Carta di Gubbio è una dichiarazione di principi sulla salvaguardia e il risanamento dei centri storici approvata all'unanimità il 19 settembre 1960, al termine del Convegno nazionale per la salvaguardia e il risanamento dei centri storici svoltosi a Gubbio dal 17 al 19 settembre. Il documento contribuì in modo rilevante alla cultura urbanistica e, più in generale, al dibattito italiano sulla tutela, sul restauro, sulla conservazione e sul recupero del patrimonio urbano storico, favorendo il passaggio dalla protezione dei singoli monumenti alla considerazione integrata dell'intero tessuto urbano, delle sue funzioni e della sua struttura sociale attraverso gli strumenti della pianificazione.
Nelle elaborazioni sviluppate nei decenni successivi dall'Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici (ANCSA), costituita a Gubbio nel giugno 1961 come sviluppo istituzionale dell'esperienza del convegno, i temi originari furono progressivamente estesi al riuso del patrimonio costruito, alla città esistente, al territorio storico, al paesaggio e alla rigenerazione. Nel 1990 l'associazione predispose una nuova formulazione dei propri indirizzi, successivamente indicata come Seconda Carta di Gubbio; nel 2017 formulò inoltre i Dieci punti sulla valorizzazione dei centri storici, che proseguirono tale evoluzione affrontando fra l'altro rigenerazione, paesaggio storico urbano e trasformazioni sociali ed economiche della città contemporanea.
Contesto e genesi
La Carta del 1960 maturò nel quadro delle profonde trasformazioni urbane che accompagnarono la ricostruzione postbellica e il successivo sviluppo economico italiano. Industrializzazione, crescita edilizia, migrazioni interne ed espansione delle città rendevano sempre più evidente l'insufficienza di strumenti di tutela concepiti principalmente per singoli edifici monumentali o per beni paesaggistici. Le leggi di tutela del 1939 consentivano infatti di proteggere beni determinati e, in alcuni casi, il loro contesto, ma non fornivano ancora un dispositivo compiuto per affrontare unitariamente la conservazione e la trasformazione dei tessuti urbani storici. In questo quadro cominciò a consolidarsi l'idea che l'intero centro storico potesse costituire l'oggetto di una specifica politica urbanistica.
La cultura che condusse a Gubbio si sviluppò anche a partire dalle precedenti elaborazioni internazionali e italiane sul rapporto fra monumento, ambiente e città. La conferenza internazionale svoltasi ad Atene nel 1931 sulla protezione e conservazione dei monumenti concluse i propri lavori con una serie di principi successivamente canonizzati nella storiografia come Carta di Atene del restauro. In Italia quel dibattito trovò una rapida ricezione nelle Norme per il restauro dei monumenti emanate nel 1932 dal Consiglio superiore per le antichità e belle arti, generalmente note come Carta italiana del restauro, legate alla cultura del cosiddetto restauro scientifico alla quale Gustavo Giovannoni aveva dato un contributo fondamentale.
Giovannoni aveva esteso l'attenzione dal singolo monumento al suo ambiente, all'edilizia minore e alla struttura della città antica, opponendosi agli sventramenti indiscriminati e cercando di conciliare la conservazione con le necessità della città moderna. La sua teoria del diradamento edilizio prevedeva tuttavia demolizioni selettive nei tessuti antichi per migliorare condizioni igieniche, luce e circolazione. La Carta di Gubbio avrebbe raccolto e ampliato la precedente estensione della tutela dal monumento all'ambiente urbano, ma avrebbe contemporaneamente rifiutato in modo esplicito il diradamento come criterio di intervento sul centro storico.
Una lettura storiografica recente ha interpretato la Carta di Gubbio come un passaggio di aggiornamento rispetto ai principi maturati nella conferenza di Atene del 1931 e nella Carta italiana del restauro del 1932, nel percorso che avrebbe condotto alla Carta di Venezia del 1964. Gubbio segnò tuttavia un ampliamento sostanziale della scala del problema: non più soltanto il monumento e le sue condizioni ambientali, ma l'intero centro storico come struttura urbanistica, sociale e funzionale da salvaguardare attraverso gli strumenti della pianificazione.
