I Palermo sono un'antica famiglia storica siciliana.
La famiglia ebbe la baronia di Santa Margherita (Messina) nel 1340, con il barone di Vallelonga, Luigi Giacomo, detto Aloisio, "regio familiare" e "gentiluomo di camera" il 29 marzo 1397, gran coppiere del regno d'Aragona, con carica ereditaria.
La baronia venne elevata a principato nel 1708Privilegio dato in Madrid il 9 novembre 1708, esecutoriato in Messina l'11 ottobre 1709 dal re Filippo V di Spagna, con don Giovanni V Palermo e Maniace Crisafi, decimo barone e primo principe di Santa Margherita.Alla baronia si collegavano inoltre terre e casali di Messina detti Santo Stefano Medio, Galati Superiore, Mili e Martini I Palermo ebbero anche il feudo di Martini, una baronia che rivestì particolare importanza nella storia feduale e amministrativa della Sicilia in quanto la famiglia ne ebbe la concessione come parìa del Regno di Sicilia: ciò consentì loro l'accesso alla Camera dei pariVedi lo Statuto fondamentale del Regno di Sicilia . Vedi anche: G. Maresca della Salandra, I Pari temporali del 1848, con alcuni riferimenti agli antichi parlamenti di Napoli e Sicilia, in "Rivista Araldica", Anno LVV-1957, pagg. 405-417, Roma, 1957.
Gli ammiragli Secondo gli storici della feudalità siciliana i Palermo furono già nobili sotto il dominio normanno, nell'XI secolo: in un diploma normanno del 1066 dello storico d'Arrigo, l'ammiraglio Giovanni Giacomo (di) Palermo viene qualificato nobilis Messanensis, nobilitate clarus e in uno aragonese del 29 marzo 1397 si riconosceva la "regia familiarità" al primo barone di Santa Margherita, Luigi Giacomo Palermo, e la famiglia viene già definita "di vetusta nobiltà".Libro d'oro della nobiltà italiana, edizione X, 1940-49, Collegio Araldico, Roma, fam. Palermo di Santa Margherita, ad vocem, p. 778. Le origini della famiglia risalirebbero agli arconti ed ammiragli di Palermo dell'epoca bizantino-araba in Sicilia, e rimonterebbero ai principi di Antiochia. Riconoscono concordemente quale capostipite l'ammiraglio Giorgio Rozio d'Antiochia (Antiochia, circa 1100 – 1149 o 1150), un greco-melchita, che segretamente cercò rifugiò nella Sicilia cristiana. Al suo arrivo nella capitale siciliana, Giorgio si recò immediatamente a palazzo e trovò impiego presso il Re normanno Ruggero II. Grazie al suo bilinguismo (greco e arabo) e per la sua familiarità col Mar Mediterraneo, fu presto impiegato come ambasciatore in missioni presso la corte fatimide egiziana. Guadagnò il titolo onorifico di familiaris della corte e, nel 1123, divenne il secondo in comando della flotta di Christodulus. Nel 1132 gli fu concesso il titolo di amiratus amiratorum, che è stato talora interpretato come "ammiraglio degli ammiragli" ma che significa assai più probabilmente "Emiro degli Emiri", ossia "Comandante dei Comandanti" (una sorta di Generalissimo): argomentazione suffragata dal fatto che in greco il titolo fu quello di "Arconte degli Arconti", che significa all'incirca la stessa cosaPierre Aubé, Roger II de Sicile, Parigi, Payot, 2001; Michele Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Firenze, Le Monnier, 2003.. Poliglotta e uomo di ampia cultura, fondò la chiesa di San Michele a Mazara del Vallo e quella di Santa Maria dell'Ammiraglio a Palermo, conosciuta anche come Martorana, oltre al Ponte a sette arcate detto "dell'Ammiraglio", che scavalca il fiume di Palermo, l'Oreto. L'ammiraglio Eugenio di Palermo visse dal 1130 al 1203. Nipote dell'ammiraglio Eugenio I e figlio dell'ammiraglio Giovanni I di Palermosu di lui cfr. A. Huillard-Bréholles, Historia diplomatica, Parigi, 1852-61, II, p. 185; M. Amari, Storia dei Musulmani... cit., III, pp. 711-12; Giosuè Musca, Vito Sivo, Strumenti, tempi e luoghi di comunicazione nel Mezzogiorno normanno, 1995, pag. 97, anche in rete (nipote dell'ammiraglio Giorgio d'Antiochia), fu maestro della regia Dogana dei baroni e Regio Ammiraglio dal 1190. Imprigionato