Fritz (intorno al 1800 – Stupinigi, 8 novembre 1852) è stato un elefante asiatico che visse nella ménagerie della Palazzina di caccia di Stupinigi dal 1827 al 1852. Donato dal viceré d'Egitto, Mehmet Ali, al re di Sardegna, Carlo Felice, l'animale divenne una celebre attrazione della corte sabauda e della città di Torino, oltre che oggetto di raffigurazioni artistiche e studi scientifici. Alla sua morte, avvenuta nel 1852, il corpo di Fritz fu tassidermizzato ed entrò, insieme allo scheletro, nelle collezioni zoologiche torinesi, oggi conservate presso il Museo regionale di scienze naturali di Torino.
Storia Arrivo a Stupinigi La presenza di animali nella tenuta reale di Stupinigi risaliva almeno alla fine del XVIII secolo, quando, con l'obiettivo di fare fronte al progressivo impoverimento della fauna a causa delle battute di caccia della nobiltà, alcuni locali della palazzina furono destinati all'allevamento di cervi e fagiani, cosa che portò nei primi decenni dell'Ottocento allo sviluppo di una vera e propria ménagerie che col tempo, attraverso doni e acquisti, cominciò ad arricchirsi anche di animali esotici tra i quali mufloni, gazzelle, camosci e canguri.
Tra i vari doni ricevuti ci fu anche l'elefante Fritz, che arrivò a Stupinigi nell'ambito di uno scambio diplomatico – favorito anche dall'intervento del collezionista d'arte e diplomatico Bernardino Drovetti – tra Carlo Felice e il viceré d'Egitto Mehmet Ali; in quegli anni, infatti, Carlo Felice, con l'obiettivo di rafforzare i rapporti con l'Egitto, aveva già inviato ad Ali cento pecore di razza merino che furono ricambiate con la donazione di un elefante maschio di circa ventisette anni.
L'elefante venne imbarcato ad Alessandria d'Egitto il 24 ottobre 1826 e il suo viaggio durò diversi mesi, giungendo a Genova in inverno. A causa della sfavorevole situazione climatica si decise di lasciarlo svernare nella città ligure per poi trasportarlo a Torino nei mesi estivi del 1827. Da quel momento l'elefante visse a Stupinigi, ove rimase per i successivi venticinque anni. L'arrivo dell'animale a Stupinigi richiese che una parte dell'ex scuderia venisse riadattata per ospitarlo: vennero organizzati degli spazi chiusi per permettere a Fritz di ripararsi dal freddo, fu preparato un ampio cortile per permettergli di muoversi e costruita una larga vasca circolare provvista di scivolo per permettere all'animale di entrarci più facilmente; inoltre, gli fu assegnato un custode personale che fu incaricato della pulizia, delle passeggiate e della sua alimentazione.
Vita a Stupinigi
Fritz, una volta giunto a Stupinigi, vi rimase per 25 anni, diventando rapidamente una delle principali attrazioni della residenza sabauda anche grazie alla sua natura mite e all'abitudine alla presenza delle persone, imparando con il tempo ad apprezzare la musica e il canto del suo guardiano, muovendosi al ritmo delle sue melodie.
Durante la sua permanenza alla corte sabauda Fritz dovette seguire un'alimentazione singolare e dispendiosa, non adatta alle necessità di un elefante: la sua razione quotidiana di alimenti consisteva in cinquanta pani, ventiquattro cavoli, burro, riso e tabacco, oltre a una o due pinte di vino; le testimonianze dell'epoca ricordano il grande consumo di tabacco da parte di Fritz e la continua esposizione al fumo prodotto dal suo custode. Questo tipo di alimentazione ebbe delle conseguenze sulla salute di Fritz, che soffrì ripetutamente di indigestioni e problemi dentali; in particolare, viene ricordata una grave indigestione causata da un'eccessiva abbuffata di castagne, che venne trattata somministrando al pachiderma del vino di Malaga. Dal punto di vista dei problemi dentali l'animale perse diversi denti, di cui sono ricordati in particolare due: il primo, recuperato dall'ebanista di corte Giacomo Marchino, fu utilizzato per realizzare un crocifisso, conservato sull'altare della cappella del castello di Agliè, mentre il secondo, che si ritiene Fritz si sia staccato da solo per il dolore, fu donato a Carlo Alberto di Savoia.
Non solo l'alimentazione di Fritz era inconsueta, ma anche la sua toeletta: l'animale veniva accuratamente lavato una volta al mese e la sua pelle veniva lucidata con quattro libbre di burro.
