La Campagna internazionale per il salario al lavoro domestico (in inglese International Wages for Housework Campaign, IWFHC) è una rete femminista internazionale fondata nel 1972 da Mariarosa Dalla Costa, Silvia Federici, Brigitte Galtier e Selma James.
Sorta nel contesto del femminismo marxista della seconda ondata, la campagna utilizzò la rivendicazione del salario al lavoro domestico come strategia politica volta a rendere visibile e contestare il carattere naturalizzato e non remunerato del lavoro riproduttivo, individuando nelle casalinghe un soggetto centrale dei rapporti di sfruttamento e di trasformazione sociale.
Tra il 1972 e il 1977 l'IWFHC si articolò in una rete internazionale di gruppi e organizzazioni autonome coordinate dall'International Feminist Collective (IFC). Dopo lo scioglimento di quest'ultimo, parte della rete continuò ad operare sotto la denominazione International Wages for Housework Campaign, orientandosi progressivamente verso il riconoscimento istituzionale del lavoro non retribuito.
Dal 2000, con la fondazione della Global Women's Strike, la campagna ha esteso la propria piattaforma alla proposta del reddito di cura (care income), inteso come riconoscimento economico delle attività di cura rivolte alle persone e all'ambiente, indipendentemente dal genere di chi le svolge.
Nel 2022 l'IWFHC ha celebrato il cinquantesimo anniversario con l'apertura del proprio archivio storico presso il Bishopsgate Institute di Londra. La campagna internazionale (1972–1977)
International Feminist Collective (IFC) Le premesse della campagna internazionale per il salario al lavoro domestico maturarono simultaneamente in più paesi, alimentate da un comune clima intellettuale e politico. Tra il 1969 e il 1971, in Italia, Gran Bretagna, Francia e Nord America, attiviste provenienti da organizzazioni della sinistra extraparlamentare e dai movimenti anticoloniali e per i diritti civili elaborarono in modo autonomo analisi convergenti sul lavoro domestico come forma di sfruttamento strutturale.
Il punto di coagulo istituzionale fu il luglio 1972, quando una ventina di attiviste si riunirono a Padova, dando vita all'International Feminist Collective (IFC) / Collettivo Internazionale Femminista (CIF), il soggetto organizzativo che avrebbe coordinato la campagna a livello internazionale. Le fondatrici furono, per l'Italia, Mariarosa Dalla Costa di Lotta Femminista; per l'Inghilterra, Selma James del gruppo di Notting Hill della London Women's Liberation Workshop, attivista di lunga data nel movimento anticoloniale; per gli Stati Uniti, Silvia Federici, italiana emigrata negli Stati Uniti e membro del Women's Bail Fund di New York; per la Francia Brigitte Galtier del gruppo misto Matériaux pour l'intervention.
Il manifesto fondativo, ispirato al saggio di Dalla Costa Donne e sovversione sociale, rivendicava l'autonomia del movimento delle donne e affermava l'inscindibilità tra femminismo e lotta di classe. Identificandosi come femministe marxiste, le fondatrici sostenevano che il capitalismo si fondasse sull'articolazione tra lavoro salariato e lavoro domestico non retribuito e individuavano nella casa, nel quartiere e nella comunità nuovi terreni di conflitto sociale, estendendo la lotta oltre i luoghi tradizionali della produzione.
Negli anni successivi la campagna si diffuse in diversi paesi europei e nordamericani. Nel Regno Unito si costituì il Power of Women Collective, negli Stati Uniti il New York Wages for Housework Committee, mentre in Canada nacque il Toronto Wages for Housework Committee.
In Italia nel 1976, erano attivi gruppi in quattordici città - tra cui Padova, Venezia-Mestre, Trieste, Bologna, Ferrara, Modena, Firenze, Roma e Napoli - con proprie pubblicazioni, iniziative culturali e strumenti di propaganda.