dall'Imperatore Enrico VI nel 1195, liberato nel 1196, fu Maestro Camerario di Puglia e Terra di Lavoro (1198-1202). Dottissimo, aiutò l'anonimo interprete dellAlmagesto di Tolomeo, il quale lo definì tam grecae quam arabicae linguae peritissimum, latinae non ignarumVedi: Giosuè Musca, Vito Sivo, Strumenti, tempi e luoghi di comunicazione nel Mezzogiorno normanno, 1995, pag. 97, anche in rete; tradusse l'Ottica di Tolomeo dall'arabo in latino e gli Oracoli sibillini dal greco in latino; pubblicò la celebre favola di Stephanites e Ichnelates tradotta in greco da Simone Seth.Per la vita dell'ammiraglio Eugenio, vedi: Eugenio di Palermo, di Marcello Gigante, in "I Bizantini in Italia", Milano, 1982, pagg. 628-630; M. Gigante (ed.), Eugenii Panhormitani versus Iambici, Panhormi 1964; M. Gigante, Il tema dell'instabilità della vita nel primo carme di Eugenio di Palermo, in "Byzantion", 33, 1963, pagg. 325-356; L. Sternbach, Eugenios von Palermo, «Byzantinische Zeitschrift» 11, 1902, 406-451; K. Horna, Metrische und Textkritische Bemerkungen zu den Gedichten des Eugenios von Palermo, «Byzantinische Zeitschrift» 14, 1905, 468-478; G.N. Sola, Ancora di Eugenio di Palermo, «Byzantinische Zeitschrift» 17, 1908, 434-435; K. Horna, Neue Beiträge zu den Gedichten des Eugenios von Palermo, «Byzantinische Zeitschrift» 16, 1907, 454-459. Per la genealogia della famiglia con particolare riferimento al periodo degli Ammiragli Palermo, vedi: Libro d'oro della nobiltà italiana, edizione IX, 1937-39, Collegio Araldico, Roma, fam. Palermo di Santa Margherita, ad vocem, pag. 271 sgg. ed edizione X, 1940-49, Collegio Araldico, Roma, fam. Palermo di Santa Margherita, ad vocem, pagg. 778-784.
Il ceppo originario Il primo febbraio 1240 l'imperatore Federico II concesse al maestro Roberto de Panhormo e ai suoi eredi tre tenimenti di terre, dei quali uno in «contrata Canni prope Panhormum tenimentum casalis ditti Rachalsarcadi, tenimentum casalis Capacis et tenimentum Montis Colubrini posita infra tenimentum casalis et tenimenti Carini et alios pecios terrarum in contrata fluminis Animarat et portam maris Panhormi, alium pecium terre extra portam Thermarum Panormi»Archivio di stato di Palermo, Asp, Camporeale, 260, 1; in Antonino Marrone, Repertorio della feudalità siciliana (1282-1390), 2006, Associazione no profit “Mediterranea” (on line sul sito www.mediterranearicerchestoriche.it), "Le famiglie feudali", "Famiglia Palermo o Panhormo", pag. 311. Il notaio Andrea de Panhormo ricevette in vitalizio il feudo Rabiato, ubicato nel territorio di Piazza (presso il Monte di marzo, presso le terre di Andrea de Venula e presso le terre di Enrico Petrella); dopo la sua morte, il feudo ritornò alla R. Corte, e nel novembre 1355 fu concesso a beneplacito regio a Giovanni Albiginio, al quale fu confermato il 12 maggio 1361 estendendo il privilegio anche agli erediCf. Asp, C, 7, 452v-453r, in Antonino Marrone, Repertorio della feudalità siciliana, cit.. Il 24 giugno 1337 Federico III conferma a notar Guglielmo de Panhormo di Castrogiovanni l'eredità del feudo di Capodarso alla condizione di assumere il cognome PantosaAntonino Marrone, Repertori del Regno di Sicilia dal 1282 al 1377, 2006, Associazione no profit “Mediterranea” (on line sul sito www.mediterranearicerchestoriche.it), pag. 168.
La famiglia Palermo di Santa Margherita godeva del privilegio della sepoltura nel duomo di MessinaLibro d'oro della nobiltà italiana, edizione X, 1940-49, Collegio Araldico, Roma, fam. Palermo di Santa Margherita, ad vocem, p. 781., dove lo scultore Antonello Gagini, nel 1525, scolpì il monumentale sarcofago marmoreo del patrizio messinese don Cristoforo Palermo di Santa Margherita, andato distrutto nel terremoto del 1908.
La famiglia, nelle linee sotto elencate, risulta iscritta nell'Elenco ufficiale della nobiltà italiana del 1922Consulta araldica del Regno,Elenco ufficiale nobiliare italiano, Torino, 1922.
