Il massacro di Novye Aldy fu l'omicidio di massa di civili ceceni avvenuto il 5 febbraio 2000, durante il quale le forze armate russe condussero un'operazione di rastrellamento e saccheggio a Novye Aldy, un sobborgo di Groznyj, capitale della Cecenia, giustiziando sommariamente decine di persone. Il sobborgo era stato colpito con bombe a grappolo il giorno precedente al massacro e, il 5 febbraio, ai residenti locali era stato chiesto di uscire dalle loro case per un'ispezione; in realtà, una volta entrati nel sobborgo i militari russi iniziarono a sparare alle vittime da distanza ravvicinata con armi automatiche uccidendo, secondo alcune stime, fino a 82 civili, e, non limitandosi a questo, saccheggiarono le abitazioni, perpetrarono stupri su decine di donne, appiccarono incendi nel tentativo di distruggere le prove delle esecuzioni sommarie e rapinarono decine di persone.
L'indagine ufficiale sul massacro di Novye Aldy stabilì che l'operazione di rastrellamento fu condotta da unità della polizia paramilitare OMON provenienti da San Pietroburgo e dall'oblast' di Rjazan'. La responsabilità dello Stato russo per gli omicidi di Novye Aldy e la negazione di giustizia alle vittime fu formalmente accertata in due diverse sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo emesse tra il 2006 e il 2007, tuttavia, dopo più di 25 anni le autorità russe non avevano ancora perseguito nessuno per il crimine.
Non è chiaro cosa abbia motivato esattamente queste unità a commettere il massacro. Alcuni ritengono che i soldati fossero stati coinvolti in pesanti combattimenti, forse intorno a piazza Minutka, dove gli scontri infuriavano da più di due settimane prima che la città cadesse sotto il controllo delle forze russe il 31 gennaio. Secondo questa interpretazione, le forze russe cercavano di vendicare le pesanti perdite subite nelle due settimane precedenti. Tuttavia, è assolutamente chiaro che la violenza non può in alcun modo essere interpretata come finalizzata a scopi militari, dato che non vi furono mai segnalazioni di attività di combattenti ceceni a Novye Aldy né quel giorno né in precedenza, né ci sono resoconti di resistenza armata contro i soldati russi arrivati nel quartiere da parte della popolazione civile, individualmente o collettivamente. Al contrario, sebbene gli abitanti di Novye Aldy non avessero accolto con favore l'arrivo dei soldati russi in sé, credevano chiaramente che la presenza bellica avrebbe segnato la fine dei combattimenti, qualcosa che molti aspettavano da diversi mesi.
Secondo Human Rights Watch, nel perpetrare il massacro a Novye Aldy i militari russi hanno indubbiamente commesso atti che costituiscono crimini di guerra. L'articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra, che si applica ai conflitti armati interni, vieta severamente le esecuzioni sommarie. Il Protocollo II aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, inoltre, tutela anche l'immunità dei civili nei conflitti armati interni e vieta specificamente la violenza contro le persone protette dalla legge.
Antefatti Novye Aldy è un sobborgo residenziale di Groznyj situato nella parte sud-ovest della città, a est degli insediamenti di Alchan-Jurt e Alchan-Kala e delle ormai distrutte raffinerie di petrolio di Groznyj, accanto all'autostrada M-29. Prima della guerra la sua popolazione era di circa abitanti, ma la maggior parte dei residenti era fuggita dai combattimenti negli ultimi mesi del 1999, lasciando indietro circa persone troppo anziane o comunque incapaci di intraprendere il viaggio verso luoghi sicuri. Sembra che il sobborgo non sia stato utilizzato in alcun modo dai combattenti ceceni durante la guerra e non esistono notizie di scontri con le forze russe mai avvenuti in esso. Tuttavia, nel corso dell'assedio di Groznyj, tra dicembre 1999 e febbraio 2000 circa 63 suoi residenti furono uccisi dal fuoco di artiglieria e di mortai russi. Almeno cinque di essi morirono durante il bombardamento del 3-4 febbraio, che incluse attacchi aerei con bombe a grappolo, e peraltro tre di questi erano persone di etnia russa. Prima del 3 febbraio Novye Aldy non era mai stata un obiettivo e sembra che le vittime siano state colpite da proiettili e razzi diretti fuori bersaglio e in realtà destinati ad aree vicine, come il Distretto 20.