Su un diverso versante disciplinare, il IV Congresso internazionale di architettura moderna (CIAM) del 1933 affrontò il tema della città funzionale e, al suo interno, anche il rapporto fra trasformazione della città moderna e patrimonio storico. Le elaborazioni del congresso confluirono nel complesso processo che portò alla cosiddetta Carta di Atene dei CIAM, resa particolarmente influente dalla versione pubblicata da Le Corbusier nel 1943. Questo filone, distinto da quello del restauro del 1931-1932, costituì un altro importante termine del confronto sul rapporto fra città moderna e città storica che attraversò la cultura architettonica e urbanistica europea del secondo dopoguerra.
Un antecedente metodologico particolarmente rilevante fu costituito dall'attività di Giovanni Astengo. Fra il 1952 e il 1953, nell'ambito degli studi sui piani regionali promossi dal Ministero dei lavori pubblici, Astengo aveva formulato l'idea di un metodo scientifico della pianificazione, fondato sulla costruzione di un approfondito apparato conoscitivo e su procedure razionali e verificabili volte a limitare l'arbitrarietà delle decisioni urbanistiche. A questa impostazione si accompagnava una concezione dell'urbanistica come disciplina di interesse collettivo e di responsabilità pubblica.
Il primo campo di applicazione particolarmente significativo di questo metodo fu il piano regolatore di Assisi, affidato ad Astengo nel 1955. L'urbanista costituì un apposito Ufficio di piano e sviluppò per oltre due anni indagini storiche, urbanistiche, economiche e sociali, elaborando contemporaneamente il piano generale e due piani particolareggiati, uno dei quali dedicato alla città storica. La storiografia ha indicato quell'esperienza come uno dei passaggi significativi della pianificazione italiana dal monumento isolato alla considerazione unitaria del contesto storico; Bertrando Bonfantini, in una rilettura del 2021, ha individuato nel piano di Assisi un'applicazione dell'approccio scientifico di Astengo, basata fra l'altro sulla correlazione fra patrimonio abitativo e popolazione insediata.
Nel 1956 Astengo ricevette l'incarico per il piano regolatore di Gubbio. La presentazione del piano al Consiglio comunale, nel settembre 1960, coincise con lo svolgimento del convegno nazionale sui centri storici, organizzato dallo stesso Astengo nel più ampio quadro del dibattito sulla riforma della legislazione urbanistica. Negli stessi anni egli partecipava infatti, dapprima insieme a Giuseppe Samonà e successivamente all'interno di una commissione dell'Istituto Nazionale di Urbanistica, agli studi per un nuovo Codice dell'urbanistica. Questa convergenza fra sperimentazione sul campo, elaborazione disciplinare e proposta legislativa costituì uno dei principali presupposti culturali del convegno di Gubbio.
Il convegno del 1960 e la redazione della Carta
Il Convegno nazionale per la salvaguardia e il risanamento dei centri storici fu promosso dai comuni di Ascoli Piceno, Bergamo, Erice, Ferrara, Genova, Gubbio, Perugia e Venezia e raccolse l'adesione complessiva di cinquanta amministrazioni comunali. Vi parteciparono amministratori, urbanisti, architetti, studiosi di restauro, giuristi ed esperti delle questioni economiche e finanziarie legate al recupero urbano. Studi ed esperienze già avviati in diverse città italiane furono messi a confronto con l'obiettivo di formulare principi applicabili a scala nazionale.
