Genealogia
Biografia La giovinezza Si dice che Galeazzo sia nato il giorno stesso in cui il prozio Ottone Visconti sconfisse i guelfi della fazione dei Della Torre nella battaglia di Desio.Si pensa tuttavia che la data di nascita sia stata modificata per farla coincidere con la data della vittoria dei Visconti. Il 21 gennaio, giorno di sant'Agnese, sarà festeggiato per due secoli quale anniversario della casa dei Visconti.
La carriera politica Nel 1298 Galeazzo fu nominato podestà di Novara, carica che ricoprì fino all'anno seguente.
Nel 1300 il padre decise di associarlo al governo di Milano. Nel 1302, a capo dell'esercito milanese, assediò Pavia, tuttavia venne respinto, ma proprio in quel torno di tempo i Della Torre e il partito guelfo scacciarono i Visconti dalla città lombarda. Mentre il padre Matteo si rifugiò a Motteggiana presso gli Scaligeri, Galeazzo si recò presso la famiglia del suocero a Ferrara, dove nacquero i suoi figli. Nel 1310 fu podestà di TrevigiRitratti dei Visconti Signori di Milano con le loro Vite tratte dalla storia delle Famiglie celebri Italiane, Milano, del C. Pompeo Litta, p. 21-23. Quando nel 1311 suo padre recuperò la Signoria su Milano grazie all'appoggio dell'imperatore Enrico VII, Galeazzo fu nominato vicario imperiale in Cremona, espulso nell'anno seguente da Guglielmo Cavalcabò, capo dei guelfi quindi nominato nel 1313 vicario imperiale di Piacenza.
Il possesso di Piacenza gli permise, nel 1321, di sconfiggere i Cavalcabò, padroni di Cremona, e di riprendersi quella città. Nell'ambito di questi conflitti nel settembre 1321 Galeazzo guidò l'assedio di Crema e Cremona e, nel successivo mese di novembre, sconfisse i guelfi di Piacenza e Lodi nella battaglia di Bardi.
Il 24 giugno 1322 il padre Matteo Visconti morì a Crescenzago. Galeazzo riunì il consiglio generale della città che lo nominò con consenso unanime successore del padre alla signoria di Milano e capitano del popolo per un anno. Lasciò il governo di Piacenza alla moglie Beatrice d'Este e al figlio Azzone. La situazione era difficile, gli eserciti fedeli al papa, di Firenze e del re di Napoli, Roberto d'Angiò, minacciavano il potere dei Visconti. Dalla sua parte, i ghibellini Cangrande della Scala, signore di Verona e Castruccio Castracani, signore di Lucca.
I guelfi entrano a Piacenza e Parma Alla fine di giugno del 1322 Raimondo di Cardona, luogotenente angioino in Lombardia, pose l'assedio al borgo fortificato di Bassignana. Galeazzo rispose immediatamente ordinando al fratello Marco di respingerlo. Questi si era già portato nelle vicinanze insieme al genovese Gherardino Spinola al comando di un esercito affiancato da una flotta sul Po. Il 6 luglio, verso le tre del pomeriggio, Marco assaltò il nemico sia per terra che sul fiume. La flotta fu sconfitta ma l'esercito riuscì ad ottenere una costosa vittoria dal momento che, stando almeno a quanto racconta il guelfo VillaniVillani, Nuova Cronica, cap. 159, i viscontei persero circa trecento uomini e gli avversari la metà. Non è chiaro se il Cardona venisse o meno catturato per poi fuggire, fatto sta che riuscì a riparare a Valenza ma non prima di aver lasciato trecento cavalieri a presidio del borgo. Bassignana si arrese comunque pochi giorni dopo.
