La vite d'oro (in greco antico: , chrysê ámpelos) è un leggendario manufatto della mitologia greca. Si trattava di una pianta di vite interamente forgiata da Efesto in oro massiccio e pietre preziose ed era considerata uno dei tesori più preziosi del mondo antico. Nel ciclo troiano, l'oggetto divenne lo strumento di corruzione politica che spinse il regno di Misia a rompere la neutralità e a schierarsi al fianco di Troia.

Origine e descrizione

Secondo la tradizione mitologica, la vite d'oro era un capolavoro di oreficeria divina e techne (tecnica), descritta non come un oggetto statico, ma come un'opera dotata di straordinario realismo. I tralci e le foglie erano battuti in oro purissimo, mentre i grappoli d'uva erano riprodotti fedelmente attraverso l'incastonatura di gemme preziose. In alcune varianti della tradizione legata ai testi drammatici, tra i rami erano inseriti piccoli automi a forma di uccelli, anch'essi d'oro.Cfr. Euripide, Alessandro (frammenti).

Il manufatto era originariamente di proprietà di Zeus, il quale lo aveva donato al re Troo (il fondatore di Troia) come parziale compensazione e risarcimento per il rapimento del giovanissimo figlio Ganimede, condotto sull'Olimpo per fungere da coppiere degli dei.Scolio ad Omero, Iliade, V, 265.

Di generazione in generazione, l'oggetto passò a Laomedonte ed infine fu ereditato dal re Priamo.

Il ruolo nella guerra di Troia

La vite d'oro svolse un ruolo diplomatico e militare decisivo durante gli ultimi anni della Guerra di Troia, configurandosi come un simbolo di bramosia e sventura.

Quando la città di Troia si trovò allo stremo delle forze dopo dieci anni di assedio, Priamo cercò disperatamente l'appoggio militare del contingente dei Misi, guidato dal giovane Euripilo. Poiché il padre di quest'ultimo, Telefo, aveva imposto al regno una linea di rigorosa neutralità nei confronti dei Greci, Priamo decise di sfruttare la vite d'oro per corrompere Astioche ed ottenere l'appoggio dell'esercito Misio.

Astioche, abbagliata dal valore immenso del dono divino, cedette alla corruzione e convinse il figlio Euripilo a infrangere i patti familiari ed a marciare verso la Troade alla testa del suo esercito, segnando così il destino del giovane eroe, che troverà la morte per mano di Neottolemo.

Fonti letterarie

L'esistenza e il passaggio di mano della vite d'oro sono attestati da diverse fonti frammentarie ed esegetiche del mondo antico:

Acusilao di Argo: Il logografo del VI secolo a.C. fornisce la testimonianza più esplicita nel frammento 40 (conservato negli scolii all'Odissea), specificando la parentela di Astioche come sorella di Priamo e l'atto della corruzione:

(«Acusilao dice che la vite d'oro, che Efesto aveva forgiato, Priamo la diede ad Astioche, sua sorella, affinché mandasse suo figlio Euripilo a Troia»).Acusilao di Argo, frammento 40 (Müller) / 2F40 (Jacoby). Omero: Nell'Odissea si fa un accenno indiretto alla corruzione di Astioche quando l'ombra di Achille interroga Odisseo sul destino del nipote Euripilo, definendolo il più bello tra i guerrieri caduto «a causa di doni fatti a una donna».

Note

Voci correlate Euripilo Astioche Ganimede Efesto

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