La riforma costituzionale Meloni-Nordio è stata una proposta di revisione della Costituzione della Repubblica Italiana contenuta nel testo di legge costituzionale approvato dal Parlamento italiano il 30 ottobre 2025 e sottoposto a referendum il 22 e 23 marzo 2026.
La riforma è nata con un disegno di legge costituzionale presentato dal Governo Meloni il 13 giugno 2024 . La riforma prevedeva l'inserimento in Costituzione del principio della "separazione delle carriere" dei magistrati giudicanti (i giudici) e requirenti (i pubblici ministeri) e la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, l'organo di autogoverno della magistratura italiana, le cui funzioni sarebbero state devolute a tre nuovi organi (due Consigli superiori, uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente, e un'Alta Corte disciplinare comune).
La consultazione referendaria sulla riforma ha visto un'affluenza pari al 55,7% e un'affermazione dei voti contrari, pari al 53% dei voti validi. La riforma non è quindi entrata in vigore.
Storia Tentativi di riforma complessiva del titolo IV della Costituzione sono stati fatti in precedenza in due occasioni: con la Commissione bicamerale D'Alema (proposta tra 1996 e 1997 e poi abortita) e nel 2011 da parte del governo Berlusconi IV (la riforma tuttavia abortì in commissione senza arrivare nemmeno ad essere discussa in Aula in prima lettura).
Nella proposta della bicamerale del 1997 si prevedeva una possibilità residua di cambiare funzione tra giudici e pubblici ministeri, ma solo a seguito di un nuovo concorso (ma mantenendo un concorso iniziale comune e un triennio iniziale in cui anche i futuri pubblici ministeri avrebbero dovuto svolgere funzioni giudicanti). Il CSM rimaneva un solo organo ma veniva diviso in due sezioni, una per i giudici e una per i pubblici ministeri (con alcune funzioni tuttavia mantenute in capo alle sezioni riunite), la proporzione di membri "laici" (i membri del CSM eletti dal Parlamento) passava dal 33% al 40%. Infine veniva introdotta una "Corte di giustizia della magistratura", con funzioni in materia disciplinare sia per i magistrati ordinari che per i magistrati amministrativi, oltre che con funzioni di appello contro le decisioni del CSM. La Corte sarebbe stata eletta dal CSM e dal Consiglio dei magistrati amministrativi tra i propri componenti e sarebbe stata composta per un terzo dai "laici" e per due terzi dai "togati" (i membri del CSM eletti tra i magistrati). Veniva infine introdotta l'obbligatorietà dell'azione disciplinare su iniziativa di un procuratore eletto dal Senato a maggioranza qualificata.
La riforma proposta nel 2011 prevedeva invece una netta separazione delle carriere, e si limitava ai giudici l'esercizio della giurisdizione e il riconoscimento quale ordine autonomo e indipendente (era comunque previsto che le norme dell'ordinamento giudiziario dovessero assicurare l'autonomia e l'indipendenza anche dei pubblici ministeri). Si prevedeva poi la possibilità di prevedere tramite legge dei criteri per l'esercizio dell'obbligatorietà dell'azione penale. Le funzioni del CSM venivano ripartite tra tre organi: un CSM per la magistratura giudicante, un CSM per la magistratura requirente e una Corte di disciplina della magistratura giudicante e requirente con funzioni disciplinari. I membri eletti dal Parlamento venivano aumentati, fino ad arrivare al 50% dei componenti in tutti e tre gli organi.
