Il terremoto dell'Irpinia del 1980 fu un violento evento sismico che colpì il 23 novembre 1980 alle ore 19:34 un'ampia area dell'Appennino campano-lucano, con effetti particolarmente devastanti in Irpinia e nelle province di Avellino, Salerno e Potenza.
A fronte di una magnitudo momento strumentale di 6,9, gli effetti sul territorio furono valutati fino al X grado della scala Mercalli (MCS) nelle aree epicentrali. Il sisma causò un numero stimato di morti, oltre feriti e circa sfollati.
Precedenti
Il territorio dell'Irpinia è stato interessato nel corso dei secoli da numerosi terremoti distruttivi. Tra i principali eventi precedenti al terremoto del 1980 si ricordano il terremoto del 1456, che interessò una vasta area dell'Italia centro-meridionale, e quelli del 1694 e del 1732, che colpirono duramente l'Irpinia. Il terremoto del 1694 interessò in particolare l'Irpinia orientale e l'area dell'alta valle dell'Ofanto, con effetti distruttivi in numerosi centri dell'area.
In epoca contemporanea, tra i principali terremoti che precedettero quello del 1980 si ricordano il terremoto del 23 luglio 1930 e il terremoto del 21 agosto 1962. Il primo, di magnitudo 6,7 e con intensità massima del X grado, interessò un'ampia area dell'Italia meridionale, con effetti particolarmente gravi nell'alta Irpinia e nel Vulture. Il bilancio complessivo fu di 1.404 vittime. Il secondo, di magnitudo 6,1 e con intensità massima del IX grado, ebbe i maggiori effetti nell'area dell'Appennino campano al confine tra Sannio e Irpinia. I danni più gravi si verificarono in numerosi centri delle province di Avellino e Benevento, dove molti edifici dovettero essere sgomberati, puntellati o demoliti; le vittime furono 17.
Questi precedenti confermavano la persistente sismicità dell'area e la vulnerabilità del patrimonio edilizio, già emersa drammaticamente in occasione del terremoto del 1930. Tali condizioni contribuirono alla gravità degli effetti del terremoto del 23 novembre 1980, che provocò gravi danni in 688 comuni e lasciò senza abitazione una parte consistente della popolazione colpita.
La scossa La scossa principale si verificò alle 19:34:52 di domenica 23 novembre 1980, ebbe magnitudo 6,9 e durò circa un minuto e mezzo. Il sisma colpì una vasta area dell'Appennino meridionale, con gli effetti più gravi concentrati nell'Irpinia e nelle aree interne delle province di Salerno e Potenza. I danni interessarono quasi tutta la Campania e la Basilicata e parte della Puglia, mentre la scossa fu avvertita dalla Pianura Padana alla Sicilia.
I centri maggiormente colpiti furono Castelnuovo di Conza, Conza della Campania, Laviano, Lioni, Sant'Angelo dei Lombardi e Santomenna, dove gran parte degli edifici fu distrutta. Distruzioni estese si verificarono anche a Balvano, Calabritto, Caposele, Guardia Lombardi, Pescopagano, San Mango sul Calore, Senerchia, Teora e Torella dei Lombardi. Gli effetti stimati sul territorio raggiunsero il X grado della scala Mercalli. Crolli e devastazioni avvennero anche in altre province campane e nel potentino,
Gli effetti del terremoto si estesero anche a centri lontani dall'area maggiormente colpita. A Napoli furono danneggiati numerosi edifici e nel quartiere Poggioreale crollò completamente un edificio di nove piani in via Stadera, causando 52 morti. Nel complesso, nel comune di Napoli si registrarono 69 vittime e 140000 sfollati. La responsabilità della ricostruzione fu data al presidente della regione Ciro Cirillo e al sindaco della città di Napoli Maurizio Valenzi, i quali furono entrambi fatti commissari straordinari per la ricostruzione.
Il terremoto provocò complessivamente 2.735 morti, circa 9.000 feriti e circa 394.000 persone rimaste senza casa.
