La conquista francese di Napoli, anche ricordata come le tre giornate di Napoli, è stata una battaglia che si svolse fra il 21 e il 23 gennaio 1799 durante l’invasione della Francia del Regno di Napoli. Avvenne nell’ambito della guerra della seconda coalizione ad opera del generale francese Jean Étienne Championnet.

Dopo la battaglia di Civita Castellana e la fuga di re Ferdinando IV di Borbone in Sicilia, le truppe francesi, appoggiate dai giacobini napoletani, attaccarono la capitale del Regno, i cui difensori, i Lazzari, nonostante fossero male equipaggiati e per nulla addestrati, opposero per tre giorni una strenua resistenza. Conquistate le fortezze cittadine, i francesi riuscirono a sconfiggere i Lazzari, che si sacrificarono in grande numero.

La conquista francese di Napoli portò alla costituzione della Repubblica Napoletana che però, a causa della reazione dei sanfedisti, durò solo sei mesi; al termine dei quali re Ferdinando IV riprese possesso della sua capitale.

Il contesto e le premesse

Quando giunsero in Italia le notizie e i risultati della Rivoluzione francese del 1789, a Napoli alcuni intellettuali della città si unirono nella Società Patriottica, fondata fra il 1792 e il 1793. La società ebbe un certo impulso anche per i numerosi residenti francesi nella capitale del Regno di Napoli. Così che allo stesso modo di quanto accadeva in Francia, i giacobini napoletani si divisero in due fazioni. I primi erano quelli del club dei Lomo (Libertà o morte) che erano monarchici costituzionalisti; gli altri, più estremisti, erano del club dei Romo (Repubblica o morte). Dopo aver scoperto un complotto antimonarchico di questi ultimi, la polizia borbonica arrestò 56 persone e il 18 ottobre 1794 la pena di morte fu eseguita per Vincenzo Vitaliani (1763-1794), Vincenzo Galiani ed Emanuele De Deo. .

I liberali napoletani, però, non disperarono, e le loro idee continuarono a diffondersi nel Regno. Nel febbraio 1795, tuttavia, a seguito di un altro complotto furono incarcerati il giurista Mario Pagano e il poeta Ignazio Ciaia. Intanto si era formata una prima coalizione antifrancese, alla quale aderì anche il re di Napoli Ferdinando IV. L’esito del conflitto fu favorevole alla Francia, che impose a Napoli di liberare i prigionieri politici. Tuttavia, dopo la vittoria inglese nella battaglia navale del Nilo del 1798 e sotto l'influenza dell'ammiraglio inglese Horatio Nelson, Ferdinando IV riprese le ostilità contro la Francia entrando nella seconda coalizione.

Ancora prima della battaglia del Nilo, però, Napoleone Bonaparte aveva compiuto un gesto che non avrebbe potuto non irritare Ferdinando IV: la presa di Malta, che il Regno di Napoli considerava nella propria sfera d’influenza. Già alleato con l’Austria, Ferdinando ottenne da questa il generale Karl Mack, che mise al comando dell’esercito napoletano, si alleò poi con la Russia, con la Gran Bretagna e con la Turchia. Forte della coalizione, Ferdinando IV decise di attaccare la Francia che nel frattempo aveva istaurato la Repubblica romana. La controffensiva del generale Jean Étienne Championnet travolse però l’esercito napoletano comandato da Mack che fu sconfitto il 5 dicembre 1798 nella battaglia di Civita Castellana, consentendo ai francesi di invadere il Regno di Napoli.

La situazione a Napoli Ferdinando e Maria Carolina

La situazione nella capitale era critica. A corte, re Ferdinando IV, timoroso e indeciso, era molto influenzato dal forte carattere della moglie Maria Carolina, figlia di Maria Teresa d'Austria e sorella di Maria Antonietta, decapitata dai rivoluzionari francesi sei anni prima. Maria Carolina aveva organizzato un’efficace rete di spionaggio ed era stata avvertita che i giacobini di Napoli, quali Francesco Pagano, Ignazio Ciaia ed Eleonora Pimentel erano in corrispondenza con il generale francese Championnet e auspicavano la conquista francese della capitale per dare istituzioni democratiche al popolo napoletano..

