Chiusi (in etrusco Clevsin,La forma non è attestata come nome di città in modo diretto: è ricavata dall'aggettivo cleusinś ("chiusino"), noto da un frammento vascolare chiusino del III-II secolo a.C. e, al genitivo clevsinsl, dal titolo zilaθ mechl rasneas clevsinsl della tomba Golini I di Orvieto. Camporeale la registra come nome della città attestato in un'iscrizione del IV secolo a.C. da Volsinii, mentre Turchetti vi riconosce un aggettivo e ricostruisce il poleonimo come *Cleusi/*Clevsi per l'età ellenistica e *Cleusie/*Clevsie per quella di Porsenna. in latino Clusium, in greco ) fu una delle maggiori città dell'Etruria settentrionale, situata nella parte interna della regione, sul colle occupato dalla moderna Chiusi, in provincia di Siena.

Ricordata dalle fonti antiche anche con il nome più antico di Camars, deve gran parte della sua notorietà alla tradizione che la vuole patria del re Porsenna, protagonista degli scontri con la Roma delle origini. La sua cultura si distingue per una spiccata continuità insediativa, protrattasi senza cesure fino all'età romana e oltre, e per un'economia imperniata sull'agricoltura del fertile fondovalle della Val di Chiana. Entrata stabilmente nell'orbita di Roma dopo gli scontri di fine IV e inizio III secolo a.C., divenne municipio e accolse in età sillana una colonia militare: a quest'ultima è stata ricondotta la distinzione, che Plinio il Vecchio registra ancora nel I secolo d.C., fra Clusini Veteres e Clusini Novi..Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 52.

Toponimo Il nome della città in etrusco non è attestato in modo diretto: se ne conosce soltanto la forma aggettivale cleusinś ("chiusino"), documentata in un frammento di piede di vaso a vernice nera del III-II secolo a.C. rinvenuto a Chiusi e, al genitivo, nella tomba Golini I di Orvieto, dove un membro della gens Leinie è ricordato come zilaθ mechl rasneas clevsinsl, titolo che corrisponde al latino praetor rei publicae clusinae, cioè capo dello stato chiusino.. Dall'aggettivo, e dai gentilizi che ne derivano, si ricostruisce per l'età ellenistica un *Cleusi o *Clevsi, mentre all'epoca di Porsenna il nome poteva suonare *Cleusie o *Clevsie. Presso gli autori antichi la città compare nelle forme Clusium, latina, e , greca..

Un secondo nome, Camars, è ricordato da Livio, forse per un fraintendimento di un passo di Polibio. Un toponimo etrusco corrispondente è effettivamente documentato, ma altrove: il locativo kamarteθi compare in un'iscrizione arcaica del 525-500 a.C. proveniente da Saturnia, mentre a Chiusi e nel suo territorio non se ne conoscono attestazioni epigrafiche. Una tradizione riferita da Servio attribuisce la fondazione della città a Cluso, figlio di Tirreno, oppure a Telemaco, figlio di Ulisse: si tratta di uno dei racconti di origine "post-troiana", ricorrenti nella tradizione sulle città e i popoli dell'Italia antica.. Il ruolo di ktístes assegnato a Telemaco sembra però avere avuto un radicamento locale, se si considera che a Chiusi fu rinvenuto nel 1871 lo skyphos attico che ha dato il nome al Pittore di Penelope, con il giovane raffigurato accanto alla madre, e che ancora agli inizi del II secolo a.C. un'urna cineraria chiusina lo colloca in primo piano nella strage dei pretendenti, in posizione di rilievo rispetto allo stesso Ulisse: l'arrivo del vaso in città è stato perciò ricondotto a una scelta deliberata più che al caso.. La coincidenza cronologica tra questo tipo di leggenda e le più antiche tracce di frequentazione del colle, riferibili all'età del bronzo finale, è stata talora richiamata dalla critica, che vi ha però riconosciuto un topos culturale più che un ricordo storico.