In seguito alle insidie tese da Galeazzo alla moglie Bianchina, il 9 ottobre Vergusio Landi con 400 fanti e 200-400 cavalieri fu introdotto segretamente a Piacenza e si impadronì della città. Beatrice d'Este si dice che riuscisse a distrarre il nemico gettando monete dal palazzo in cui risiedeva così da permettere al figlio Azzone di fuggire con una scorta di una dozzina di uomini. Alla fine del mese gli ambasciatori milanesi riferirono a Galeazzo la proposta di pace parte del legato pontificio ma questi ritenne le condizioni irricevibili. A questa sua posizione si opposero Lodrisio Visconti, Francesco da Garbagnate, grande amico del padre Matteo e Simone Crivelli che avevano dalla loro parte i maggiori condottieri delle truppe mercenarie tedesche e parte del popolo milanese. Le tensioni montarono al punto tale che l'8 novembre si verificarono tre scontri armati all'interno della città nei quali le truppe di Galeazzo ebbero la peggio tanto che fu costretto ad abbandonare Milano rifugiandosi a Lodi presso i Vistarini. La signoria della città fu conferita per un anno e con il beneplacito del legato pontificio a Jean de Chatillon, duca di Borgogna. Quando la notizia della cacciata di Galeazzo Visconti giunse a papa Giovanni XXII questo diede la facoltà al legato di sollevare l'interdetto da Milano. Il 27 novembre il Cardona prendeva possesso delle città di Piacenza e di Parma, che si era volontariamente sottoposta al papa.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 129-135
Galeazzo torna signore di Milano All'inizio di novembre i guelfi capitanati da Tegnacca e Strazza Parravicini avevano reclutato un piccolo esercito nella Martesana al fine di prendere Monza. I monzesi inviarono messaggeri a Milano per chiedere aiuto ma Pagano da Casate, che aveva avuto l'ordine di intervenire, s'attardò (Bonincontro Morigia afferma che fosse intento a mangiare lasagne) così i Parravicini riuscirono ad introdursi e catturare la città grazie a Guzino Cavazza che aprì loro le porte. Lodrisio e Francesco da Garbagnate chiesero assistenza ad altre città alleate, in particolare ai Rusconi di Como e ai Tornelli di Novara e dopo aver radunato un esercito cercarono invano di scendere a trattative con il Cavazza e i Parravicini. Lodrisio spronò allora i soldati ad assaltare la città promettendo tre giorni di sacco. Il 16 novembre l'esercito visconteo attaccò la città che cadde rapidamente e venne messa a sacco (con l'eccezione del Monza) dato che la milizia dei guelfi, composta perlopiù da popolani scarsamente addestrati alle armi, offrì scarsa resistenza. Lodrisio si fece nominare podestà della città e ordinò di abbattere la porzione di mura che dava verso Milano. Nel frattempo le trattative di pace caddero nel vuoto. All'inizio di dicembre strinse un accordo con Galeazzo e nella notte tra il 9 e 10 dicembre lo fece introdurre a Milano mentre Jean de Chatillon ne venne cacciato e insieme ad esso fuggirono i nobili milanesi che avevano appoggiato i disordini del mese precedente. Il 28 o 29 dicembre Galeazzo fu nuovamente riconosciuto quale signore di Milano e subito richiamò Marco Visconti dalla Liguria.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 135-138
La battaglia di Gorgonzola
Nel febbraio 1323 Raimondo de Cardona, esortato dai nobili milanesi fuggiti dalla città, divise le sue forze in due eserciti. Uno lo comandò personalmente e mosse contro le città di Alessandria e Tortona che si arresero senza combattere. L'altro, guidato dal nipote Gastone da Lomagra, composto da 6.000-12.000 fanti e 2.000-4.000 cavalieri, si spinse nella Gera d'Adda accampandosi a Caravaggio. Tra queste truppe vi erano anche piacentini guidati da Vergusio Landi, fiorentini al comando di Filippo Gabrieli e tedeschi capitanati da Enrico di Fiandra che aveva ottenuto dal pontefice la conferma a vicario di Lodi a danno dei Vistarini. I guelfi tramite legati invitarono il clero milanese ad abbandonare la città e diversi abati e chierici