Letnosimbolismo è una scuola di pensiero negli studi sul nazionalismo che sottolinea l'importanza di simboli, miti, valori e tradizioni nella formazione e nella persistenza dello Stato nazionale moderno..

Sviluppatosi come critica delle teorie moderniste del nazionalismo, l'etnosimbolismo pone l'accento sulle radici storiche delle nazioni, che attingerebbero a simboli, miti, valori e tradizioni etniche ereditati dalle epoche precedenti. Come i modernisti, e a differenza dei primordialisti, gli studiosi etnosimbolisti concordano nel considerare il nazionalismo un fenomeno tipicamente moderno.: «Since the late eighteenth century, nationalism has in many respects become the dominant political doctrine»..

L'espressione fu usata per la prima volta, nella forma «approccio etno-simbolista», in un articolo di Daniele Conversi, allievo di Smith alla London School of Economics. Conversi si mostrava tuttavia in parte critico: a suo giudizio, concentrandosi esclusivamente sul potere del passato e dei suoi simboli si perdono di vista due altri tratti essenziali del nazionalismo, cioè il suo rapporto con il potere politico, e in particolare con lo Stato, e la sua funzione cruciale di generatore di confini.

John A. Armstrong, Anthony D. Smith e John Hutchinson sono comunemente considerati i principali teorici dell'etnosimbolismo.

Principali teorici John A. Armstrong Il contributo di Armstrong all'etnosimbolismo consiste nei «complessi di miti e simboli» (myth-symbol complexes) elaborati in Nations before Nationalism (1982), opera che per prima, secondo Anthony D. Smith, mise in luce l'importanza della longue durée. Armstrong ritiene che la coscienza etnica risalga fino alle civiltà antiche, come quella egizia, e che il nazionalismo sia soltanto «la fase finale di un ciclo più ampio di coscienza etnica che risale alle prime forme di organizzazione collettiva». Analogamente alla longue durée della scuola delle Annales, la formazione dell'identità etnica andrebbe quindi esaminata su un arco temporale di molti secoli..

Rifacendosi ai lavori di Fredrik Barth, Armstrong sostiene che i gruppi tendono a definirsi non in riferimento alle proprie caratteristiche, ma per esclusione, cioè per contrasto con gli «estranei». In altre parole, il carattere di un gruppo non è mai fisso e i confini delle identità variano secondo le percezioni individuali dei membri.. Armstrong contrappone questa visione al pensiero nazionalista moderno, che ha cercato «essenze» permanenti del carattere nazionale invece di riconoscere l'importanza fondamentale, ma mutevole, dei confini per l'identità umana. Ciò nonostante, osserva che storicamente «un'identità di gruppo persistente non ha costituito di norma la legittimazione prevalente della formazione delle entità politiche»..

Per Armstrong, tuttavia, «il mito, il simbolo, la comunicazione e un insieme di fattori attitudinali associati sono di solito più persistenti dei fattori puramente materiali», a conferma della sua enfasi sulla persistenza dei meccanismi simbolici di confine. Egli individuò e analizzò diversi fattori che assicurano tale persistenza. Il primo, e più generale, è costituito dai modi di vita e dalle esperienze a essi associate, distinguendo due modi di vita fondamentalmente diversi: quello nomade e quello sedentario. Il secondo fattore è la religione, esemplificata dal cristianesimo e dall'islam, che hanno dato origine a civiltà e a complessi di miti e simboli differenti. Il terzo è la formazione delle città, il cui effetto sull'identificazione etnica richiede l'esame di numerosi elementi, dall'impatto della pianificazione urbana agli effetti unificanti o centrifughi dei diversi codici giuridici, in particolare il diritto di Lubecca e il diritto di Magdeburgo. Il quarto fattore è il ruolo delle entità politiche imperiali nel mantenere i complessi di miti e simboli attraverso spazi geografici dispersi. L'ultimo fattore è la lingua: qui Armstrong giunge alla conclusione, singolare, che «l'importanza della lingua per l'identità etnica è altamente contingente» in epoca premoderna, essendo dipesa per secoli dalla forza e dalle appartenenze politiche e religiose..