Il 4 febbraio, dopo che la maggior parte delle forze separatiste cecene aveva lasciato Groznyj, una delegazione di anziani di Novye Aldy si recò presso il comando militare russo, bandiera bianca alla mano, per informarlo dell'assenza di combattenti ceceni nel sobborgo ma, quando si avvicinarono alle posizioni militari russe, furono colpiti da colpi d'arma da fuoco; tuttavia, alla fine riuscirono a negoziare la cessazione dei bombardamenti, che avvenne verso mezzogiorno. Poco dopo, arrivarono a Novye Aldy le prime truppe russe, descritte come visibilmente stremate dai combattimenti e costituite per lo più da giovanissimi soldati di leva, le quali non incontrarono alcuna resistenza e attraversarono l'insediamento senza commettere atti illegali. Anzi, avvertirono gli abitanti del villaggio che dietro di loro stavano arrivando truppe con intenzioni decisamente peggiori, consigliando ai civili di uscire dagli scantinati, poiché vi avrebbero lanciato dentro delle granate, ma di non abbandonare la relativa sicurezza delle loro case e di preparare i documenti d'identità.
Il massacro
Secondo il rapporto del giugno 2000 di Human Rights Watch (HRW), basato sui resoconti dei combattimenti raccolti dall'associazione russa per i diritti umani Memorial (a HRW era stato negato dalle autorità russe l'accesso diretto alla Cecenia), le forze impegnate nell'operazione di rastrellamento arrivarono la mattina del 5 febbraio in più gruppi che avanzavano dai margini settentrionali verso il centro di Novye Aldy, probabilmente in numero superiore a cento uomini accompagnati da diversi veicoli (veicoli da trasporto truppe blindati del tipo BTR, camion del tipo Ural e minibus della UAZ). Descritti come molto più anziani dei coscritti, molti dei soldati erano ubriachi, portavano la barba ed indossavano vari tipi di uniformi mimetiche verde militare o grigie della polizia, con passamontagna e foulard sulla testa. Come emerso in seguito, si trattava principalmente di membri dell'OMON, ossia le ex unità speciali antiterrorismo della polizia russa, apparentemente affiancati da un certo numero di soldati russi a contratto a breve termine, quasi dei mercenari, noti come kontraktniki, che operavano insieme o all'interno dei distaccamenti OMON. Era presente anche un numero molto più ridotto di coscritti, i quali, secondo Human Rights Watch, si distinsero in diversi episodi, avvertendo gli abitanti del pericolo imminente o addirittura salvando la vita di civili grazie al loro intervento diretto.
Dopo essere entrati nell'insediamento, ufficialmente per controllare i passaporti interni degli abitanti e arrestare eventuali combattenti rimasti indietro, gruppi di agenti dell'OMON e di soldati a contratto iniziarono a picchiare e a sparare casualmente contro i civili nelle loro case e nelle strade. La maggior parte delle uccisioni ebbe luogo lungo via Mataša-Mazaeva, dove almeno 24 persone furono assassinate mentre gli aggressori passavano di casa in casa giustiziando i civili. Il primo omicidio avvenne al numero 170, dove fu ucciso il cinquantenne Sultan Timirov, proprietario dell'abitazione. Il suo corpo fu trovato decapitato e segnato da ferite da arma da fuoco e da altre lesioni, peraltro, la testa non fu mai ritrovata e si ritiene possa essere stata disintegrata da una granata sparata con un lanciagranate sottocanna. La maggior parte delle vittime della strata fu di mezza età o anziana, in particolare, la più anziana fu Rakat Achmadova, di 82 anni, uccisa a colpi d'arma da fuoco al numero 162 di via Mataša-Mazaeva insieme al cugino sessantaseienne Gula Chajdaev e al loro vicino settantenne Rizvan Umchaev.