Ferdinando, invece, era sicuro che in caso di necessità il suo popolo, i suoi Lazzari lo avrebbero difeso più di una potente guarnigione dell’esercito regolare. L’imminenza, però, dell’invasione francese e il probabile appoggio su cui già poteva contare in città, aveva esacerbato gli animi di molti popolani che si misero alla caccia di giacobini o di presunti tali. Nel dicembre del 1798 due innocenti forestieri, un tirolese e un piemontese, furono scambiati per francesi e uccisi. Si diffuse poi la notizia che il Re volesse abbandonare Napoli. Agli occhi del popolo cattolico e tumultuoso ciò voleva dire la presa di potere dei giacobini..

La tensione crebbe e il 21 dicembre, al Largo di Palazzo (l’attuale Piazza del Plebiscito), alcuni Lazzari presero di mira un uomo distinto che camminava a passo svelto verso il Borgo Santa Lucia. Si trattava di un corriere del Re con un dispaccio per il comandante della flotta inglese in porto. Fu scambiato per un giacobino e assalito. Lo strepito fece accorrere il Re che era a Palazzo. A nulla valsero il suo intervento e le urla dal balcone della Reggia. Il corriere fu trucidato. Constata l’impossibilità a gestire l’ordine pubblico fu deciso che Ferdinando dovesse partire immediatamente..

La partenza dei reali e il panico

Prima della partenza, complice un tempo di bonaccia che impediva alla squadra navale di prendere il largo, re Ferdinando IV dispose di dare la guida degli affari in sua assenza a Francesco Pignatelli, comandante della polizia di Napoli. A capo della giustizia fu nominato l’assolutista Saverio Simonetti, mentre al progressista Giuseppe Zurlo fu affidata la direzione delle Finanze. Ferdinando IV, inoltre, informò della grave situazione l’imperatore Francesco II (suo genero e figlio del fratello di Maria Carolina) chiedendogli urgenti soccorsi. Infine, pubblicò un avviso con il quale comunicava al popolo napoletano la sua decisione di ritirarsi in Sicilia per organizzare la riconquista. Fatto ciò, nottetempo, nella più assoluta segretezza, i sovrani di Napoli assieme all’erede Francesco, alla duchessa di Calabria con la febbre e la figlioletta di quest’ultima Carolina, di neanche tre mesi, si imbarcarono sull’ammiraglia della squadra inglese. Si era quasi alla vigilia di Natale del 1798 e i sovrani di Napoli, benché fermi in porto, erano al sicuro sulla Vangurad, comandata da Horatio Nelson..

A terra, quando si diffuse la notizia del proclama reale e della partenza imminente dei sovrani, fra le classi alte della popolazione napoletana, ma anche fra semplici legittimisti, si propagò il panico. Si temevano i tumulti della Rivoluzione francese e molti chiesero di salire sulle navi della squadra che stava per partire. Tuttavia furono pochi coloro a cui fu concesso di trovare posto oltre ai Borbone. Fra questi l’ambasciatore inglese William Hamilton, il segretario di stato napoletano John Acton, l’ambasciatore austriaco Franz von Esterhazy, la delegazione russa, l’ex ambasciatore napoletano a Londra Fabrizio Ruffo di Bagnara (1763–1832) e pochi altri. Arrivato il vento favorevole, la sera del 23 dicembre 1798, la squadra di 25 navi tra inglesi e napoletane con la corte salparono per la Sicilia. Fra coloro che riuscirono ad imbarcarsi c’era anche Emma Hamilton, moglie dell’ambasciatore inglese, confidente e sostenitrice delle idee conservatrici della Regina, nonché amante di Nelson..

