La sua ricerca si sviluppa principalmente attraverso film documentari e video installazioni multicanale che integrano materiali d'archivio, testimonianze, testi poetici e oggetti. La sua opera indaga le dinamiche del potere, la memoria storica, la violenza di stato e le questioni di giustizia sociale e ambientale, con particolare riferimento all'India contemporanea e alle eredità della Partizione del subcontinente indiano del 1947.
Considerato tra i principali esponenti dell'arte contemporanea del subcontinente indiano, ha partecipato a quattro edizioni di Documenta a Kassel (2002, 2007, 2012, 2017) e le sue opere figurano nelle collezioni permanenti di istituzioni quali la Tate di Londra, il Solomon R. Guggenheim Museum e il Metropolitan Museum of Art di New York.
Biografia Amar Kanwar è nato a New Delhi nel 1964, dove continua a vivere e lavorare come regista.
Si è laureato in storia presso il Ramjas College dell'Università di Delhi (1982-1985) e ha successivamente conseguito un master in comunicazione di massa presso il Mass Communication Research Centre della Jamia Millia Islamia di New Delhi (1985-1987).
Quando era ancora studente, due eventi verificatisi nel 1984, l'assassinio della prima ministra Indira Gandhi il 31 ottobre, con la conseguente violenza contro la comunità sikh a Delhi, e il disastro industriale di Bhopal del 3 dicembre, avrebbero inciso in modo determinante sulla sua formazione intellettuale, orientandolo verso un impegno di attivismo sociale che avrebbe poi attraversato l'intera sua produzione artistica.
Carriera
Primi lavori Dopo gli studi in cinematografia e comunicazione, nel 1988 Kanwar entra a far parte del People's Science Institute come ricercatore, occupandosi di salute e sicurezza sul lavoro nel bacino carbonifero del Madhya Pradesh, nell'India centrale.
A partire dal 1990 intraprende l'attività di regista indipendente. Per oltre un decennio la sua produzione si colloca prevalentemente nell'ambito del documentario d'indagine e dell'attivismo, con opere diffuse in campagne pubbliche, spazi comunitari e festival cinematografici in India e all'estero, al di fuori del circuito dell'arte contemporanea. I suoi primi film documentati risalgono al 1992 con Lal Hara Lehrake, sull'assassinio di Shankar Guha Niyogi, leader di un collettivo sindacale e operaio, e The Leather Trilogy.
Tra le sue prime opere di maggior rilievo figura A Season Outside (1997), un film girato lungo il confine tra India e Pakistan nel villaggio di Wagah. L'opera si sviluppa come una riflessione filosofica e personale attorno ai concetti di confine geopolitico, conflitto, violenza e non-violenza.
La svolta avviene nel 2002, quando il curatore Okwui Enwezor lo invita a presentare il film A Night of Prophecy (2002), un compendio per episodi di poesia di protesta indiana, girato tra Maharashtra, Andhra Pradesh, Nagaland e Kashmir, a Documenta11 di Kassel, la prima edizione della rassegna tedesca incentrata su artisti provenienti da contesti postcoloniali.
L'esposizione a Documenta11, il suo primo vero e proprio ingresso nel mondo dell'arte, attira l'attenzione del gallerista newyorkese Peter Blum, che dopo aver visto il film promuove nei primi mesi del 2004 la prima mostra personale di Kanwar presso la sua galleria a New York, riproponendo in un contesto espositivo il film A Season Outside, fino ad allora diffuso soprattutto in ambito televisivo e in campagne pubbliche. Nella stesso periodo, in un'intervista rilasciata alla rivista The Brooklyn Rail in occasione della mostra, Kanwar continua a definirsi "independent documentary filmmaker", segno che il passaggio al sistema dell'arte non comporta, nella sua autopercezione, una rottura netta con la pratica precedente.
