LAbbazia di San Giovanni Battista in Valsenio è un edificio religioso di Casola Valsenio, in provincia di Ravenna e Diocesi di Imola. La chiesa rientra nella parrocchia di Borgo Rivola. Dopo l'abbazia di Monte Mauro, è la chiesa più antica della valle del SenioIl Nuovo Diario-Messaggero, 20 luglio 1991..

Storia Il territorio in cui si trova il monastero è di eccezionale interesse. Verso la fine del VI secolo e dal 727 al 750 la valle del Senio fu una linea fortificata. Il limes servì a difendere i territori bizantini (con la capitale esarcale, Ravenna) dall'area longobarda. Si può anzi presumere che l'intitolazione a Giovanni Battista riprendesse quella di una cappella votiva già eretta in onore del precursore, cui i longobardi furono, come è noto, molto devotiIl Nuovo Diario-Messaggero, 15 gennaio 2011..

Ecclesiasticamente l'abbazia dipendeva dall'antica pieve di Monte Mauro. I Benedettini provenivano presumibilmente dall'abbazia di San Matteo a Imola, alla quale il monastero fu sempre soggetto.

Nella conferma che papa Onorio II fece al vescovo di Imola Bennone attorno al 1126-30 è citata la Abbacia S. Iohannis a SinnoVedi Chartularium lmolense, vol.ll, Mensae Episcopalis. ed è forse il più antico documento che attesti l'esistenza del luogo di culto. I Benedettini, che avevano un'abbazia anche a Riolo (oggi non più esistente), bonificarono nei primi secoli dopo il Mille le terre della media e dell'alta valle del Senio. Come prevede la regola benedettina (Ora et labora) i monaci si diedero alla coltivazione dei terreni e si preoccuparono di tenere in perfetto ordine l'assetto del regime delle acque, delle terre e delle strade. Tutti i terreni dissodati divennero proprietà del monastero. Nel Basso Medioevo l'abbazia possedeva 45 poderi, che si estendevano dalla Vena del Gesso a Monte BattagliaLa Piê, luglio-agosto 1995..

Una vasta copia di documenti relativi alla compravendita di terreni nell'alta valle del Senio porta immancabilmente la clausola: «salvo i diritti dell'abbazia di Valsenio»; e ciò è significativo per arguire che nel corso dei secoli queste terre, in gran parte, appartennero all'abbazia che le cedeva poi in enfiteusi per i regolari 69 anni a varie famiglie del posto. L'importanza dell'abbazia in tutta l'alta valle del Senio fu grandissima. Al monastero si ricorreva per concludere paci fra fazioni e famiglie, dal monastero si ricevevano indubbiamente anche consigli di buona agricoltura e innovazioni tecniche. Vi era anche una farmacia o erboristeria. Al monastero, stante la distanza da Monte Mauro, si portavano i bambini da battezzare e si forniva loro un'istruzione elementareIl Nuovo Diario-Messaggero, 6 luglio 1991..

A partire dal XV secolo l'importanza del monastero decadde. Cessarono gli abati e subentrarono i priori con pochi monaci. Il complesso monastico venne concesso in giuspatronato alla famiglia senatoria bolognese dei Calderini. Il diritto di patronato rimase in vigore per quattro secoli, fino all'Unità d'Italia.

Descrizione

In stile protoromanico, in pietra arenaria con alcune linee ornamentali in cotto, la chiesa del X secolo si presentò fin dagli inizi a tre navate, con tre absidi ben definite, suddivise da una serie di otto arcate su pilastri quadrangolari. Le dimensioni della chiesa testimoniano dell'importanza raggiunta in breve tempo dalla comunità benedettina.

Il campanile a vela dispone, come da tradizione, di due campane artisticamente diseguali, entrambe del XV secolo.

La chiesa subì pesanti manomissioni durante i secoli. Poco dopo il 1850 il parroco dell'epoca volle far somigliare la sua chiesa a quella di Sant'Apollinare in Classe. Infatti fece demolire diversi archi, coprì le travature ed alzò il piano di calpestio dell'edificio di 1,4 metri, ricavando colonne in stile bizantino. Le navate laterali, caratterizzate da arcate piccole e basse, furono rialzate mentre la navata centrale fu abbassata. Realizzò una cupola al di sopra dell'altare con le figure dei quattro evangelisti e nel catino retrostante furono rappresentate dodici pecore (chiaro riferimento agli apostoli), la croce di Cristo e San Giovanni Battista con l'agnello in braccio, ad imitazione di Sant'Apollinare. La ricostruzione fu opera dell'AgrettiIl Diario, 8 giugno 1929..

Al principio del XX secolo tutta la chiesa era senza intonaco e non aveva che le tre navate nude divise da otto colonne per parte. La navata centrale terminava con l'abside, l'unico luogo affrescato. Le due navate laterali non avevano abside. L'altare era addossato alla parete di fondoLa Piê, luglio-agosto 1995..

Nel 1929 il priore don Francesco Bosi ripristinò la facciata e il chiostro alle forme medievali.

Danneggiata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, la chiesa fu ricostruita nel 1950-51. Il tetto fu riportato alla forma originaria: a capriate, com'era in antico. Invece il vecchio pavimento venne ricoperto da una distesa di mattonelle di graniglia, non rispettando la storia dell'edificio. Dopo qualche decina d'anni le travi del tetto, di un legno non adeguatamente stagionato, risultarono ammalorate. La Diocesi di Imola si rivolse alla Soprintendenza di Ravenna, ma non furono trovati i fondi. In assenza di un intervento della Soprintendenza, il 22 giugno 1991 il Comune dichiarò inagibile l'edificio.