Nelle prime ore che seguirono l'entità dei danni non fu immediatamente chiara. Le interruzioni delle comunicazioni e le difficoltà nel raggiungere molti dei centri colpiti ostacolarono la raccolta delle informazioni. Nei giorni successivi, le ricognizioni sul territorio e le comunicazioni provenienti dalle località interessate permisero di definire progressivamente l'estensione della distruzione.
I danni al patrimonio edilizio interessarono 506 dei 679 comuni compresi nelle otto province coinvolte: Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Salerno e Foggia. Nei 36 comuni della fascia epicentrale circa 20.000 alloggi risultarono distrutti o irrecuperabili; in altri 244 comuni circa 50.000 alloggi subirono danni da gravissimi a medio-gravi e altri 30.000 danni lievi.
Analisi geosismologica
Le analisi sismologiche hanno mostrato che il terremoto non fu causato da una singola rottura, ma da almeno tre episodi successivi che interessarono diversi segmenti di faglia. Le principali rotture si verificarono a circa 0, 20 e 40 secondi dall'inizio della scossa, dando luogo a un processo complesso sviluppatosi lungo una struttura di circa .
La rottura raggiunse la superficie terrestre, producendo un dislivello del terreno (cosiddetta "scarpata di faglia") lungo circa . La deformazione del terreno e la distribuzione delle scosse successive permisero di ricostruire la posizione e l'estensione delle principali rotture.
La superficie di rottura del 1980 ha costituito un'importante occasione di studio della paleosismologia in Italia. Gli scavi effettuati lungo la scarpata hanno permesso di riconoscere quattro forti terremoti precedenti, verificatisi nell'arco degli ultimi circa 8.600 anni. Uno studio del 1993 stimò per questi eventi un intervallo medio di ricorrenza di circa 2.150 anni, sottolineando tuttavia che gli intervalli tra i singoli terremoti erano molto variabili.
Sebbene la magnitudo strumentale collochi questo evento ben al di fuori delle classifiche di quelli catastrofici mondiali — dominate da eventi come quello di Valdivia del 1960 di magnitudo 9,5 — rappresenta uno dei più devastanti cataclismi sismici della storia recente italiana ed europea. Nell'ambito del contesto geodinamico della penisola, la scossa costituisce indubbiamente il maggior evento registrato lungo la catena appenninica dall'inizio dell'era strumentale moderna, superato sul territorio nazionale nel XX secolo per gravità complessiva soltanto dal terremoto di Messina del 1908.
L'eccezionale gravità dell'impatto sul territorio, con una valutazione macrosismica giunta fino al X grado della scala Mercalli nelle aree epicentrali, non fu infatti la conseguenza di una magnitudo straordinaria su scala pianeta, bensì della combinazione tra la superficialità dell'ipocentro sismico, la spiccata vulnerabilità del patrimonio edilizio storico e le gravi carenze organizzative nei soccorsi immediati. L'energia rilasciata, sviluppatasi lungo una complessa rottura di faglia articolata in tre sotto-eventi principali nell'arco di circa quaranta secondi, ha così generato un livello di devastazione sproporzionato rispetto all'energia pura misurata dai sismografi, lasciando un'impronta indelebile nella storia sociale, economica e sismologica del Paese.
I soccorsi
Le operazioni di soccorso furono ostacolate dalla vastità dell'area colpita, dalla sua conformazione prevalentemente montuosa e dalle difficoltà di accesso a numerosi centri dell'entroterra. Il terremoto aveva inoltre danneggiato strade, ponti, infrastrutture elettriche e sistemi di comunicazione, rendendo più difficile raggiungere le località colpite e raccogliere rapidamente informazioni sull'entità dei danni. La nebbia e le condizioni meteorologiche della prima notte complicarono ulteriormente gli spostamenti.
