Biografia Discendente da una famiglia dell'aristocrazia militare di Roma nota come domini de via LataGiorgio Schneider Graziosi, La «domus Theodorae» sull'Aventino, in «Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma» — 42.1915; pp. 339-340., era il figlio di Teodoro, morto quando Adriano era ancora in tenera età; fu accolto dallo zio paterno Teodoto (o Teodato) consul, dux et primicerius Sanctae Romanae Ecclesiae.
Fu diacono durante il pontificato di papa Stefano III, alla cui morte Adriano fu acclamato all'unanimità e venne consacrato il 9 febbraio 772.
Relazioni con Franchi e Longobardi Già dai primi atti ufficiali diede il segnale dell'indirizzo della sua politica futura: richiamò dall'esilio gli esponenti della fazione filo-franca che Paolo Afiarta, il rappresentante longobardo a Roma, aveva allontanato in occasione dei disordini verificatisi durante il pontificato di Stefano III e di contro, ai rappresentanti longobardi venuti a Roma per rendergli il dovuto omaggio come nuovo pontefice, presentò subito le sue rimostranze, accusando anche il loro re Desiderio di tradimento per non aver rispettato i patti di restituzione dei territori del "Patrimonio di San Pietro", già appartenuti ai bizantini, poi occupati dai longobardi stessi e promessi allo Stato della Chiesa: si trattava di chiari ed evidenti segni di voler intraprendere una politica di alleanza con i Franchi. Il re longobardo Desiderio comprese che era inutile tentare qualsiasi tipo di approccio e alla prima occasione (il rifiuto del papa di incoronare la sua protetta Gerberga, regina dei territori appartenuti al suo defunto marito Carlomanno, fratello del re franco Carlo Magno che li aveva incamerati), passò alle vie di fatto, occupando Ferrara e ponendo sotto assedio Ravenna, che chiese aiuto a Roma. Adriano inviò a Desiderio Afiarta, con la richiesta di desistere dal suo assedio (ben sapendo che non avrebbe ottenuto nulla), ma appena fu partito organizzò in Roma un processo contro la fazione longobarda per i disordini di qualche anno prima, che si concluse, ovviamente, con la condanna di Afiarta stesso e di tutti i rappresentanti del partito filo-longobardo. La sentenza venne comunicata all'arcivescovo Leone di Ravenna, con l'incarico di arrestare ed esiliare Afiarta, ma Leone, in un eccesso di zelo, lo arrestò e lo fece anche giustiziare. Adriano ufficialmente rimproverò Leone, ma in realtà fu ben felice che gli avesse eliminato il capo del partito avverso, che avrebbe potuto creargli seri problemi in RomaC. Rendina, I Papi. Storia e segreti, p. 235.P. Brezzi, La civiltà del Medioevo europeo, vol. I, pp. 189 e segg..
Ovviamente Desiderio reagì, occupando Senigallia, Montefeltro, Urbino e Gubbio e rifiutando qualsiasi ambasceria che non fosse un colloquio diretto e personale col papa. Adriano, da parte sua, accettò a condizione che gli venissero prima restituiti tutti i territori e le città occupate e Desiderio, che non poteva certo sottostare ad una simile condizione, minacciò direttamente Roma. Il papa si trovò costretto a invocare l'aiuto del re dei Franchi, Carlo Magno, che era al momento impegnato in una campagna militare in Sassonia. Nell'attesa Adriano, che non poteva certo competere militarmente con le armate longobarde che nel frattempo marciavano verso Roma, tentò di utilizzare le armi che aveva a disposizione, e minacciò di scomunica Desiderio, se avesse oltrepassato i confini del Ducato di Roma. Che si fosse veramente preoccupato per l'anatema, o che avesse solo voluto spaventare il papa, di fatto Desiderio si fermò e tornò indietroC. Rendina, op. cit., pp. 236 e segg.P. Brezzi, op. cit., p. 190..
La delegazione franca, inviata nel frattempo a Roma per verificare la situazione, non trovò i Longobardi all'assedio, ma poté prendere atto dello stato delle cose, e venne inoltre informata delle pretese di Gerberga. Si recò allora a Pavia, capitale del regno longobardo, dove Desiderio rifiutò la restituzione dei territori al papa, anche dietro pagamento di un'ingente somma di monete d'oro che una successiva ambasceria franca gli offrì. A Carlo Magno, che oltre tutto era anche preoccupato delle pretese dinastiche dei figli del defunto fratello Carlomanno e di Gerberga, non restava che la soluzione militareC. Rendina, op. cit., p. 237P. Brezzi, op. cit., pp. 190 e segg..