Successivamente furono trovate le fonti di finanziamento e fu raggiunto un accordo con la Soprintendenza. Nel 1995, dopo quattro anni di lavori di ristrutturazione, l'abbazia venne riaperta ai fedeli e ai turisti.

Nei primi anni del XXI secolo l'abbazia cominciò a manifestare problemi di staticità. I lavori di ristrutturazione furono programmati per il 2009. Il primo intervento doveva consistere in particolare nel rifacimento del vecchio pavimento in piastrelle, al fine di poterne posizionare un altro ex novo. La prima grande sorpresa fu registrata proprio all'inizio dei lavori, quando apparvero ben cinque pavimentazioni sovrapposte, a diverse profondità e di diversa fattura. Venne scoperta anche una struttura semicircolare intersecata da un'altra struttura angolare emersa sotto l'abside e che si spingeva per oltre 4 metri sotto il livello di riferimento. Questa scoperta decisiva fece spostare indietro nel tempo la datazione dell'edificio religioso.Il Nuovo Diario-Messaggero, 10 giugno 2010

Gli archeologi non si fermarono qui. La verifica dell'esistenza – o meno – della cripta divenne il filo conduttore delle indagini svolte tra la seconda metà del 2010 e la prima parte del 2011. Sulla base di quanto rinvenuto esternamente si decise di procedere con uno scavo all'interno dell'area dell'abside. Questa risultò costipata da uno strato di circa 4 metri di macerie, al di sotto del quale era in effetti celata la cripta, di cui era ignota l'esistenza. Si trattò di una scoperta eccezionale, che fornì dati nuovi dell'edificio e consentì di progettarne una più completa valorizzazione. Gli scavi, inoltre, permisero di capire che l'altare maggiore, nella fase romanica della chiesa, era sopraelevato rispetto al piano di calpestioChiara Guarneri, L'Abbazia di Valsenio. Studio, conservazione e ristrutturazione di un importante monumento del territorio, in «Università Aperta-Terza Pagina, agosto-settembre 2012, nn. 8-9. La dott.ssa Guarnieri era all'epoca direttore della Soprintendenza ai beni archeologici dell'Emilia-Romagna..

Il 18 maggio 2014 la chiesa è stata riaperta al culto.

Il chiostro

Attiguo al fianco destro della chiesa è il chiostro, oggi riportato in parte alle linee originali. Al centro si ammira un pozzo ancora funzionante con vera del XVI secolo. Con la ristrutturazione è scomparsa la sala capitolare ed alcune celle dei monaci. Gli ambienti sono stati adattati a canonica e abitazione del parrocoÈ a disposizione del parroco di Borgo Rivola, poiché l'abbazia non dispone di un proprio parroco.. Mantiene le sue forme antiche l'ampia cucina con camino. Una comoda scala del XVII secolo mette in comunicazione la canonica con la vecchia sacrestia.

Il complesso monastico racchiude anche un cimitero. Dopo la Prima guerra mondiale fu inaugurato un monumento ai Caduti di fronte all'ingresso del cimitero.

L'ex foresteria

Vicino all'abbazia si dovette costruire anche una foresteria (hospitium) per ospitare i pellegrini, specie se donne che, per regola, non potevano pernottare nei conventi maschili.

Situata a poche centinaia di metri a valle dell'abbazia, sorge sul lato opposto della strada. È circondata da un ampio parco naturale. L'edificio, nella sua originaria struttura romanica, risale presumibilmente al XII secolo, cioè è di poco posteriore all'abbazia. È documentato che nel 1419 lhospitium venne concesso in affitto, con le terre adiacenti, per quindici anni. Numerosi contratti di enfiteusi e di vendita si susseguirono dal XV al XIX secolo finché il 26 settembre 1855, il faentino Luigi Oriani, padre di Alfredo, acquistò la tenuta e la villa, che divenne poi la dimora stabile dello scrittoreIl nuovo Diario-Messaggero, 11 luglio 1998.. Gli Oriani la battezzarono «Il Cardello». L'aspetto attuale dell'edificio risale al 1926 in seuito agli interventi di restauro su progetto dell'ingegner Casimiro Zorzi di BolognaA. Negri, Il «Cardello» di Alfredo Oriani com'è e come verrà restaurato, La Piê, F.lli Lega, Faenza, luglio 1923, pagg. 130-135.. Per secoli la foresteria fu legata da un contratto di enfiteusi all'abbazia, che comprendeva il pagamento di un quintale e passa di grano ogni anno«Il Cardello paga tuttora un'enfiteusi», La Piê, luglio 1923.. Solo nella seconda metà del XX secolo c'è stato l'affrancamento.

Alfredo Oriani vi morì nel 1909. Il sepolcro dello scrittore risale al 1923-24 e riflette lo stile e il gusto prevalenti negli anni del fascismo. Le spoglie di Oriani furono traslate nell'aprile 1924 dal cimitero comunale. Oggi «Il Cardello» è di proprietà della Fondazione Casa di Oriani.

Note

Bibliografia

Collegamenti esterni

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