I Palermo si sono divisi in molti rami nel corso dei secoli tra cui si ricordano quelli dei marchesi Palermo di Calorendi, dei baroni Palermo di Grotteria, dei baroni Palermo di Lazzarino, dei baroni Palermo di Monteleone e conti Palermo di Casandola a Malta
I Palermo di Calorendi I Palermo di Calorendi si distaccarono dal ceppo comune con don Giuseppe Palermo e Staiti, dei principi di Santa Margherita, cavaliere dell'Ordine di Malta, figlio di don Giovanni Palermo e Arezzo e di donna Lavinia Staiti e Spadafora. Giuseppe venne nominato nel 1745 marchese di Calorendi dal re Carlo III di BorboneCalorendi è oggi una frazione del comune di Messina, presso la frazione Bordonaro, che prende il nome dall'omonimo torrente (Vedi: storia della zona falcata del porto di Messina). La nomina avvenne con privilegio del re del 3 luglio 1745, esecutoriato in Messina il 15 aprile 1748: Libro d'oro della nobiltà italiana, edizione X, 1940-49, Collegio Araldico, Roma, fam. Palermo di Santa Margherita, ad vocem, pp. 778-784. Gaspare Palermo e Sollima, dei marchesi di Calorendi e dei principi di Santa Margherita fu rettore dell'opera di Navarro a Palermo e scrisse una "Guida di Palermo". Raimondo I Palermo e Balsamo, quinto marchese di Calorendi dei principi di Santa Margherita fu rettore dell'Università di Palermo dal 1805 al 1849 e senatore di Messina negli anni 1838/1839 e 1840.
I Palermo di Malta I Palermo di Malta si distaccarono dai precedenti con don Calcedonio Palermo e SpadaroCalcedonio Palermo e Spadaro apparteneva alla stirpe dei marchesi di Calorendi e dei principi di Santa Margherita e fu capostipite dei conti della Bahiria di Casandola a Malta. Vedi: Libro d'oro della nobiltà italiana, edizione X, 1940-49, Collegio Araldico, Roma, fam. Palermo di Santa Margherita, ad vocem, p. 780., figlio di Raimondo I Palermo e Balsamo dei principi di Santa Margherita e di Francesca Paola Stagno Navarra Muscati della Bahiria, ultima contessa di Casandola. La famiglia Stagno Navarra perì interamente sotto le macerie del disastroso terremoto di Messina del 1908, con don Giuseppe Stagno Navarra, 5º Conte della Bahria e 6º Conte di Casandola (1842-1908), la moglie donna Concetta Bozzo Ziniti e i figli don Giuseppe, don Alfredo e don Paolo;Vedi: Libro d'Oro di Melita . Tra i superstiti dell'immane disastro, nei discendenti Palermo, vi fu la marchesa Francesca Palermo e Caramazza, sposa di Pier Leone Benincasa, che sopravvisse assieme ad alcuni figli, tra i quali: Giovanni, Francesco, Giuditta e Italia. Fu il fratello Giovanni Benincasa Palermo a salvare sua sorella Giuditta, che era rimasta miracolosamente illesa, nascosta sotto il pianoforte che la protesse dal crollo del Palazzo Palermo a Messina.. Questo ramo ha adottato lo stemma della famiglia Stagno Navarra Muscati della Bahria.
I Palermo di Grotteria
I Palermo di Grotteria si distaccarono nel XV secolo dalla linea originaria dei baroni di Santa Margherita con Giovan Tommaso Palermo di Santa Margherita, patrizio di MessinaGiovan Tommaso, che da Messina si trasferì a Gioiosa Ionica, da dove i suoi discendenti, verso la seconda metà del XV secolo, si trasferirono a Grotteria: Libro d'oro della nobiltà italiana, edizione X, 1940-49, Collegio Araldico, Roma, fam. Palermo di Santa Margherita, ad vocem, p. 780., figlio di don Salvo I Palermo, terzo barone di Santa Margherita nel 1430. Tra i suoi discendentiVincenzo Cataldo, Cospirazioni, economia e società nel distretto di Gerace e in provincia di Calabria Ultra Prima dal 1847 all'Unità d'Italia, Ardore Marina, 2000, p.112 si ricordano: Il capitano napoleonico, barone don Giovanbattista Palermo e Falletti-Lamberti dei principi di Santa Margherita da Grotteria, che fu patriota e combattente per l'unità d'Italia. Schieratosi da principio con i sostenitori della Repubblica Partenopea, partecipò alla campagna di Russia nel 1812 e combatté a Waterloo. A causa delle sue attività rivoluzionarie, venne condannato al carcere duro per più di due anni e infine espulso da Napoli e confinato a Castelvetere.