Nel settembre 773 Carlo Magno entrò in Italia con una grossa armata e costrinse Desiderio a rinchiudersi nella sua capitale Pavia, il figlio Adalgiso (l'Adelchi manzoniano) a rifugiarsi a Costantinopoli, e sua cognata Gerberga a consegnarglisiD. Hägermann, Carlo Magno, Il signore dell'Occidente, pp. 36 e segg.P. Brezzi, op. cit., p. 191..
Prolungandosi l'assedio, Carlo Magno chiamò la moglie Ildegarda e i figli e si recò a Roma per trascorrervi la Pasqua. Il 2 aprile 774 (sabato santo) fu accolto in città dal popolo e dalle autorità come un trionfatore, mentre Adriano gli andò incontro all'ingresso della Basilica di San PietroRiferisce il biografo pontificio che "Quando Carlo arrivò, baciò i singoli gradini e giunse di fronte al papa, che lo aspettava in alto, nell'atrio, di fronte all'ingresso della chiesa. I due si abbracciarono; poi Carlo prese la mano destra del papa ed entrarono nella chiesa di San Pietro.", D. Hägermann, op. cit., p. 40.. Esaurite le devozioni e i riti della Pasqua, il 6 aprile iniziarono gli incontri istituzionali, nei quali il papa ribadì le sue richieste e Carlo, come già aveva fatto suo padre Pipino il Breve, fece stilare un documento (andato anch'esso perduto come il precedente ma sostanzialmente accettato dagli storici) in cui venivano nuovamente elencati i territori di pertinenza della Chiesa, e in cui il re franco s'impegnava a restituirli (Promissio Romana); il documento fu poi deposto sull'altare di San Pietro dove i contraenti giurarono di rispettare gli impegniSi ripeté, in pratica, la stessa procedura adottata nel 756 da papa Stefano II con il documento solennemente sottoscritto da Pipino.C. Rendina, op. cit., pp. 237 e segg.Alessandro Barbero, Carlo Magno - Un padre dell'Europa, Laterza, 2006, p. 28..
Ma si trattava di territori ancora da conquistare, e per alcuni di essi (Venezia, l'Istria e i ducati di Benevento e Spoleto) in seguito la restitutio alla Chiesa non si realizzò mai. Le cose non andarono dunque esattamente come previsto. Carlo Magno, tornato a Pavia, prese la città, mandò in esilio il re longobardo a Corbie (in terra franca) e con un gesto innovativo il 10 luglio 774 assunse per sé il titolo di "Re dei Franchi e dei Longobardi", oltre a quello che già aveva di patricius Romanorum: il regno longobardo in Italia si estingueva, e con esso, praticamente, anche la storia di quel popolo. In quanto "Re dei Longobardi", dunque, Carlo Magno entrava in possesso anche dei territori rivendicati dal papa, e d'altra parte, in quanto patricius Romanorum, cioè difensore di Roma, non aveva nulla da difendere in quanto il nemico non esisteva più. In pratica, l'ampliamento dei territori dello Stato della Chiesa non aveva più motivo di essere messo in atto, così Carlo Magno tornò in Francia senza neanche cominciare a mantener fede agli impegni presi. Anzi, dopo aver conquistato il regno longobardo, per diversi anni non sentì il bisogno d'incontrarsi con il papa.
Adriano non gradì certo questo atteggiamento: le aspettative del pontefice, al contrario di Carlo Magno, erano aumentate, ma egli dovette attendere a lungo ed ebbe più volte a lamentarsi dell'indifferenza del re franco in merito alle sue richiesteLe lettere di Adriano, osserva il Gregorovius, «si leggono con sommo fastidio, tanto grande sono l'avidità dei beni terreni e il timore di perderli che denotano; mentre l'accrescimento del potere temporale è sfacciatamente definito "elevazione della Chiesa", l'acquisto della salvezza spirituale viene promesso come compenso delle donazioni di terre e di uomini, e la beatitudine celeste è connessa col sacrificio dei beni materiali.»C. Rendina, op. cit., p. 240C. Rendina, op. cit., pp. 238 e segg.Hägermann, op.cit., pp. 39 e segg., 52 e segg., 61 e segg. Finì per accontentarsi di alcuni incrementi territoriali al Ducato di Roma, all'Esarcato di Ravenna e alla Pentapoli bizantinaTerritorio che consisteva in cinque città sulla costa dell'Adriatico, da Rimini ad Ancona, e della piana costiera fino all'Appennino.