Dal film all'installazione multicanale Il passaggio a un formato specificamente concepito per lo spazio museale, distinto dal film a canale singolo destinato alla proiezione, si sviluppa nel corso degli anni immediatamente successivi. Tra il 2004 e il 2008 Kanwar realizza The Torn First Pages, dedicato alla lotta per la democrazia in Birmania, articolato in un'installazione video a diciannove canali distribuiti in tre parti. Nel 2007, in occasione di Documenta12, presenta The Lightning Testimonies, installazione a otto canali sulla violenza sessuale nei conflitti del subcontinente indiano. Con l'introduzione di queste opere che richiedono al visitatore di attraversare lo spazio espositivo anziché assistere a una proiezione da una poltrona, la critica e le istituzioni museali iniziano a descrivere sistematicamente Kanwar come artista oltre che come regista.
Le sue mostre personali si moltiplicano in sedi museali quali la Whitechapel Gallery di Londra (2007), lo Stedelijk Museum di Amsterdam e la Haus der Kunst di Monaco (2008). In un'intervista più recente Kanwar ha descritto questo passaggio non come una scelta programmatica, ma come una necessità espressiva, legata all'esigenza di rendere simultanei eventi e temporalità che un film a canale singolo non permette di mostrare nello stesso istante.
Consolidamento internazionale e ingresso nelle collezioni museali Nel decennio successivo l'installazione multicanale si conferma come il formato caratteristico della sua produzione, affiancato da progetti di lunga durata concepiti per crescere nel tempo. A Documenta13, nel 2012, presenta The Sovereign Forest, avviato l'anno precedente e da allora in continua espansione. Nella successiva edizione del 2017 propone Such a Morning, un film a canale singolo che si allontana dal registro documentaristico. L'opera recupera il formato monocanale tipico dei suoi primi lavori per il cinema, concepita tuttavia specificamente per lo spazio espositivo museale.
In questi stessi anni le sue opere entrano stabilmente nelle collezioni permanenti di grandi musei. Il Solomon R. Guggenheim Museum di New York acquisisce The Torn First Pages nel 2010; The Lightning Testimonies entra nella collezione della Tate di Londra nel 2017 e altre opere della sua produzione vengono acquisite dal Metropolitan Museum of Art.
Attività curatoriale Nel 2018 Kanwar entra a far parte del comitato di selezione della direzione artistica di Documenta15. Nel 2021, con Ute Meta Bauer e David Teh, cura la 17ª Biennale di Istanbul; l'edizione, rinviata al 2022 a causa della pandemia di COVID-19, si concentra su temi ecologici e ambientali, articolandosi in una pluralità di sedi diffuse nei quartieri della città anziché in un'unica sede centralizzata. Ricopre inoltre il ruolo di membro della giuria del Prince Claus Award, riconoscimento della omonima fondazione olandese dedicato alla cultura e allo sviluppo.
Anni 2020- Nel 2022 il Metropolitan Museum of Art di New York gli dedica una mostra personale e la Fondazione IHME di Helsinki gli commissiona un progetto online basato su The Sovereign Forest.
L'installazione video a sette schermi The Peacock's Graveyard, presentata nel 2023 alla 15ª Biennale di Sharjah intreccia prosa, poesia e immagini per riflettere sui temi del lutto collettivo, della giustizia e delle forme di guarigione comunitaria di fronte alla memoria dei conflitti.
Nel 2026 la Pinault Collection gli dedica a Palazzo Grassi, a Venezia, la mostra personale Amar Kanwar. Co-travellers, a cura di Jean-Marie Gallais, che mette in dialogo The Torn First Pages con l'installazione più recente The Peacock's Graveyard (2023).
Nello stesso anno una nuova installazione a sette schermi, The Charcoal Man, viene presentata in anteprima mondiale in una mostra personale alla Serpentine North Gallery di Londra. L'opera riprende la riflessione sulle eredità storiche e traumatiche della Partizione del subcontinente indiano del 1947, esaminando attraverso la figura allegorica di un uomo d'affari e l'uso del carbone i processi di memoria, cancellazione e trasformazione sociale nei territori di confine.