Popolarità e studi
Fritz suscitò fin dal suo arrivo a Stupinigi una grande curiosità sia nella popolazione che negli ambienti culturali di Torino, dando vita a una vera e propria "fritzmania", con nobili, borghesi, studiosi e gente comune che accorrevano a Stupinigi per osservare l'animale, attirando anche l'attenzione di diversi artisti che decisero di raffigurarlo in proprie opere, tra i quali si ricorda Sofia Giordano, che nel 1827 ritrasse l'elefante dal vivo, disegno che, trasposto in una litografia intitolata Elefante indiano maschio di anni 27 nella Real Villa di Stupiniggi in Piemonte da Felice Festa, ebbe una larga diffusione; inoltre, nel 1835, anche Enrico Gonin raffigurò Fritz durante la sua passeggiata, circondato da una folla di curiosi accorsi a Stupinigi per assistere all'evento; anche questa raffigurazione trovò poi diffusione tramite la riproduzione litografica di Demetrio Festa con il titolo R. Castello di Stupinigi. Un'ultima rappresentazione di Fritz risale agli anni intorno al 1850, quando l'animale venne immortalato in un dagherrotipo attribuito a Faustino Curlo con il titolo L'Elefante di Torino che poi morì pazzo, immagine che viene indicata dall'Archivio Storico di Torino come l'unico dagherrotipo a soggetto animale di cui si abbia notizia in Italia. All'epoca la realizzazione di questa fotografia destò scalpore e scetticismo, in quanto si dubitava, per via dei lunghi tempi di posa richiesti, dell'effettiva possibilità di tenere un elefante per così tanto tempo immobile davanti all'obiettivo.
Fritz non fu solo un'attrazione e curiosità, ma anche un'occasione di osservazione scientifica: le sue condizioni fisiche e alimentari e i suoi comportamenti furono attentamente registrati da Casimiro Roddi, responsabile della ménagerie, supportato dagli zoologi Giuseppe Gené e Filippo De Filippi, entrambi direttori in periodi diversi del Museo zoologico torinese.
Declino e morte
Negli ultimi anni della sua vita, il comportamento di Fritz mutò; infatti, dopo la morte del suo custode storico, l'animale cominciò a diventare più diffidente e difficilmente controllabile, mostrando anche riluttanza a uscire dal proprio recinto. In città cominciò a spargersi la voce che l'animale fosse impazzito e nei boschi e nelle strutture della ménagerie sarebbero stati osservati tronchi, recinzioni e mangiatoie danneggiati da quelli che vennero interpretati come i segni dell'aggressività di Fritz. La situazione effettivamente precipitò quando, un giorno, il nuovo guardiano tentò di far uscire Fritz dal suo recinto, ma l'elefante lo afferrò con la proboscide e lo scaraventò a terra, uccidendolo.
Nel frattempo, a complicare la situazione di Fritz era intervenuta anche l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele II, insofferente agli elevati costi di gestione dell'elefante che, uniti all'aggressività che l'animale aveva manifestato e alle generiche alte spese della ménagerie, portarono alla decisione di abbatterlo. La decisione fece circolare diversi pettegolezzi nell'ambito cittadino, che sostennero che la presunta follia di Fritz fosse solo una scusa utilizzata dal re per liberarsi del costoso animale, dicerie rese ancora più pungenti dal fatto che in quel periodo Vittorio Emanuele II stava raccogliendo finanziamenti per la realizzazione di un giardino zoologico nel centro di Torino.
Infine, l'8 novembre del 1852, Fritz fu ucciso per asfissia provocata dal monossido di carbonio, prodotto da una stufa appositamente predisposta per la morte dell'animale.
Resti e memoria
Dopo la sua morte il corpo di Fritz fu destinato al Museo zoologico della Regia Università di Torino: l'animale fu così tassidermizzato da Francesco Comba e i suoi resti furono utilizzati per delle ricerche scientifiche, fra cui studi di istologia e sulla retina dei mammiferi.
Il corpo tassidermizzato e il suo scheletro entrarono così a far parte delle collezioni zoologiche torinesi, con lo scheletro dell'animale che occupa una posizione centrale nel percorso del Museo regionale di scienze naturali di Torino, nella sala che riunisce esemplari naturalizzati e scheletri provenienti dalle collezioni storiche dell'Università di Torino.
Nel 2015 Fritz e le sue vicende furono protagonisti della mostra Fritz. Un elefante a corte, organizzata alla Palazzina di caccia di Stupinigi, dal Museo regionale di scienze naturali di Torino e dalla Fondazione Ordine Mauriziano. Per la mostra gli allievi dell'Associazione Scuole Tecniche San Carlo realizzarono una riproduzione in resina dell'animale che, prima di raggiungere Stupinigi, attraversò il centro di Torino a bordo di un autoarticolato, attirando la curiosità dei passanti.
Nel 2026, nell'ambito della sua ristrutturazione, un intervento paesaggistico predisposto nel giardino della Palazzina di caccia di Stupinigi ricorda la presenza della vasca in cui l'animale faceva il bagno.
Note
Bibliografia
Altri progetti
Categoria:Elefanti famosi Categoria:Storia di Torino Categoria:Casa Savoia Categoria:Animali offerti come doni diplomatici