Gli atti, pubblicati dall'Istituto Nazionale di Urbanistica nel numero 32 di Urbanistica del dicembre 1960, documentano un'articolazione interdisciplinare dei lavori. Antonio Cederna e Mario Manieri Elia presentarono gli Orientamenti critici sulla salvaguardia dei centri storici; Gaetano Badano affrontò gli aspetti tecnico-amministrativi e finanziari; Domenico Rodella quelli giuridici e legislativi; Egle Renata Trincanato, Giovanni Romano, Ludovico Belgiojoso, Edoardo Caracciolo e Piero Bottoni illustrarono rispettivamente esperienze e problemi relativi a Venezia, Genova, Milano, Erice e San Gimignano. Le conclusioni del convegno furono affidate a Giuseppe Samonà.
All'interno di questo insieme di contributi, Cederna e Manieri Elia ebbero un ruolo particolare nella formulazione del documento finale. La ricostruzione storica dell'ANCSA indica infatti Manieri Elia come estensore materiale della Carta insieme a Cederna. Nel 2011, dunque oltre cinquant'anni dopo il convegno, Giuseppe Campos Venuti, ricordando la partecipazione di Manieri Elia, giudicò la relazione Cederna-Manieri Elia il contributo teoricamente più rilevante di Gubbio, individuandone il nucleo nel passaggio dalla concezione del monumento isolato alla tutela dell'intera struttura urbanistica della città storica e nella subordinazione degli interventi sul patrimonio a una visione urbanistica generale.
In questo quadro il ruolo di Astengo fu diverso e complementare. Le fonti lo documentano come organizzatore dell'incontro e come uno dei principali artefici del contesto metodologico e urbanistico nel quale esso maturò, soprattutto attraverso le citate esperienze di Assisi e Gubbio e la sua riflessione sul piano. Accanto a questi contributi, altri orientamenti confluirono nel documento. La cultura urbanistica veneziana rappresentata da Samonà e Trincanato sosteneva la continuità fra progetto urbanistico e progetto di architettura, mentre Caracciolo, fautore di un'urbanistica attenta alle istanze provenienti dalle comunità locali, contribuì secondo la ricostruzione storica dell'ANCSA all'introduzione nella Carta dei temi della partecipazione e del rispetto delle esigenze degli abitanti.
I principi della Carta del 1960
Il punto di partenza della Carta fu il riconoscimento della rilevanza nazionale del problema dei centri storici e della necessità di procedere alla loro ricognizione e classificazione, individuando le zone da salvaguardare e risanare. Tali operazioni erano considerate non come un ostacolo allo sviluppo della città moderna, ma come una sua premessa e dovevano pertanto essere integrate nei piani regolatori comunali. La salvaguardia cessava così di essere concepita esclusivamente come sommatoria di vincoli monumentali e veniva ricondotta al governo urbanistico dell'intera città.
La Carta proponeva la formazione di specifici piani di risanamento conservativo, attribuiti all'iniziativa dei comuni e coordinati con la pianificazione generale. In attesa della loro elaborazione chiedeva l'introduzione di misure di salvaguardia capaci di sospendere trasformazioni suscettibili di compromettere i tessuti storici. Il documento collegava inoltre l'effettiva possibilità di intervento a strumenti legislativi, finanziari e amministrativi, fino ad auspicare che la materia dei centri storici entrasse organicamente nella riforma generale della legislazione urbanistica allora in preparazione.
Sul piano degli interventi edilizi, la Carta assunse una posizione nettamente contraria al ripristino stilistico, alle aggiunte stilistiche e ai rifacimenti mimetici; rifiutò inoltre la demolizione degli edifici di carattere ambientale anche modesto, il diradamento dei tessuti e l'isolamento dei monumenti ottenuto mediante demolizioni. I nuovi inserimenti nell'ambiente antico erano indicati come da evitare in linea di principio. Gli interventi ammessi dovevano essere preceduti da una valutazione storico-critica e comprendere consolidamento, eliminazione delle superfetazioni recenti nocive, adeguamento funzionale e igienico degli edifici e recupero degli spazi liberi, conservando gli elementi riconosciuti di valore.