La Masseria Casacelle è un'antica Masseria di Giugliano in Campania, nella città metropolitana di Napoli, costituita da diversi corpi di fabbrica e avente le caratteristiche di borgo. È un complesso, situato all'inizio di "via Casacelle", nel quartiere omonimo che aveva la funzione di fattoria, definibile anche come grangia.
L'antico borgo di Casacelle, anche detto Casacella, è considerato una delle poche testimonianze sopravvissute dei numerosi villaggi che fino alla fine del XIX secolo popolavano l'agro giuglianese.
Etimologia Il toponimo della masseria risulta di origine molto antica, con possibile collegamento a un insediamento longobardo altomedievale, come attestato da un diploma dell’imperatore Ludovico il Pio risalente all'819 d.C. Il nome compare anche nel "Codice di San Biagio" in un atto di donazione del 1144, dove si fa riferimento a «una petiam terre in territorio Casachellari».
Nel 1857, lo studioso Gaetano Parente, nel primo volume della sua opera "Origini e vicende ecclesiastiche della Città di Aversa", riprendendo una teoria dello storico Theodor Mommsen, sostenne che il termine "Casacella" potesse derivare dal latino Casa Cereri, ossia Casa di Cerere, ipotizzando quindi la presenza in epoca romana di un edificio sacro, forse un tempio o un altare, dedicato alla dea Cerere.
Un documento datato 25 novembre 967 fa menzione del toponimo Casacellere in relazione alla donazione di un fondo agricolo al Monastero dei Santi Severino e Sossio. Il testo, conservato in pergamena presso l'archivio della chiesa di San Gregorio Armeno a Napoli, rappresenta una preziosa testimonianza dell'estensione territoriale e della vocazione agricola del luogo. Un'ulteriore donazione relativa a Casacella, datata 1120, è riportata nei documenti del Regio Archivio Napoletano. In questo periodo, il termine Casacella non indica più soltanto una generica area storica, ma viene chiaramente riferito a un agglomerato rurale, seppur di dimensioni non precisamente note. Infine, un documento del Codice di San Biagio del 1144 menziona il toponimo Casachellari.
Storia Epoca romana Il toponimo di Casacelle menzionato sin dal XVII secolo, sarebbe risalente all'epoca romana, e facente parte del territorio fertile dell'antica città di Liternum, l'antichità romana del borgo è stata anche confermata nel 1986 dal ritrovamento in loco di lapidi funerarie delle famiglie patrizie dei Plinia e dei Verria. L'epigrafe, misteriosamente trafugata, un tempo visibile in un muro del cortile della masseria, ricorderebbe una sepoltura familiare fatta erigere da Marco Verrio e dal liberto Abascanto per i membri della gens Falerina, inclusi figli, mogli e liberti. Von Duhn ne trascrisse il contenuto e ne ricostruì la parte superiore mancante, danneggiata da una frattura. La lapide era già stata menzionata in precedenza da Vignoli, quindi catalogata da studiosi come Muratori e Basile, e citata in pubblicazioni dell'epoca, tra cui il Giornale Enciclopedico Napoletano del 1808 e una relazione tecnica curata da Giacomo Savarese, presidente della commissione amministrativa per la bonifica dei Regi Lagni. La lapide misurava 120x95 cm e riportava la seguente iscrizione:
Ulteriore prova certa della presenza di un antico insediamento romano nell'area è fornita dalla costante presenza di materia edilizio romano utilizzato. In uno degli edifici ancora esistenti, soprattutto nel vano scala e nel portale d'ingresso, sono stati riportati alla luce elementi in laterizio cotto, tipici della produzione romana da fornace.
L'antico insediamento romano si trovava in una posizione altamente strategica, a poche centinaia di metri dalla storica Via Consolare Campana. Questa importante arteria stradale, che si distaccava dalla Via Appia nei pressi dell’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere, attraversava l'intero territorio della Liburia fino a raggiungere Pozzuoli. Proprio nelle campagne dell’attuale territorio giuglianese, essa si intersecava con un'altra rilevante via dell'epoca, la Via Antiqua di origine osca, che metteva in comunicazione Atella con la colonia romana di Liternum, sita sempre nell'odierno comune di Giugliano.