Le difficoltà misero in evidenza i limiti dell'organizzazione dei soccorsi allora esistente. La legge del 1970 aveva già introdotto una disciplina della protezione civile, ma il relativo sistema di coordinamento non era ancora pienamente operativo. Dopo il terremoto furono quindi avviati interventi per rafforzare e riorganizzare il sistema nazionale di protezione civile.
Il 25 novembre il presidente della Repubblica Sandro Pertini si recò in visita alle zone terremotate. Partito da Napoli in elicottero, raggiunse Laviano, Castelnuovo di Conza, Sant'Andrea di Conza, Pescopagano, Conza della Campania, Teora, Lioni e Sant'Angelo dei Lombardi.
Al rientro a Roma, Pertini denunciò pubblicamente i ritardi e le carenze dei soccorsi in un messaggio televisivo alla nazione. Il suo intervento ebbe una forte eco nell'opinione pubblica e contribuì ad accrescere la mobilitazione dei volontari provenienti da diverse parti d'Italia.
Dopo i primi giorni di emergenza, il coordinamento dei soccorsi fu progressivamente riorganizzato. Giuseppe Zamberletti fu nominato commissario straordinario per la Campania e la Basilicata e assunse il coordinamento delle operazioni, favorendo una più efficace organizzazione dell'impiego delle forze statali, dei soccorritori e dei volontari. Furono inoltre organizzati campi di assistenza, distribuzione di viveri e altri beni di prima necessità e sistemi di comunicazione con le località colpite.
In seguito alle critiche sulla gestione dell'emergenza, il prefetto di Avellino Attilio Lobefalo fu trasferito al Ministero dell'interno e sostituito da Carmelo Caruso. Il ministro dell'interno Virginio Rognoni presentò le dimissioni, che furono successivamente respinte.
Gli aiuti internazionali
In seguito al terremoto, diversi Paesi inviarono in Italia aiuti economici, squadre di soccorso, personale sanitario, unità militari, mezzi e materiali. Gli interventi stranieri si concentrarono soprattutto nelle attività di ricerca e soccorso dei superstiti, nell'assistenza sanitaria e nell'allestimento di strutture temporanee. Tra i Paesi intervenuti vi furono gli Stati Uniti d'America, la Germania Ovest, la Francia, l'Austria, il Belgio, la Svizzera e la Jugoslavia. Furono impiegate squadre specializzate nella ricerca dei superstiti, unità sanitarie, cani da soccorso, elicotteri e altri mezzi destinati alle operazioni di emergenza.
: 70 milioni di dollari, 136 uomini con 6 elicotteri della Compagnia paracadutisti del 509º Battaglione. : 32 milioni di dollari, 1 ospedale da campo con 90 sanitari; 650 uomini e 3 elicotteri del 240º Battaglione Genio pionieri; 1 gruppo di esperti della Croce Rossa; 47 volontari-elettricisti, un gruppo di salvataggio, un gruppo depurazione; 16 cani da salvataggio con guida. : 10 milioni di dollari. : 3 milioni di dollari. : dollari. : 1 squadra sanitaria di 10 uomini e un'autoambulanza. : équipe di ricerca dei superstiti composte da 291 uomini con cani da valanga; 59 militari medici e specialisti nel soccorso; 12 autoambulanze e 1 elicottero ambulanza con personale medico. : 1 ospedale militare da campo con 130 sanitari. : 12 squadre di ricerca con elettrosonde composte di 41 uomini. : 14 squadre cinofile e 2 elicotteri speciali per soccorso.
A circa quattro anni, gli alloggi in legno realizzati dal gruppo Rubner, insediatosi nel 1990 in Irpinia con uno stabilimento a Calitri, erano diventati 150 e ospitavano complessivamente circa 450 persone.
La ricostruzione fu caratterizzata anche da numerose controversie relative alla gestione dei finanziamenti pubblici e all'ampliamento dell'area interessata dagli interventi. Diverse inchieste giudiziarie e ricostruzioni giornalistiche hanno analizzato tali vicende, alle quali sono state associate nel tempo espressioni come Irpiniagate, Terremotopoli e terremoto infinito.