Storia delle ricerche

Le più antiche notizie di rinvenimenti a Chiusi si trovano in opere e documenti dei secoli XV e XVI, e riguardano soprattutto urnette, iscrizioni, bronzetti e monete. Sin dal Rinascimento eruditi e artisti si dedicarono in particolare alla ricerca del leggendario sepolcro di Porsenna, descritto da Varrone e riferito da Plinio il Vecchio, producendo identificazioni e ricostruzioni prive di fondamento.. Nel corso del XVIII secolo i viaggi di antiquari come Anton Francesco Gori e Scipione Maffei documentano le prime raccolte, formatesi presso le famiglie proprietarie dei terreni un tempo occupati dalle necropoli.

L'attività di scavo raggiunse la massima intensità nella prima metà del XIX secolo, con la scoperta delle tombe dipinte e la costituzione di importanti collezioni: fra queste quella di Pietro Bonci Casuccini, confluita negli anni Sessanta dell'Ottocento nel museo di Palermo..Il passaggio della raccolta a Palermo è datato al 1863 da Camporeale e al 1866 da Graditi. Dal 1840 lavorò a Chiusi Alessandro François, cui si devono il ritrovamento del cratere omonimo, recuperato nel 1844-45 in località Fonte Rotella presso la fattoria di Dolciano, a poca distanza da Poggio Gaiella,. e della tomba dipinta della Scimmia (1846), oltre alla novità metodologica di mantenere separati i corredi delle singole sepolture. In quegli stessi anni la città divenne un attivo mercato antiquario, frequentato dagli agenti dei musei europei; una conseguenza negativa fu la diffusione di restauri che, nelle sculture e nei rilievi, occultavano le lacune con integrazioni arbitrarie, mentre molti reperti presero la via di collezioni straniere. Tra il 1858 e il 1860 lo stesso François condusse per conto della Società Colombaria una campagna di scavi promossa, nel clima patriottico dell'epoca, per sottrarre agli stranieri l'acquisizione dei monumenti; parte dei materiali recuperati negli anni successivi costituì il primo nucleo del museo civico, istituito nel 1871..

Nel XX secolo i rinvenimenti si diradarono, verosimilmente per il progressivo esaurimento delle tombe a lungo saccheggiate; scavi condotti nell'abitato (La Rocca, I Forti) e in località vicine hanno però restituito strutture dell'età del bronzo finale e villanoviane.. Fra le indagini più recenti si segnala quella condotta nel 2020 presso l'Arcisa, ai margini del centro storico, che ha portato in luce tracce di frequentazione ininterrotta dalla prima età del ferro all'età moderna, tra cui una grande cisterna del IX secolo a.C. e due capanne di età orientalizzante in un settore in precedenza ritenuto esterno al perimetro dell'insediamento protourbano..

Geografia

Il centro etrusco occupava la sommità di un colle a 398 m s.l.m., affacciato sulla valle del Chiana, percorsa nell'antichità da un fiume navigabile collegato al bacino del Tevere.. Il territorio è chiuso a nord dalla zona dei laghi e ai lati dai corsi del torrente Chiani e del suo affluente Astrone.. Poiché l'insediamento sul colle non ha conosciuto interruzioni fino all'età moderna, le testimonianze etrusche in situ sono scarsissime, obliterate dalle costruzioni successive; assai più numerose sono invece le aree funerarie disposte attorno alla città, soprattutto sul versante occidentale.. Sotto l'abitato moderno è stato riconosciuto un sistema di pozzi e cunicoli di età incerta, riutilizzato in epoca romana e medievale, mentre i complessi monumentali individuati nel sottosuolo, come il preteso foro e alcune cisterne, appartengono tutti all'età imperiale.