Dopo un periodo di notevole prosperità, il borgo romano (la cui struttura originaria differiva in parte da quella odierna) conobbe un graduale declino, culminato infine nell'abbandono completo. Questo processo fu accelerato dai continui saccheggi perpetrati da bande vandaliche che, in quel periodo, infestavano le campagne giuglianesi. Un evento cruciale fu la distruzione della città di Liternum, avvenuta nel 455 d.C. per mano del re vandalo Genserico. Tale devastazione determinò l'arretramento delle popolazioni residenti nell’area di Lago Patria e nei territori limitrofi, costrette a rifugiarsi in avamposti più sicuri dell'entroterra.
Epoca medievale Alto medioevo Tra la fine del VI e l'inizio del VII secolo, e con maggiore probabilità dopo il 577 d.C., nei pressi del borgo romano, ormai abbandonato, fu edificata una piccola chiesa dedicata a San Tammaro, verosimilmente a opera di un abate dell'abbazia di Montecassino, in fuga in seguito alle incursioni longobarde.
Durante il periodo del ducato beneventano sotto Gisulfo II di Benevento, il vecchio insediamento romano fu definitivamente smantellato e ricostruito verosimilmente nel 749 e concesso negli stessi anni all'Abbazia di San Vincenzo al Volturno, posta nel territorio dei comuni di Castel San Vincenzo e di Rocchetta a Volturno in provincia di Isernia. Era una sorta di fattoria definibile anche come grangia. Aveva una dotazione di 300 moggi di terreno.
Con i materiali di spoglio si procedette alla costruzione di un nuovo borgo, che costituisce l’impianto originario di quello tutt'oggi esistente, ad eccezione della sua porzione meridionale, verosimilmente aggiunta nel XII secolo. Il nuovo nucleo abitativo venne affidato ai monaci benedettini di Montecassino e prese il nome di Casacellere. Questa denominazione è confermata da numerose donazioni, documentate nei testi coevi, effettuate in favore dell’abbazia cassinese nel territorio circostante.
Il primo riferimento storico certo al territorio di Casacella compare in un documento dell'819 d.C conservato nei Cartari del Monastero di San Biagio di Aversa: si tratta di una donazione dell’imperatore franco Ludovico il Pio relativa al gualdo, ovvero un terreno boschivo. Ulteriori attestazioni si trovano nel Chronicon Vulturnense, secondo il quale, a partire dall’anno 833, il territorio noto come Vualdo liburiano passò sotto l’autorità del principe beneventano Sicardo. Quest'ultimo lo dichiarò parte del ducato beneventano e concesse chiese e beni al nascente monastero di San Vincenzo al Volturno. Non si può escludere, dunque, che già in quell'epoca il borgo fosse passato dalla giurisdizione dei benedettini di Montecassino a quella dei monaci volturnensi.
Agli inizi dell'anno 1000, tutta l'area della Liburia, comprendente territori tra Giugliano, Lago Patria, Cuma, Polvica, Ducenta e località adiacenti, risulta assoggettata al Principato longobardo di Capua. Una pergamena datata 20 settembre 1033, conferma la giurisdizione capuana sul territorio giuglianese. Il documento, sottoscritto dalla principessa Aloara, vedova di Pandolfo IV, riguarda la donazione al Monastero dei Santi Severino e Sossio di Napoli di un appezzamento di circa 100 moggi, situato nella contrada Le Canne, a poca distanza (circa 400 metri) dal borgo di Casacelle.
Ulteriori prove dell'esistenza e dell'attività del borgo durante l'Alto Medioevo sono fornite da due documenti: una donazione di un terreno adiacente alle mura effettuata dall'imperatore Ludovico il Pio e un'offerta votiva alla chiesa locale, dedicata a San Tommaso, da parte di un milite proveniente da Aversa nel 1144.
Epoca angioina e aragonese
Nel corso del XIII secolo, sotto il regno di Carlo I d'Angiò, il feudo di Casacelle risulta appartenere alla nobile famiglia aversana dei Rebursa. Secondo fonti dell'epoca, Casacelle era una terra ora estinta compresa nell'agro aversano, assegnata alla casata come ricompensa per la fedeltà dimostrata alla dinastia sveva, in particolare a Corradino di Svevia e a re Manfredi.