Poetica Il lavoro di Kanwar si fonda su una pratica di documentazione rigorosa costituita da filmati, archivi, testimonianze, materiali raccolti sul campo, che tuttavia rifiuta la forma dell'inchiesta giornalistica o del documentario a tesi, privilegiando strutture poetiche, allegoriche e frammentarie. L'artista ha più volte descritto il proprio metodo come un tentativo di far coesistere la validità della poesia come "prova" accanto alla prova legalmente ammissibile, interrogando i limiti di ciò che un sistema giuridico o politico è in grado di riconoscere come evidenza. Le sue installazioni multicanale non propongono in genere una narrazione lineare; sono presentate come costellazioni di frammenti autonomi, tra cui filmati, libri fatti a mano, oggetti, semi, fotografie, che producono senso per accostamento e giustapposizione, piuttosto che per concatenazione causale.
Tema ricorrente, fin dai primi lavori, è la violenza militare, sessuale, industriale, di stato, osservata non nella sua rappresentazione diretta, ma attraverso le sue tracce indirette su paesaggi, oggetti e corpi, in un tentativo dichiarato di evitare la spettacolarizzazione della sofferenza. Le radici storiche di questa ricerca affondano nella storia postcoloniale del subcontinente indiano e in particolare nelle conseguenze ancora aperte della Partizione del 1947, a cui l'artista è tornato più volte nel corso della carriera.
Negli anni Duemila, accanto alla riflessione sulla violenza politica, il lavoro di Kanwar si è aperto sempre più a questioni ecologiche e ambientali, indagando le conseguenze dello sfruttamento industriale delle risorse naturali sulle comunità agricole e indigene dell'India orientale. In opere come The Many Faces of Madness o in progetti d'archivio a lungo termine come The Sovereign Forest, il paesaggio cessa di essere uno sfondo passivo per diventare un testimone politico della spoliazione territoriale e dei diritti comunitari.
Riconoscimenti
1998 - Golden Conch al Mumbai International Film Festival 1999 - Golden Gate Award al San Francisco International Film Festival 2000 - MacArthur Fellowship in India 2005 - Premio Edvard Munch per l'arte contemporanea (Oslo) 2006 - Dottorato onorario in belle arti presso il Maine College of Art 2014 - Leonore Annenberg Prize for Art and Social Change (Creative Time) 2017 - Prince Claus Award 2022 - Commissione IHME Helsinki
Mostre selezionate Ha partecipato a quattro edizioni di Documenta a Kassel (2002, 2007, 2012 e, nell'edizione congiunta con Atene, 2017).
Mostre personali
2004 – Renaissance Society, Chicago 2006 – National Museum of Art, Architecture and Design, Oslo 2007 – Whitechapel Gallery, Londra 2008 – Stedelijk Museum, Amsterdam 2008 – Haus der Kunst, Monaco di Baviera 2012 – Fotomuseum Winterthur, Winterthur 2013-2014 – Art Institute of Chicago, Chicago 2013-2014 – Thyssen-Bornemisza Art Contemporary (TBA21), Vienna 2013-2014 – Yorkshire Sculpture Park, Wakefield 2017-2018 – Bildmuseet, Umeå 2018 – Tate Modern, Londra 2019 – Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, Madrid 2022 – Metropolitan Museum of Art, New York 2026 – Amar Kanwar. Co-travellers, Palazzo Grassi, Venezia 2026 – Serpentine North Gallery, Londra
Mostre collettive e biennali
2011 – 10ª Biennale di Sharjah 2012 – Solomon R. Guggenheim Museum, New York 2012-2013 – 1ª Biennale di Kochi-Muziris 2013 – 13ª Biennale di Istanbul 2013 – 5ª Biennale di Mosca 2013 – 11ª Biennale di Sharjah 2013 – 56ª edizione del Carnegie International, Pittsburgh 2017 – Documenta 14, Atene e Kassel 2021-2022 – 17ª Biennale di Istanbul (in veste di curatore) 2022 – Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Rivoli 2022 – 5ª Biennale di Kochi-Muziris 2023 – 15ª Biennale di Sharjah 2025 – Biennale di Shanghai
Opere selezionate 1992 – Lal Hara Lehrake 1992 – The Leather Trilogy 1993 – Talash 1994 – Earth as Witness 1996 – Marubhumi 1997 – A Season Outside 2000 – The Many Faces of Madness – Documentario d'indagine sull'impatto sociale ed ecologico dello sfruttamento delle risorse naturali in India.