Una caratteristica peculiare della rete fu la presenza di organizzazioni autonome, tra cui Wages Due Lesbians, Black Women for Wages for Housework ed English Collective of Prostitutes, che svilupparono la prospettiva del salario al lavoro domestico a partire dalle specifiche condizioni delle lesbiche, delle donne nere e delle lavoratrici del sesso., 155-156, 173
Tra il 1974 e il 1977 l'IFC tenne cinque conferenze internazionali: a New York (ottobre 1974), Montreal (febbraio 1975), Londra (luglio 1975), Toronto (ottobre 1975) e Chicago (aprile 1977). Oltre a rappresentare momenti di elaborazione teorica e di coordinamento delle campagne, gli incontri misero progressivamente in luce divergenze riguardanti l'organizzazione della rete e i rapporti tra i diversi gruppi nazionali.
La conferenza di Chicago del 1977, alla quale non parteciparono il gruppo padovano e il New York Wages for Housework Committee, segnò la fine deIl'International Feminist Collective (IFC). Secondo Louise Toupin, le divergenze riguardarono soprattutto il modello di coordinamento internazionale e la gestione delle funzioni di leadership all'interno della rete.
Dal 1978 il nome International Feminist Collective (IFC) cessò di essere utilizzato. Una parte dei gruppi aderenti, insieme ad altri di nuova formazione, proseguì l'attività sotto la denominazione di International Wages for Housework Campaign.
Fondamenti teorici
La «fabbrica sociale» e il lavoro domestico come produzione di valore Le teoriche dell'IWFHC si collocavano all'incrocio tra una visione rinnovata del marxismo, influenzata dall'operaismo italiano e le esperienze dei movimenti anticolonialisti, femministi e per i diritti civili.
Nella tradizione marxista classica, il lavoro produttivo coincideva con il lavoro salariato, generatore di plusvalore per il capitale, mentre le attività svolte nell'ambito domestico - come cucinare, pulire, accudire i figli - erano considerate estranee al ciclo produttivo capitalistico, collocate in una sfera privata e pre-politica.
Le teoriche della campagna, a partire dal testo fondativo di questa prospettiva, The Power of Women and the Subversion of the Community (1972) di Mariarosa Dalla Costa e Selma James, contestarono questa visione: accanto alla fabbrica, luogo del lavoro salariato, esisteva un'altra «fabbrica» nascosta, composta dalla famiglia e dalla comunità, in cui la forza-lavoro, merce fondamentale del sistema capitalistico, veniva prodotta e riprodotta. Le casalinghe non erano ai margini della lotta di classe, ma al suo centro. Se la famiglia era un centro di produzione fondamentale per il sistema capitalistico, poteva diventare anche un centro di sovversione se le donne rifiutavano di lavorarvi.
Il salario al lavoro domestico come strategia politica La richiesta di un salario al lavoro domestico non veniva concepita come una semplice rivendicazione economica, ma come uno strumento politico capace di rendere visibile il lavoro non retribuito delle donne e di contestarne la naturalizzazione.
Mariarosa Dalla Costa descrisse il salario come una «leva di potere», utilizzabile per negoziare le condizioni del lavoro domestico, la procreazione, la sessualità e la socializzazione del lavoro di cura.
Nel pamphlet Wages Against Housework (1975), Silvia Federici distinse tra il salario come «cosa», una somma di denaro, e il salario come «prospettiva», sostenendo che il significato della rivendicazione risiedesse non tanto nell'ottenimento di una retribuzione, ma nella possibilità di smascherare il ruolo a cui le donne erano state confinate nella società capitalista e il carattere lavorativo di attività presentate come espressione naturale dell'amore e della vocazione femminile.
La critica alle teorie emancipazioniste e alla sinistra A partire dall'analisi del lavoro domestico come fondamento nascosto dell'accumulazione capitalistica, le teoriche della campagna sottoposero a critica sia le strategie prevalenti del movimento femminista sia quelle della sinistra tradizionale.