In riconoscimento del successo militare, Carlo I d'Angiò concesse al maresciallo Guglielmo Stendardo i beni confiscati a Riccardo Rebursa, leale di Corradino (sconfitto dalle truppe angioine), inclusi i possedimenti di Casacelle. Alla morte di Guglielmo nel 1271, il feudo fu trasmesso al figlio primogenito, Guglielmo iuniore, e successivamente nel 1308 al secondogenito Giannotto Stendardo, secondo quanto documentato in un manoscritto conservato presso l'Archivio di Stato di Napoli. I beni passarono al fratello Galasso. Dopo la sua morte di Galasso, sua moglie Filippa Galarda si unì in seconde nozze al barone Paolo Conti, vicario regio e capitano generale della Terra di Lavoro, che assunse così il dominio su Casacella. Nel 1329 Angiolella Stendardo sposò Giovanni Cantelmo. Da questo matrimonio nacque Sancia. I beni passarono quindi alla famiglia Cantelmo, come attestano i registri angioini ricostruiti dallo storico Riccardo Filangieri. In questi, il toponimo Casacellere compare tra le pertinenze ereditate da Angiolella Stendardo. Tuttavia, nel 1351, il feudo tornò agli Stendardo in seguito al matrimonio tra Giannotto Stendardo, zio di Sancia, e la stessa Sancia Cantelmo. Morì nel 1381, lasciando il feudo al figlio Jacopo, maresciallo del Regno. Jacopo ebbe come figlio Giannotto II. Dopo la morte di Giannotto II, il borgo di Casacelle fu venduto il 16 marzo 1403 a Guerrello Origlia, vicecamerario del Regno per 1300 once d'oro. Origlia trasformò Casacelle in una residenza di caccia, il che fa supporre l'esistenza nel borgo di una struttura signorile, le cui tracce potrebbero coincidere con l'attuale impianto colonico.
L'epoca certosina: la grangia di Casacelle
Sotto la regina Giovanna II, il feudatario di Casacella era il magnate napoletano Antonio Carafa della Stadera che acquistò il feudo nel 1410 da Guerrello Origlia.
Nel 1533 lo storico borgo di Casacelle perse la propria autonomia amministrativa e fu trasformata in una grancia del monastero di San Martino del Vomero (zona collinare di Napoli).
Già a partire dal 1334 (o 1337Inventario di tutte le Scritture Sistenti Nell’archivio della Real Certosa di S. Martino appartenenti alle Grancie di Aversa e Casacelle compilato da Don Vincenzo Pirozzi Priore della Real Certosa, 1766), infatti, i monaci della Certosa incominciarono ad acquistare appezzamenti di terra ed edifici. Essi cominciarono a soggiornare stabilmente nella masseria, dunque nel borgo (senza il pagamento della gabella) dal 23 febbraio 1373Instrumento de donazione, su dotazione fatta per la Senerissima Regina Gioanna all'eccellentissima dell’Incoronata delle robbe, et beni feudali, et burgensatici, tanto dentro questa città de Napoli nella strada dell'Incoronata, quanto dentro la città d'Aversa, e sue pertinentie, fatto per mano de notaro Saverio de Martis de Napoli, à 23 de febraro 1373. per effetto della donazione voluta dalla regina Giovanna I.
La Grancia di Casacella rimase in possesso della famiglia Carrafa, prima con Francesco, figlio di Antonio, e poi con il nipote Vincenzo. Quest'ultimo, conte di Airola e Cervinara, il 18 maggio 1521 cedette la proprietà per 9.000 ducati al marchese di origine spagnola Manfredino De Bucchis (o Bucca), signore di Torre Annunziata.
Nel XV secolo, la regina Giovanna II d'Angiò concesse ai certosini la trasformazione del feudo di Casacelle in burgensatico, ovvero in piena proprietà. Questo privilegio fu in seguito confermato anche da Alfonso d'Aragona e Ferdinando I di Napoli.