Nei lavori successivi Armstrong concordò più esplicitamente con modernisti come Benedict Anderson ed Eric Hobsbawm sul carattere di invenzione dell'identità nazionale, pur continuando a sottolineare «l'antichità di alcune invenzioni e il repertorio di caratteristiche di gruppo preesistenti a cui gli inventori poterono attingere».

Anthony D. Smith Già allievo dell'eminente modernista Ernest Gellner, Anthony D. Smith sviluppò una prospettiva distinta da quella del maestro, esemplificata al meglio nel cosiddetto «dibattito della LSE» sul nazionalismo (così battezzato da Gellner). Secondo Smith lo Stato moderno non può essere compreso senza tenere conto delle componenti etniche preesistenti, la cui assenza rischia di costituire un serio ostacolo alla costruzione nazionale.. Per Smith le definizioni di «nazione» e «nazionalismo» offerte tanto dal modernismo quanto dal primordialismo erano limitate: il problema del modernismo consiste soprattutto nel definire la nazione come «nazione moderna», con i caratteri delle nazioni europee del XVIII e XIX secolo, il che rende la definizione eurocentrica e parziale. Smith propone invece una definizione «idealtipica» della nazione: «una popolazione umana dotata di nome, che condivide un territorio storico, miti comuni e memorie storiche, una cultura pubblica di massa, un'economia comune e diritti e doveri giuridici comuni a tutti i membri». Introduce inoltre l'importante termine ethnie, cioè «gruppo etnico», per designare le comunità etniche premoderne. Le ethnies presentano sei attributi principali:.

un nome proprio collettivo; un mito di discendenza comune; memorie storiche condivise; uno o più elementi differenzianti di cultura comune; l'associazione a una specifica «madrepatria»; un senso di solidarietà diffuso in settori significativi della popolazione.

Secondo Smith esistono quattro meccanismi principali di autorinnovamento etnico:.

la riforma religiosa, come esemplificato dalla storia degli ebrei; il prestito culturale, esemplificato dall'incontro tra la cultura ebraica e quella greca; la partecipazione popolare, esemplificata dal movimento popolare socio-religioso dei mazdakiti nella Persia sasanide del V secolo, che minò le fondamenta dello Stato sasanide; i miti di elezione etnica, la cui assenza potrebbe essere collegata alla scomparsa etnica di Assiria, Fenicia e Filistei.

Per comprendere perché e come emerga una nazione, Smith distingue due tipi di comunità etnica: quella laterale (aristocratica) e quella verticale (demotica).. Le comunità laterali sono composte in genere da aristocratici ed élite: i Normanni, ad esempio, erano uniti da miti di discendenza condivisi e dalle imprese dei loro duchi, ma questa identità era limitata alle classi superiori. Le comunità verticali sono invece più inclusive e collegano classi sociali diverse attraverso una cultura e una storia condivise: la comunità degli antichi Israeliti, ad esempio, univa gruppi sociali differenti tramite tradizioni religiose e storiche comuni.. Nei lavori successivi Smith aggiunse un terzo tipo: le nazioni di immigrati, formate da frammenti di altre ethnies, come gli Stati Uniti e l'Australia..

Secondo Smith il passato può influenzare il presente nazionale in tre modi:.

attraverso la ricorrenza della forma-nazione: il concetto di nazione designa un tipo di risorsa culturale e di associazione umana potenzialmente disponibile in ogni periodo della storia; attraverso continuità consolidate, rintracciabili in «nomi propri collettivi, codici linguistici e paesaggi etnici, che possono sopravvivere anche dopo la quasi totale scomparsa della comunità a cui erano legati» e che possono fornire il quadro per la rinascita della comunità in forma nuova; Smith cita i Greci come esempio di rinascita fondata sulla continuità di nomi, lingua e paesaggi; attraverso l'appropriazione e la reinterpretazione, esemplificate dalla tendenza delle generazioni successive a riscoprire, autenticare e appropriarsi di aspetti di quello che considerano il «proprio» passato etnico.