L'estensione contenuta del nucleo urbano, se confrontata con le città della costa, ha portato a ritenere che in età preromana la popolazione fosse distribuita in maniera diffusa nel territorio anziché concentrata sul colle. Chiusi rappresenta così un caso caratteristico dell'Etruria settentrionale, dove il potere non si irradiava da un unico centro dominante ma si accompagnava a un popolamento sparso, con le famiglie aristocratiche insediate fuori città a controllare ampie porzioni di terra: una configurazione favorita dalla base agricola dell'economia locale.. Nel quadro delle stime demografiche elaborate da Stephan Steingräber per il processo di urbanizzazione dell'Etruria fino all'età tardo-arcaica, a Chiusi sono attribuiti circa 5.000 abitanti, meno della metà di quelli ipotizzati per Roselle e assai meno dei 25.000 stimati per Populonia..La cifra è riferita da Nielsen e Warden come termine di paragone con Roselle e risale a Steingräber 2001, studio dedicato all'urbanizzazione etrusca dal tardo villanoviano al tardo arcaismo: gli autori non ne esplicitano la cronologia puntuale. Questa dispersione dell'abitato ha reso difficile ricostruire l'aspetto e l'evoluzione del centro urbano, del quale rimane assai poco rispetto alla ricchezza delle necropoli circostanti.

Storia Prima età del ferro e periodo orientalizzante

Le testimonianze più antiche della frequentazione del colle e del suo circondario risalgono all'età del bronzo finale, riconosciuta nelle aree della Rocca e dei Forti attraverso resti di capanne, focolari e ceramica. Strutture abitative di età villanoviana sono state individuate a Montevenere e in altri siti, ampliando un quadro che in precedenza si fondava quasi soltanto sulle necropoli. In questa fase la popolazione risulta articolata in più nuclei separati, secondo il modello insediativo caratteristico dell'età del ferro; lo scavo dell'abitato di Montevenere ha inoltre restituito una notevole quantità di resti faunistici, indizio di un allevamento orientato alla produzione di carne.. Il rito funebre praticato è l'incinerazione, con tomba a pozzetto e cinerario di impasto a profilo biconico o globulare.

Nella fase avanzata del villanoviano e per l'intero orientalizzante l'uso funerario prosegue nelle medesime aree, con il pozzetto che si allarga per accogliere, entro un grande orcio di terracotta detto localmente ziro, il cinerario e parte del corredo.. Tratto distintivo della produzione locale è il cinerario antropomorfizzato, o canopo, così chiamato per la somiglianza con gli omonimi contenitori egizi: reca un coperchio a testa umana, talvolta manici configurati come braccia, e può essere collocato su un trono; alcuni esemplari femminili presentano orecchini, altri maschili la barba o l'accenno di uno scudo. La sua fabbricazione si protrae per oltre un secolo, dal secondo quarto del VII secolo a.C. alla seconda metà del VI secolo a.C., e ne è documentabile l'evoluzione, dai coperchi a semplice palla con lineamenti appena accennati fino a vere teste umane.Gli estremi cronologici della classe sono fissati in modo lievemente diverso dagli studiosi: Camporeale li colloca fra il secondo quarto del VII e la seconda metà del VI secolo a.C., Bischeri fra il primo quarto del VII e il primo quarto del VI. I tratti restano generici, tali da distinguere il sesso e l'età del defunto ma non da configurare un ritratto vero e proprio; la tendenza a individualizzare il vaso è stata comunque letta come indizio delle differenziazioni sociali affiorate nell'Etruria del VII secolo.

Il contesto oggi meglio documentato per questa classe è la necropoli di Tolle, presso Chianciano, indagata in modo estensivo fra il 1996 e il 2011: vi sono state riconosciute oltre mille sepolture distribuite fra l'VIII e il II secolo a.C., con ricorso frequente al cinerario antropomorfo nel VII e nel VI.. L'esame dei resti ossei ha permesso di stabilire sesso ed età alla morte dei defunti, mettendo in evidenza una presenza cospicua di individui in età infantile, e ha riaperto la discussione sul valore ideologico del canopo, interpretato come mezzo con cui le aristocrazie orientalizzanti fissavano l'immagine del singolo oltre la morte.