nel paese in cambio dell'invio di truppe italiane nella guerra del Vietnam e nel Sud-Est asiatico.
La mobilitazione degli insorti Il piano cominciò a essere attuato nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970, con il concentramento a Roma di diverse centinaia di congiurati. Alcuni militanti di Avanguardia Nazionale, comandati da Stefano Delle Chiaie e con la complicità di funzionari, entrarono nel Palazzo del Ministero dell'Interno ed ebbe inizio la distribuzione ai cospiratori di armi e munizioni sottratte all'armeria del ministero.
Un secondo gruppo di militanti si riunì in una palestra di via Eleniana, per attendere la consegna delle armi, che avrebbe dovuto avvenire per ordine del tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci e a opera del generale Ugo Ricci. Tra le persone radunate, in parte già in armi, vi erano anche ufficiali dei carabinieri. Lo stesso Saccucci (che avrebbe dovuto assumere il comando del SID) diresse personalmente un altro gruppo di congiurati, con il compito di arrestare uomini politici.
Il generale dell'Aeronautica Militare Italiana Giuseppe Casero (tessera P2 n. 488, Roma) e il colonnello Giuseppe Lo Vecchio (tessera P2 n. 514, Roma) presero posizione al Ministero della Difesa, mentre un gruppo armato del Corpo Forestale dello Stato, di 187 uomini, guidato dal maggiore Luciano Berti, partito nella notte dalla Scuola Forestale di Cittaducale (Rieti), si appostò sulla via Olimpica non lontano dalle sedi televisive della Rai.
Licio Gelli, futuro maestro venerabile della loggia massonica P2 avrebbe avuto il ruolo di consegnare la persona del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat in mano al Fronte Nazionale, avvantaggiato in ciò dai rapporti diretti con il gen. Vito Miceli (tessera P2 n. 491, Roma) che davano a Gelli libero accesso al Quirinale.Atti parlamentari, cit., pp. 161-164 Nella relazione della Commissione Anselmi sulla loggia massonica P2 si legge che all'epoca dei fatti al Gelli, iniziato alla massoneria nel 1965, pur non facendo ancora parte del vertice del Grande Oriente d'Italia, già erano stati affidati importanti incarichi dal Gran maestro dell'istituzione, che gestiva «in modo del tutto personale, sia per la portata delle questioni affidate alla sua gestione, sia per la posizione affatto speciale che gli viene attribuita».Relazione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, IX Legislatura (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica), Doc. XXIII, n. 2, pp. 12-13
In Lombardia, il maggiore dell'esercito Amos Spiazzi mosse con il suo reparto verso i sobborghi di Milano, con l'obiettivo di occupare Sesto San Giovanni. L'ordine, come riferito da Spiazzi, sarebbe stato impartito per radio, attraverso i codici del piano di mobilitazione.Atti parlamentari, cit., p. 165 La mobilitazione del reparto di Spiazzi non è da confondersi col golpe: essa faceva parte della "legittima" Esigenza triangolo, tesa a reprimere il golpe, non a favorirlo.
Altre fonti, acquisite dalla Commissione parlamentare, indicherebbero che la mobilitazione ebbe luogo anche a Venezia, davanti al comando della Marina militare, a Verona, in Toscana e Umbria (dove i militanti erano stati dotati ciascuno di un'arma lunga e di una corta e gli obiettivi assegnati), a Reggio Calabria, ove avrebbe dovuto aver luogo la distribuzione di divise dei CarabinieriAtti parlamentari, cit., pp. 165-169.
L'annullamento improvviso e la scoperta Il golpe era in fase di avanzata esecuzione quando improvvisamente, quella stessa notte, alle ore 01:49, Borghese stesso ne ordinò l'immediato annullamento, con le medesime modalità dell’ordine, almeno secondo quanto riferito da Spiazzi. Ne sono tuttora ignote le ragioni, perché Borghese rifiutò di spiegarle persino ai suoi più fidati collaboratori.Atti parlamentari, cit., p. 169 L'effetto pratico più eclatante fu che i circa 200 mitra sottratti dall'armeria del Viminale dovettero essere rimessi al loro posto, tranne uno definitivamente trafugato.Sentenza nn. 49/75 e 29/78 della Corte d'Assise di Roma del 14 luglio 1978, p. 49
La Commissione parlamentare d’inchiesta formula in proposito alcune ipotesi: «La prima suppone che all'ultimo momento solidarietà promesse o sperate sarebbero venute meno, determinando in Borghese il convincimento che il tentativo insurrezionale diveniva a quel punto velleitario e senza possibilità di successo. Sicché lo stesso fu rapidamente abbandonato, fidando nella probabile impunità assicurata dalle "coperture", che poi puntualmente scattarono. Una seconda lettura più articolata ipotizzerebbe invece in Borghese o nei suoi inspiratori l'intenzione, sin dall'origine, di non portare a termine il tentativo insurrezionale. Quest'ultimo anche nella sua iniziale attivazione sarebbe stato concepito soltanto come un grave messaggio ammonitore inviato ad amici e nemici, all'interno e all'esterno, con finalità dichiaratamente stabilizzanti».Atti parlamentari, cit., pp. 169-170
Nella relazione finale, peraltro, si specifica che agli atti della Commissione è presente una dichiarazione secondo cui, a parere di Fabio De Felice (definito “a Gelli molto vicino”): «Il contrordine..., sarebbe giunto proprio da Gelli, essendo venuta meno la disponibilità dell'Arma dei Carabinieri e non essendo stato assicurato l'appoggio finale degli USA; De Felice, poi, aveva aggiunto che la mobilitazione non aveva una reale possibilità di riuscita e il fantasma di una svolta autoritaria era stato utilizzato da Licio Gelli come una sorta d'arma di ricatto. Queste indicazioni hanno trovato conferma nelle dichiarazioni di Andrea Brogi, il quale riferisce informazioni provenienti da Augusto Cauchi, del quale risultano i diretti rapporti con Gelli. Un parziale riscontro, poi, è rappresentato dalle dichiarazioni di Enzo Generali, già aderente al MSI e ad Ordine Nuovo, nonché amico del principe Borghese».Atti parlamentari, cit., p. 170
Le indagini e i processi La prima inchiesta del 1971
Gli italiani vennero a conoscenza della vicenda solo il 17 marzo 1971, dalle pagine dell'edizione pomeridiana del quotidiano Paese Sera che titolò "Piano eversivo contro la repubblica, scoperto piano di estrema destra".
A seguito della notizia, il Ministro degli Interni, Franco Restivo, in un discorso alla Camera dei deputati, confermò pubblicamente il tentativo di colpo di Stato organizzato nel dicembre 1970.
Il 18 marzo il sostituto procuratore di Roma Claudio Vitalone firmò sei mandati di arresto con l'accusa di usurpazione dei poteri dello stato e cospirazione per il costruttore edile Remo Orlandini, Mario Rosa, Sandro Saccucci, Giuseppe Lo Vecchio, l'affarista Giovanni De Rosa e Junio Valerio Borghese, il quale però si rese irreperibile fuggendo in Spagna, allora soggetta al dittatore Francisco Franco.