Laffondamento della corazzata Roma, spesso ricordato come la tragedia della Roma o battaglia delle Bocche di Bonifacio, fu un'azione bellica aeronavale avvenuta il 9 settembre 1943. L'unità, fiore all'occhiello della Regia Marina, fu colpita e affondata da aerei della Luftwaffe tedesca mentre la flotta italiana faceva rotta verso Malta in seguito all'armistizio di Cassibile. L'evento rappresentò la prima volta nella storia in cui una grande nave da battaglia venne affondata dall'impiego di bombe guidate.

Antefatti

Il 1943 rappresentò per l'Italia l'anno del collasso militare. Dopo la sconfitta definitiva nella campagna del Nordafrica e lo sbarco in Sicilia delle forze alleate, il capo del governo Benito Mussolini venne sfiduciato il 25 luglio 1943. Il nuovo governo presieduto dal maresciallo d'Italia Pietro Badoglio dichiarò la prosecuzione della guerra a fianco della Germania nazista, ma avviò contemporaneamente trattative segrete con gli Alleati per una resa separataGiorgio Giorgerini, La guerra italiana sul mare, Mondadori, 2001.. In questo clima di incertezza, la Regia Marina si preparava a un'ultima sortita contro la flotta alleata, pur essendo consapevole della propria inferiorità tecnica e della cronica mancanza di carburante che limitava i movimenti delle unità maggiori come la Roma.

L'8 settembre 1943, alle ore 19:42, Badoglio annunciò l'entrata in vigore dell'armistizio. L'ammiraglio di squadra Carlo Bergamini, comandante delle Forze Navali da Battaglia, ricevette l'ordine di salpare da La Spezia per sottrarre la flotta alla cattura tedesca (Operazione Achse) e dirigersi verso l'arcipelago della MaddalenaF. Mattesini, L'armistizio dell'8 settembre 1943, Ufficio Storico Marina Militare, 2002.. Bergamini, inizialmente contrario al trasferimento della flotta italiana nei porti Alleati, accettò gli ordini solo dopo aver ricevuto garanzie che le navi non avrebbero ammainato la bandiera italiana. La flotta salpò alle 03:00 del 9 settembre, ignorando che le truppe tedesche stavano già occupando le basi in Sardegna.

L'affondamento della Roma Alle 15:10 del 9 settembre, mentre la squadra italiana transitava nelle Bocche di Bonifacio, fu intercettata da una formazione di 28 bombardieri Dornier Do 217K-2 tedeschi. Gli aerei operavano a una quota di 5.000 metri, sganciando un'arma fino ad allora sconosciuta agli italiani: la Fritz X, una bomba radiocomandata ad alta precisione.

La Roma fu colpita da due ordigni in successione: Ore 15:47: La prima bomba attraversò lo scafo esplodendo sotto la chiglia. L'allagamento delle sale macchine ridusse la velocità della nave a 10 nodi. Ore 15:52: La seconda bomba centrò il ponte corazzato tra il torrione di comando e la torre n. 2. L'esplosione penetrò nei depositi munizioni prodieri: la torre n. 2 (da 1.500 tonnellate) fu proiettata in mare e la nave si spezzò in due tronconiP.P. Bergamini, La Corazzata Roma, Mursia, 2007..

Alle 16:11, la corazzata Roma affondò definitivamente, trascinando con sé la maggior parte dell'equipaggio.

L'affondamento del Da Noli e del Vivaldi Mentre la squadra navale principale subiva l'attacco aereo, i cacciatorpediniere Antonio da Noli e Ugolino Vivaldi furono distaccati per forzare il passaggio delle Bocche di Bonifacio e impedire l'evacuazione delle truppe tedesche dalla Sardegna verso la Corsica.

L'affondamento del Da Noli

Alle ore 16:00 del 9 settembre, le due unità entrarono nel raggio d'azione delle batterie costiere tedesche (cannoni da 88 mm e 150 mm) posizionate presso Capo Pertusato. Durante un violento scambio di colpi, il Da Noli, impegnato in manovre evasive, urtò una mina al centro dello scafo.