Nel 776 le speranze sorte per Spoleto sfumarono: il ducato si sottomise volontariamente a Carlo Magno. Successivamente furono sferrati tre distinti attacchi ai possedimenti della Chiesa di Roma: il duca di Chiusi s'impossessò di varie città della Tuscia, mentre il duca di Benevento occupò la città di Terracina, situata nel ducato bizantino di Napoli, da cui sarebbe stato facile puntare direttamente su RomaNelle due lettere inviate nell'occasione a Carlo Magno (Codex Carolinus, lettere n. 61 p. 588 e n. 64 p. 591) il pontefice chiedeva aiuto militare per ricompattare il patrimonium Sancti Petri ed esprimeva preoccupazione per la collaborazione di alcuni terracineenses con i longobardi di Benevento (vedi M. T. Caciorgna, Una città di frontiera, Viella, Roma 2008 pp.169 e seg.). Ma soprattutto l'arcivescovo Leone di Ravenna occupò alcuni centri dell'ex Esarcato, scacciando i rappresentanti papali e sostituendoli con i suoi nel tentativo di creare uno Stato indipendente; peraltro in questo suo tentativo fu anche sostenuto da Carlo Magno che, morto Leone nel 777, incamerò quei territori. Adriano rinnovò le sue pressioni sul re dei Franchi ed insistette a lungo perché il re tornasse a Roma. Carlo finalmente cedette alle richieste e venne a Roma per la Pasqua del 781.
Il primo atto fu il battesimo di Carlomanno (che aveva allora quattro anni e a cui fu cambiato il nome in Pipino) e Ludovico (di tre anni), il terzo e quarto figlio di Carlo Magno; Adriano ne assunse il padrinato e contemporaneamente li consacrò re d'Italia: il primo (di fatto re dei Longobardi sotto la sovranità del re dei Franchi) e re d'Aquitania il secondo. Il battesimo e la consacrazione dei due figli di Carlo Magno rinsaldò comunque i rapporti tra questi e il papa, che politicamente ora si sentiva più sicuro, essendo scomparso il tradizionale nemico longobardo e potendo contare anche sui regni d'Italia e di Aquitania come forti alleati. Poi si passò all'esame dei problemi giuridici e istituzionali. Certo, rimaneva in piedi l'annosa questione territoriale che Adriano rivendicava alla Chiesa, ma Carlo Magno fece un gesto distensivo, donando al papa la diocesi di Rieti e la diocesi di Cures Sabini, ma con l'esclusione dell'Abbazia di Farfa, alla quale il re dei Franchi, già dal 775, aveva concesso uno statuto autonomo speciale; a questi si aggiunsero presto la diocesi di Tivoli, la Tuscia e il ducato di Perugia, più alcune città della bassa Toscana. In occasione della sua terza visita a Roma (787) Carlo riconobbe al papa il diritto di riscuotere i censi di Tuscia e Spoleto, in cambio il riconoscimento della sua sovranità su entrambi. Fu confermata anche l'assegnazione a Roma dell'ex Esarcato d'Italia, con Ravenna, Bologna, Ancona, e del ducato di Spoleto, già nell'orbita imperiale. In realtà furono esaudite compiutamente solo le richieste riguardanti il Lazio. Per Benevento, il cui duca longobardo Arechi II era alleato di Costantinopoli, Carlo non si volle impegnare per mantenere rapporti neutrali con l'impero d'OrienteD. Hägermann, op.cit., pp. 94 e segg., 100 e segg.. Tramontate le illusioni ravennati e spoletine, l'ex ducato romano venne a costituire il dominio temporale dei papi nella sua interezza. Solo nel XIII secolo fu realizzato il programma di espansione concepito nell'VIII.
La questione della Baviera