Nel 2018 infine arrivò in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare, frutto di una raccolta firme proposta dall'Unione delle Camere Penali. La riforma venne discussa in vari passaggi alla Camera tra 2019 e 2021, senza mai giungere a un voto in prima lettura. Essa prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con anche la creazione di due concorsi distinti, la divisione del CSM in due organi, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e l'aumento dei membri eletti dal Parlamento in entrambi i CSM, che avrebbero costituito la metà dei componenti (nel CSM in vigore sono un terzo dei componenti). Per i membri "togati" inoltre si prevedeva che la modalità di selezione fosse prevista dalla legge (quindi eliminando il vincolo dell'elezione). Vi era poi l'inserimento della possibilità di nominare avvocati e professori di diritto come giudici in ogni grado di giudizio, al di fuori dei concorsi; e infine una modifica al principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, prevedendo che essa si dovesse esercitare nelle modalità previste dalla legge.
Nel 2019 scoppiò il cosiddetto "caso Palamara", uno scandalo che mise in luce pratiche collusive (avvenute tra il 2014 e il 2016) tra il presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati (Luca Palamara), cinque membri "togati" del CSM e due parlamentari del partito di maggioranza (all'epoca il Partito Democratico), tra cui l'ex ministro Luca Lotti. Secondo diversi osservatori, la vicenda evidenziò la degenerazione (secondo alcuni in corso dagli anni Novanta) delle diverse associazioni in seno alla magistratura in un "correntismo", ossia in una lotta di potere tra fazioni per il controllo degli incarichi e senza finalità ideali. Anche a seguito della sollecitazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (che parlò, a proposito dello scandalo, di un "dilagante malcostume"), nel 2022 venne approvata la legge 71/2022 (la cosiddetta Riforma Cartabia, proposta su iniziativa di Marta Cartabia, ministra della Giustizia nel Governo Draghi), che tra le altre cose modificò la struttura e il sistema elettorale del CSM, i criteri di priorità dell'azione penale, i procedimenti disciplinari dei magistrati e la dirigenza e la struttura degli uffici giudiziari.
Le proposte di legge nella XIX legislatura e la riforma Meloni-Nordio A seguito delle elezioni politiche del 2022, vinte dalla coalizione di centrodestra, si è insediato il Governo Meloni. La riforma della giustizia era tra i punti del programma elettorale della coalizione e l'impegno per una riforma dell'ordinamento giudiziario (allo scopo di "contrastare le logiche correntizie e salvaguardare la credibilità della magistratura italiana") venne ribadito dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel proprio discorso di insediamento.
I primi disegni di legge in materia di riforma della giustizia presentati nella XIX legislatura furono tuttavia di iniziativa parlamentare. Negli ultimi mesi del 2022 vennero presentati due disegni di legge, uno a firma del deputato Enrico Costa (all'epoca nel gruppo Azione-Italia Viva, poi passato a Forza Italia) e un altro a firma del deputato Roberto Giachetti (anch'egli all'epoca nel gruppo Azione-Italia Viva, rimasto in Italia Viva dopo la scissione del gruppo). Un terzo disegno di legge venne presentato nel gennaio 2023 dai deputati leghisti Jacopo Morrone, Davide Bellomo, Ingrid Bisa, Simonetta Matone e Valeria Sudano; e un quarto dalla senatrice leghista Erika Stefani al Senato. Tutti questi disegni di legge riprendevano il testo della riforma proposta dalle Camere Penali. Infine nel gennaio 2023 venne presentato un altro disegno di legge a firma dei deputati forzisti Tommaso Calderone, Alessandro Cattaneo, Pietro Pittalis e Annarita Patriarca, che, pur avendo sempre l'obiettivo della separazione delle carriere, aveva però un contenuto diverso rispetto alla proposta delle Camere penali. Tutti questi disegni di legge sono stati dichiarati assorbiti nel corso della discussione sul disegno di legge di iniziativa del governo.
Durante l'iter parlamentare della riforma presentata dal governo, il 16 gennaio 2025, la maggioranza parlamentare e Italia Viva hanno respinto un ordine del giorno presentato da Valentina D'Orso che impegnava il Governo ad astenersi da iniziative volte a compromettere l'autonomia del pubblico ministero e a garantire il principio della dipendenza funzionale della polizia giudiziaria. Nella stessa seduta, è stato approvato un ordine del giorno presentato da Enrico Costa che impegnava il governo a valutare la possibilità di prevedere concorsi separati per l'accesso alla magistratura.