Dinamica: L'esplosione spezzò la nave in due tronconi che affondarono in pochi minuti. Perdite: Dei 262 membri dell'equipaggio, si registrarono 228 morti e dispersi, incluso il comandante, il capitano di fregata Pio ValdambriniUfficio Storico della Marina Militare, Bollettino d'archivio, Volume 26, 2012..

Il sacrificio del Vivaldi

Il Vivaldi, pur avendo colpito alcune zattere motorizzate tedesche, fu raggiunto dal fuoco costiero che causò un incendio nelle sale macchine e lo immobilizzò.

Tentativo di soccorso: Nonostante i gravi danni, l'equipaggio tentò di dirigersi verso le coste spagnole (Baleari). Autoaffondamento: Nella notte tra il 9 e il 10 settembre, l'unità fu nuovamente attaccata da aerei tedeschi. Impossibilitato a proseguire e per evitare la cattura, il comandante Camicia ordinò l'autoaffondamento alle ore 05:30. Vittime: Il bilancio finale per il Vivaldi fu di 58 morti, mentre i superstiti furono recuperati da idrovolanti e navi di soccorso nei giorni successivi.

Conseguenze L'affondamento della Roma fu la più grande tragedia della storia della marina italiana. Le conseguenze furono immediate: Perdite umane: Morirono 1.393 uomini, inclusi l'ammiraglio Bergamini e il comandante Adone Del Cima. Solo 622 marinai furono tratti in salvo. Shock tecnologico: L'efficacia della Fritz X dimostrò che le corazzate erano ormai vulnerabili agli attacchi aerei guidati, cambiando per sempre la tattica navale moderna. Destino della flotta: Nonostante la tragedia, il resto della squadra navale, al comando dell'ammiraglio Oliva, proseguì verso Malta per onorare le clausole dell'armistizio, evitando che la flotta finisse in mani tedesche o venisse autoaffondata.

Inoltre l'affondamento del da Noli e del Vivaldi portò il totale delle perdite navali maggiori di quel giorno a tre unità, aggravando ulteriormente il bilancio di vite umane della giornata armistiziale.

I naufraghi della Roma

L'arrivo a Mahón Affondata il 9 settembre 1943 dalla Luftwaffe tra la Sardegna e la Corsica, la nave da battaglia Roma ebbe 622 naufraghi recuperati dai cacciatorpediniere Fuciliere, Carabiniere e Mitragliere, dall'incrociatore leggero Attilio Regolo e dalle torpediniere Pegaso, Orsa e Impetuoso.

Terminate le operazioni di soccorso poco prima delle 18:00, il comandante del Mitragliere, caposquadriglia della XII Squadriglia Cacciatorpediniere, il capitano di Vascello Marini, tenuto conto dei molti feriti gravi a bordo, richiese al Regolo, che inalberava l'insegna del comandante di cacciatorpediniere di squadra, l'autorizzazione a dirigere ad alta velocità verso Livorno, ma venne informato dal comandante del Regolo, il capitano di vascello Notarbartolo di Sciara, che il comandante del gruppo cacciatorpediniere di squadra, il capitano di vascello Franco Garofalo, non era a bordo in quanto era stato autorizzato da Bergamini ad imbarcarsi su una corazzata, ma che l'insegna era rimasta ugualmente sul Regolo. A quel punto il comandante superiore in mare del gruppo di sette navi, come ufficiale più anziano, era proprio Marini. Il gruppo si trovò nella impossibilità di mettersi in contatto con la formazione al comando dell'ammiraglio Oliva e con Supermarina, i cui messaggi dimostravano l'impossibilità di rientrare in porti italiani per sbarcare i feriti che avevano urgente bisogno di cure ospedaliere, per cui era a quel punto necessario raggiungere le coste neutrali più vicine, anche perché le navi avevano ormai una ridotta autonomia a causa della riduzione delle scorte di nafta.