John Hutchinson John Hutchinson fu allievo di dottorato di Smith alla London School of Economics. Il suo principale contributo all'etnosimbolismo è la teoria del nazionalismo culturale, sviluppata in The Dynamics of Cultural Nationalism (1987).

Hutchinson distingue tra «nazionalismo politico» e «nazionalismo culturale», concezioni della nazione diverse, persino concorrenti, che «presentano strategie politiche nettamente divergenti». I nazionalisti politici sono in sostanza razionalisti cosmopoliti, la cui concezione della nazione «guarda in ultima istanza a un'umanità comune che trascende le differenze culturali»; benché la divisione del mondo in una pluralità di comunità politiche li abbia costretti a operare entro i confini esistenti, il loro obiettivo è assicurare alla propria comunità uno Stato rappresentativo, che possa partecipare da pari alla civiltà razionalista cosmopolita in via di sviluppo. I nazionalisti culturali ritengono al contrario che l'umanità sia «permeata da una forza creativa che conferisce a ogni cosa un'individualità», in modo analogo alla natura. Considerano lo Stato un elemento accidentale, poiché per loro la nazione è essenzialmente una civiltà distinta, «il prodotto della sua storia, della sua cultura e del suo profilo geografico unici»: le nazioni sono entità organiche e personalità viventi. Hutchinson lamenta che il nazionalismo culturale abbia ricevuto scarsa attenzione da parte delle teorie moderniste.

Oltre ad aver messo in discussione il modernismo nei primi lavori, nelle opere più recenti Hutchinson si è confrontato anche con il postmodernismo, in particolare in Nations as Zones of Conflict (2005).

Critiche Thomas Hylland Eriksen giudica fuorviante la tesi di una continuità ininterrotta tra le culture premoderne e quelle nazionali.

Analogamente, Walker Connor e John Breuilly rimproverano agli etnosimbolisti di confondere gruppi etnici e nazioni. Breuilly sostiene che dalle testimonianze disponibili è impossibile sapere quale significato avessero i sentimenti etnici per la maggioranza delle persone in epoca premoderna, e osserva che, a differenza delle nazioni moderne, molte identità premoderne mancano di una base istituzionale attraverso cui l'identità nazionale prenda forma.. Breuilly è inoltre scettico verso le letture anacronistiche dei materiali culturali del passato: intellettuali e politici nazionalisti si impadroniscono di miti e simboli per promuovere una particolare identità nazionale e in molti casi, sostiene, i nazionalisti inventano semplicemente i miti o ignorano le prove contrarie. In contrasto con l'enfasi etnosimbolista su simboli, miti, valori e tradizioni antiche, Breuilly rileva infine che molti movimenti nazionalisti hanno avuto successo pur senza disporre di una ricca etnostoria a cui attingere..

Umut Özkirimli e Spyros Sofos criticano il rapporto non problematizzato tra nazioni ed ethnies postulato da Smith e parlano, a proposito del pensiero etnosimbolista, di «etnicizzazione retrospettiva»: gli studiosi «etnicizzerebbero» un passato complesso, contraddittorio e ambiguo, impacchettando insieme, tramite la nozione di ethnie, tradizioni culturali e sociali disparate e spesso prive di rapporti reciproci. A loro giudizio le nazioni sono definite dai nazionalisti, i quali costruiscono retrospettivamente anche queste ethnies, intese come raccolte di pratiche culturali consolidate nel tempo o inventate, assemblate spesso arbitrariamente secondo il giudizio o le esigenze dei costruttori della nazione (politici, folkloristi romantici, musicologi, pedagogisti e così via), il più delle volte come prodotto della legittimazione retrospettiva degli stessi processi che hanno sorretto i progetti nazionalisti.