Dopo aver inizialmente anteposto le altre due riforme di rango costituzionale previste dal programma della coalizione (il "premierato" e l'"autonomia differenziata"), finite tuttavia per motivi diversi in una fase di stallo, il 13 giugno 2024 il Governo Meloni ha presentato il disegno di legge costituzionale avente come titolo "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare", a firma della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il provvedimento è stato approvato, senza emendamenti, in prima lettura alla Camera dei Deputati il 16 gennaio 2025, poi in prima lettura al Senato il 22 luglio 2025, in seconda lettura alla Camera il 18 settembre 2025 e definitivamente in seconda lettura al Senato il 30 ottobre 2025. Nonostante l'appoggio da parte di alcune forze di opposizione (Azione e +Europa hanno votato a favore, mentre Italia Viva si è astenuta), la riforma non ha raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi necessaria per evitare un referendum costituzionale.
Richiesta e indizione del referendum del 2026
Nei mesi successivi alla pubblicazione della legge costituzionale, la richiesta di referendum è stata presentata — come previsto dall’art. 138 — da parlamentari dell’opposizione tra i quali Simona Bonafè, Carmela Auriemma e Marco Grimaldi mentre alcuni parlamentari della maggioranza tra cui Galeazzo Bignami, Riccardo Molinari, Paolo Barelli e Maurizio Lupi avevano già presentato la richiesta qualche giorno prima ovvero il 31 ottobre 2025. La richiesta ha superato il controllo di legittimità formale da parte della Corte Suprema di cassazione, che ne ha verificato la regolarità.
Successivamente è intervenuto il giudizio di ammissibilità della Corte costituzionale, che ha dichiarato ammissibile il quesito referendario.
Contenuti La riforma modifica sette articoli della Costituzione: 87, 102, 104, 105, 106, 107, 110. Nell'articolo 102 veniva introdotta in Costituzione la divisione delle carriere tra i giudici (magistrati giudicanti) e i pubblici ministeri (magistrati requirenti). Nell'articolo 104 veniva riformato il Consiglio Superiore della Magistratura e suddiviso tra due Consigli superiori distinti per magistrati giudicanti e requirenti. Nell'articolo 105 veniva introdotta la nuova Alta Corte disciplinare. Nell'articolo 87 veniva attribuita al Presidente della Repubblica la presidenza di entrambi i nuovi Consigli superiori. Nell'articolo 106 veniva aggiunta la possibilità di nominare (per meriti insigni) un pubblico ministero come consigliere di Cassazione. Negli articoli rimanenti venivano previste alcune modifiche conseguenti alla separazione tra i due Consigli superiori.
La separazione delle carriere
La riforma avrebbe introdotto in Costituzione (agli articoli 102 e 104) il principio della separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti. L'attuale ordinamento permette il cambio di carriera, ovvero che i giudici possano divenire pubblici ministeri e viceversa, ma solo una volta e comunque entro sei anni da quando matura per la prima volta la legittimazione al tramutamento. Il passaggio è disciplinato dal decreto legislativo 160/2006 (la cosiddetta Riforma Castelli), poi più volte modificata successivamente, da ultimo nel 2022 con la Riforma Cartabia. Il mutamento di funzioni è consentito, previa frequentazione di un corso professionale e giudizio di idoneità. La legge prevede deroghe nel caso di passaggi che non coinvolgono funzioni giudicanti penali.
Nella riforma tuttavia, a differenza di altre proposte di legge costituzionale sulla separazione delle carriere, non vengono previsti concorsi separati tra giudici e pubblici ministeri. Tale aspetto viene quindi demandato alla legge ordinaria, così come la separazione o meno della Scuola Superiore della Magistratura.
La divisione del CSM