Marini, data la minore velocità delle torpediniere, divise il gruppo in due e diede alle torpediniere libertà di manovra sotto il comando del capitano di fregata Riccardo Imperiali, comandante del Pegaso, assumendo il comando del resto della formazione composta dal Regolo e dai tre cacciatorpediniere. Marini decise di dirigere la propria formazione verso le isole Baleari, considerato che la Spagna era neutrale, sperando che avrebbe consentito lo sbarco dei feriti e fornito i necessari rifornimenti di carburante e acqua potabile, senza procedere all'internamento delle navi; per giunta, le Baleari avevano il vantaggio di essere in posizione centrale rispetto ad eventuali successivi spostamenti verso l'Italia, Tolone o l'Africa settentrionale. Marini alle 7:10 del 10 settembre inviò un messaggio alla VII Divisione Incrociatori in cui informò che avrebbe fatto rotta per Mahón, sede di un'importante base navale con un'efficiente organizzazione sanitaria militare, per sbarcare i feriti graviRegia Nave Roma - Le ultime ore - Film - Istituto Luce - 2007; fino ad allora Marini non aveva comunicato alla squadra la sua decisione di dirigere sulle Baleari, nel timore di essere intercettato dai tedeschi.

Marini durante la navigazione ricevette da Supermarina un messaggio in cui si diceva che una nave ospedale italiana stava dirigendosi su Bona, ma temendo che il messaggio fosse apocrifo, non lo prese in considerazione. Durante la navigazione vi fu un allarme aereo verso le 23:30 cui le navi risposero ricorrendo ai nebbiogeni per cinque minuti ed un secondo allarme alle 01:20 del 10 settembre, cui le navi risposero con altri dieci minuti di nebbia; il gruppo, dopo che alle 06:00 il Carabiniere ebbe un'avaria alle macchine riparata nel giro di mezz'ora, e che poco dopo le 07:00 avvistò sulla sinistra un aereo britannico che aveva seguito le navi per un lungo tratto, alle ore 08:30 attraccò a Mahón nell'isola di Minorca.

Le tre torpediniere al comando del capitano di fregata Imperiali lungo la rotta furono ripetutamente attaccate da aerei tedeschi, e perso ogni contatto con le altre navi, anche questo gruppo decise di dirigersi autonomamente verso le Baleari giungendo nel mattino del 10 settembre nella baia di Pollensa, nell'isola di Maiorca. L'Orsa, rimasta a corto di nafta, dovette dirigersi verso l'approdo più vicino che era la Baia di Pollensa, dove giunse intorno alle 10:30, chiedendo di sbarcare i numerosi feriti e di ottenere il rifornimento nel caso fosse stato possibile riprendere il mare. Imperiali alle ore 23:00 del 9 settembre aveva nel frattempo comunicato a Supermarina la sua decisione di dirigere il gruppo verso le Baleari, ricevendo alle ore 08:00 del giorno successivo un messaggio in cui alle tre torpediniere veniva ordinato di navigare verso Bona dove avrebbero trovato una nave ospedale italiana; Imperiali e Cigala Fulgosi, comandante dell'Impetuoso, non poterono eseguire tale ordine in quanto anche le loro navi erano a corto di carburante: si diressero quindi verso la Baia di Pollensa, dove entrarono alle ore 11:50 del 10 settembre.

Dei 622 naufraghi recuperati dalle sette unità, 9 decedettero a bordo delle navi e 16 avrebbero fatto la stessa fine all'ospedale di Mahón.

Sabotaggio, autoaffondamento e internamento In base alla convenzione dell'Aia del 1907, le navi militari di stati belligeranti non potevano restare più di 24 ore nei porti di uno stato neutrale, salvo avarie o impossibilità dovuta alle condizioni del mare, e potevano rifornirsi nei porti neutrali solo per le necessità normali del tempo di pace, potendo quindi fare scorta di combustibile solo per raggiungere il porto più vicino del proprio stato. Superate le 24 ore, lo stato neutrale, previa notificazione, aveva il diritto e il dovere di trattenere la nave con il suo equipaggio per tutta la durata del conflitto. Il comandante Marini chiese immediatamente rifornimento di nafta e acqua che gli spagnoli con vari espedienti non concessero.

Nel primo pomeriggio del 10 settembre vennero sbarcati e trasportati all'ospedale 133 tra feriti e ustionati, mentre la mattina dell'11 settembre le salme di coloro che erano morti durante la traversata vennero deposte su un camion che si avviò al cimitero, seguito da un corteo di marinai italiani, dove venne dato loro sepoltura.