Mariarosa Dalla Costa mise in discussione le principali rivendicazioni del femminismo coevo, incentrate sull'accesso al lavoro salariato e sulla socializzazione dei servizi, sostenendo che nessuna delle due prospettive modificasse la gratuità del lavoro domestico, «il lavoro primario delle donne di tutto il mondo», responsabile della condizione di subordinazione e di sfruttamento femminile.
Silvia Federici e Nicole Cox nel pamphlet Counter-Planning from the Kitchen (1975) svilupparono una critica della sinistra tradizionale e del movimento sindacale. La sinistra, sostenevano le autrici, aveva accettato acriticamente la separazione capitalista tra produzione e riproduzione, valorizzando il lavoro salariato come unico luogo della coscienza di classe e relegando il lavoro domestico a questione privata e prepolitica. Accettare questa separazione significava lasciare intatto il meccanismo attraverso cui il capitale estraeva lavoro non pagato dalle donne e circoscrivere la nozione di classe ad una metà soltanto dei lavoratori.
I «senza salario» e la dimensione internazionale dello sfruttamento A partire dalla seconda metà degli anni settanta, Selma James ampliò la prospettiva della campagna alla divisione internazionale del lavoro e alle forme di lavoro non salariato presenti su scala globale.
Nel saggio Sex, Race and Class (1975) sostenne che il lavoro domestico gratuito delle donne costituiva soltanto una delle forme attraverso cui il capitalismo organizzava e gerarchizzava la forza-lavoro. I colonizzati, le popolazioni contadine del Sud, i disoccupati, i prigionieri, coloro che lavoravano in condizioni di schiavitù e altri soggetti privi di salario partecipavano anch'essi al processo di accumulazione capitalistica, pur apparendo esterni al rapporto salariale.
In questa prospettiva, i rapporti di potere fondati sul sesso, la razza, la nazione e l'età rappresentavano articolazioni della divisione internazionale del lavoro, e ciascuna categoria di «senza salario» possedeva una propria capacità di sovvertire il processo di accumulazione.
Sessualità e organizzazioni autonome Le organizzazioni autonome sorte all'interno della campagna contribuirono ad ampliare ulteriormente l'analisi del lavoro riproduttivo. Nel 1975 le Wages Due Lesbians sostennero che l'eterosessualità non fosse un dato naturale, ma una componente del lavoro richiesto alle donne nell'ambito della famiglia. Il manifesto Fucking Is Work, presentato alla conferenza di Montréal, interpretava il lesbismo come una forma di rifiuto del servizio sessuale imposto alle donne dalla divisione capitalistica del lavoro.
Analogamente, Black Women for Wages for Housework ed English Collective of Prostitutes svilupparono la prospettiva del salario al lavoro domestico a partire dalle specifiche condizioni delle donne nere e delle lavoratrici del sesso, contribuendo a estendere l'analisi della riproduzione sociale alle dimensioni della razza e della sessualità.
Sviluppi successivi
Dalle conferenze ONU alla Global Women's Strike Dopo la dissoluzione dell'International Feminist Collective (IFC) nel 1977, l'International Wages for Housework Campaign proseguì la propria attività con una parte dei gruppi originari e con nuove adesioni, spostando progressivamente il proprio asse dall'organizzazione di gruppi locali al lobbying nelle sedi istituzionali internazionali.
Durante il Decennio delle Nazioni Unite per le Donne (1975–1985), la campagna concentrò una parte crescente delle proprie iniziative sul riconoscimento del lavoro non retribuito nelle statistiche economiche e nelle politiche pubbliche.
Alla Terza Conferenza mondiale sulle donne di Nairobi (1985), le Nairobi Forward-looking Strategies raccomandarono agli Stati di misurare il contributo economico del lavoro non retribuito femminile nei conti nazionali, un risultato che la campagna considerò in linea con le proprie rivendicazioni.