Il governo degli Eletti

A Napoli, intanto, la precarietà del potere conferito a Francesco Pignatelli da Ferdinando IV, nonché la crisi sempre più grave dell’ordine pubblico, spinse un’antica istituzione amministrativa, che negli ultimi decenni aveva perso ogni valore, a imporsi e a prendere il potere. Si trattava degli Eletti dei Sedili di Napoli. Costoro si appellarono a un antico privilegio concesso da Federico II di Svevia, grazie al quale, in assenza del sovrano, il potere doveva passare ai Sedili. Pignatelli non era d’accordo, ma la situazione si presentava così complessa, che dovette accomodarsi a tollerare l’ingerenza. Tra i primi provvedimenti che furono decisi dagli Eletti ci fu la costituzione di una milizia cittadina formata dai Lazzari che ambivano a ottenere armi e fortezze per difendere la città. Pignatelli però temeva la sostanziale ingovernabilità della plebe e quindi rifiutò di assecondare l’iniziativa. Tuttavia, in un secondo momento, grazie all’intervento di Gaetano Spinelli, le iscrizioni alla milizia furono aperte e si riuscì a mobilitare in breve tempo uomini, ai quali Pignatelli non volle fornire che un migliaio di fucili. A causa della sfiducia nelle istituzioni i disordini nella plebe andavano però crescendo e la milizia cittadina risultò insufficiente a contenere la massa dei rivoltosi che ammontava ormai a diverse decine di migliaia di uomini. I Lazzari del popolo minacciavano quelli della milizia..

La presa del potere dei Lazzari

Seppure con qualche difficoltà i francesi intanto avanzavano nel Regno di Napoli. Isernia era stata espugnata, si stabilì una tregua di sessanta giorni in cambio di una somma di di ducati che la città di Napoli avrebbe dovuto pagare ai francesi. Il generale borbonico Mack evacuò Capua, ma fra diserzioni e altre cause perse circa dei soldati del suo Corpo. Anche a Napoli la situazione peggiorava perché i giacobini, non riuscendo a contenere la loro gioia per l’imminente vittoria francese, spinsero i Lazzari e ingrossare le loro fila, tanto più che la nuova situazione aveva determinato tra le classi povere una scarsità di viveri. A questo si aggiungeva che alcuni agitatori sparsero la voce che i francesi avevano chiesto una tassa sulla farina e pretendevano una quantità enorme di danaro. E che per procurarselo erano disposti a saccheggiare i tesori delle chiese e dei conventi..

La milizia cittadina riusciva, comunque, a mantenere una parvenza di autorità, ma all’alba del 15 gennaio 1799 i Lazzari assalirono i deboli presidi che controllavano i quattro castelli della città: Maschio Angioino, Castel Sant'Elmo, Castel dell'Ovo e Castello del Carmine. Passarono così nelle mani della popolazione, oltre alle quattro munite fortezze, una quantità enorme di armi e munizioni, compresi diversi cannoni. Contemporaneamente, circa galeotti, di qualsiasi genere, furono liberati dalle loro celle. L’euforia dei giacobini per l’arrivo dei francesi scomparve. I Lazzari, convinti che Ferdinando IV fosse stato tradito dagli stranieri e dai signori della borghesia, si impossessarono negli uffici della polizia delle liste dei giacobini e molte case furono saccheggiate..

Quando però i francesi seppero da un esponente del governo napoletano, Giuseppe Zurlo, che la cifra di di ducati non era nella disponibilità della città, ruppero la tregua e avanzarono verso Napoli. I Lazzari si diedero così i due capi che avrebbero condotto la battaglia difensiva che si annunciava. Si trattava del venditore di formaggi Michele Marino, detto Michele 'o Pazzo, e di Antonio (o Luigi) D’Avella (o Avella), venditore di olio, detto Pagliuchella (Pagliuzza, forse per le sue caratteristiche fisiche). Intanto si verificavano i casi più gravi di saccheggio fra i giacobini. Giuseppe Zurlo fu trascinato alla prigione del Carmine. Il 19 gennaio 1799 lo scienziato illuminista Ascanio Filomarino (1751–1799) e il fratello letterato e illuminista Clemente (1755-1799) furono arrestati e, mentre la loro casa veniva saccheggiata, fucilati..

La battaglia a Napoli Il piano francese e le forze in campo