Tra le altre vittime vi furono anche un bambino di un anno, Chassan Estamirov, colpito da almeno due proiettili alla testa e poi bruciato, almeno sei giovani donne cecene, tra cui la ventunenne Toita Estamirova, incinta di otto mesi, trovata con ferite da arma da fuoco all'addome e al petto, un'anziana donna russa, la settantenne Elena Kuznecova, colpita ripetutamente al volto a bruciapelo mentre usciva dal seminterrato al numero 58 del vicolo Cimljanskij e poi bruciata insieme ai corpi dei suoi vicini ceceni (la famiglia Jachijaev), e il quarantenne ucraino Viktor Šiptora, il cui corpo fu trovato in via Chopërskaja.
Le uccisioni furono spesso accompagnate da richieste di denaro o di altri oggetti di valore, che fungevano da pretesto per l'esecuzione nel caso in cui la somma offerta fosse ritenuta insufficiente; altre vittime furono uccise perché prive di documenti d'identità. Almeno tre uomini furono arrestati e successivamente giustiziati, un altro fu anche utilizzato come scudo umano, ma in seguito venne rilasciato.
Si verificarono numerosi episodi in cui i militari russi appiccarono deliberatamente incendi nel villaggio, dando sistematicamente fuoco ad abitazioni e a beni dei civili mediante taniche e bottiglie contenenti liquidi infiammabili, in particolare nei luoghi dove venivano trovate persone senza documenti d'identità. Alcuni di questi atti sembrano essere stati un tentativo rudimentale di distruggere le prove delle uccisioni di civili, e in almeno in caso l'incendio stesso sembra essere stato appiccato nel tentativo di uccidere. Gli autori delle violenze saccheggiarono le case e sottrassero gioielli e denti d'oro dai corpi delle vittime, inoltre, molti civili furono picchiati e minacciati di morte mentre venivano derubati.
Secondo le testimonianze, almeno sei donne furono vittime di stupri di gruppo, tra cui tre giovani che furono successivamente strangolate e un'altra che fu oggetto di un tentativo di omicidio. Alcuni dei sopravvissuti furono costretti a implorare di essere risparmiati, altri invece si finsero morti dopo essere stati feriti da colpi d'arma da fuoco, altri ancora riuscirono a salvarsi fuggendo o nascondendosi, evitando il contatto con gli OMON e con i soldati. Fu solo dopo il calare della notte del 5 febbraio, quando i militari russi lasciarono finalmente l'area, che gli abitanti poterono avventurarsi nelle strade di Novye Aldy per spegnere gli incendi e raccogliere i cadaveri dei loro cari.
Almeno cinque persone furono uccise in quello stesso giorno nel vicino quartiere di Černoreč'e, un sobborgo adiacente di Groznyj collegato a Novye Aldy da una strada che attraversa la grande diga del bacino idrico situata a ovest. Durante l'assedio, Černoreč'e era stato bombardato molto più pesantemente di Novye Aldy e soltanto poche persone vi erano rimaste al momento degli eventi del 5 febbraio.
Conseguenze Gli abitanti del sobborgoo decisero di non seppellire immediatamente i corpi, come sarebbe invece stato richiesto dalla tradizione musulmana, ma di conservarli all'interno delle abitazioni affinché le uccisioni potessero essere documentate. Dopo il massacro i militari russi tornarono a Novye Aldy in numerose occasioni per saccheggiare e per minacciare i residenti con ritorsioni qualora avessero parlato di ciò che avevano visto. Sebbene alcuni saccheggi fossero già avvenuti il 5 febbraio, infatti, il saccheggio sistematico su vasta scala ebbe luogo per la prima volta durante la settimana successiva, quando alcuni appartenenti all'OMON tornarono ad Novye Aldy in gran numero e iniziarono a radunare tutti i maschi ceceni che riuscivano a trovare, portandone via 16 insieme a interi camion carichi di oggetti depredati.