milanesi risposero all'appello così come molti importanti esponenti della nobiltà cittadina, presentandosi il 15 febbraio presso il campo di Caravaggio. Giovanni XXII al contempo proclamò una nuova crociata contro i Visconti. Il 25 febbraio 500 cavalieri al comando di Francesco da Garbagnate e Simone Crivelli guadarono l'Adda, due miglia a nord di Trezzo; il fiume, normalmente non guadabile, era forse ghiacciato a causa del rigidissimo inverno. Furono presto assaltati dai soldati di Marco Visconti che li sconfisse catturando e giustiziando di propria mano entrambi i comandanti. Quando il grosso dell'esercito guelfo passò il fiume, Marco si trovò in pesante inferiorità numerica per cui fu costretto a ritirarsi il giorno successivo a Vimercate e il 27 a Monza, lasciando che il nemico catturasse tutti e tre i ponti sull'Adda nel milanese ovvero Trezzo, Vaprio e Cassano. In aprile il Cardona si riunì al resto dell'esercito che nel frattempo aveva ottenuto significativi rinforzi da molte città lombarde, piemontesi ed emiliane. Galeazzo invece disponeva di scarse forze poiché molti signori ghibellini alleati si erano riconciliati con il pontefice e poté solo cercare di fortificare Milano facendo erigere un bastione all'esterno dei borghi della città. Il re di Germania Ludovico il Bavaro cercò inutilmente di convincere il legato pontificio a desistere dall'impresa ma riuscì a persuadere gli Scaligeri, i Bonacolsi e gli Este a supportare i Visconti. Il 19 aprile Marco e Luchino Visconti, al comando di 2.000 fanti e 1.000 cavalieri, uscirono da Milano e nel tardo pomeriggio si scontrarono con un esercito guelfo di circa 4.000 uomini e 2.000 cavalieri presso Trecella. Lo scontro terminò al calare delle tenebre con una vittoria dei guelfi che rimasero padroni del campo ma ebbero il doppio delle perdite. Luchino rimase gravemente ferito. Marco decise allora di ritirarsi nuovamente a Milano.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 138-144
L'assedio di Milano Il Cardona non approfittò della precaria situazione in cui si trovava Galeazzo Visconti malgrado le esortazioni da parte dei nobili milanesi. L'11 giugno schierò un esercito di 30.000 uomini e 8.000 cavalieri davanti a Monza poi mosse verso Milano. Due giorni prima 400-800 cavalieri veronesi, mantovani e ferraresi erano entrati in città per rinforzare le file dell'esercito visconteo oltre a migliaia di fanti dalle città alleate. Marco Visconti inizialmente cercò di sbarrare la strada ai guelfi presso Sesto ma data la loro superiorità numerica preferì poi ritirarsi all'interno delle mura di Milano. Il 19 giugno i guelfi riuscirono a superare il bastione esterno incendiando i borghi di Porta Comasina, Porta Nuova e Porta Orientale e facendo strage degli abitanti. I fiorentini per scherno festeggiarono il palio poco fuori dalle mura della città. Il Cardona prese quindi alloggio presso il monastero della basilica di San Simpliciano e il nipote Gaston presso quello di Santo Spirito dopo essersi portato con cinquecento uomini all'assedio di Porta Vercellina. Come se non bastasse Gaspare Grassi, considerando la situazione favorevole, si ribellò a Galeazzo rendendosi signore di Cantù mentre i mercenari tedeschi che difendevano Milano si ammutinarono e furono ammansiti solo dalla concessione di una paga di seimila fiorini. Nei giorni seguenti il Cardona tentò di abbattere Porta Comasina con un gatto che venne incendiato dai difensori mentre Galeazzo riuscì con una sortita ad impadronirsi di alcune vettovaglie che avrebbero dovuto rifornire i guelfi. A luglio, a causa del caldo e delle condizioni igieniche, si diffuse un morbo (forse peste) che uccise trecento soldati guelfi, tra cui Gastone nipote del Cardona e infettò altri ottocento soldati. La sera del 25 luglio il Cardona tolse l'assedio e si ritirò a Monza. Il 9 ottobre il papa scomunicò Ludovico il Bavaro per l'aiuto fornito ai Visconti.Giulini, Memorie, vol. V, pp. 144-148
La battaglia di Vaprio