Fedele a Francesco II delle Due Sicilie, operò con azioni di brigantaggio e guerriglia contro le truppe del Regio Esercito Italiano nella Terra di Lavoro settentrionale e, in particolare, nella zona di Sora. Distintosi in battaglia, fu insignito di diversi riconoscimenti dalla monarchia delle Due Sicilie; tuttavia, in seguito, fu condannato a morte dagli ufficiali stranieri inviati dagli stessi Borboni per supportarlo in quanto tradiva la causa dedicandosi a numerose attività criminali tipiche dei briganti.

La nascita e i suoi primi anni Nacque a Sora in contrada La Selva, nelle vicinanze della villa campestre della famiglia Brancacarbone Arduino - La Città di Sora - Tipografia dell'Abbazia di Casamari - 1970 p. 198, facente parte della parrocchia di San Silvestro, ove fu battezzato. La sua era una famiglia contadina, soprannominata ChiavoneAA. VV., Napoli, 1861, p. 6, termine dialettale che evoca la vigoria sessuale e la capacità di sedurre l'altro sesso. Esso appare nei carteggi ufficiali agli inizi del Seicento e forse deriva dalle prestazioni di qualche antenato, la famiglia Alonzi così l'interpretava vantandosene fino alla morte di Luigi, ultimo maschio e quindi ultimo “Chiavone” p. 7. Era figlio di Gaetano Alonzi e Concetta Lucarelli, nipote di Valentino Alonzi che era stato nominato nel 1799 luogotenente d'Isola del Liri dal brigante sanfedista Gaetano Mammone www.cassino2000.com. Trascorse sotto le armi la gioventù per diciassette anni, iniziando come soldato e congedandosi come secondo sergente del battaglione Cacciatori della Guardia realeScaccia, Maria Lucia - Il brigante Chiavone e la sua banda - in: AA. VV. - Quando c'erano i briganti - Edizioni Il Ruscello - Pagliara di Borgorose (RI) - 2000. Fu nominato guardia forestale nel comune di Sora, continuando l'attività del nonno Valentino.

Le condizioni socio-economiche del sorano Luigi si era "formato" all’ombra del nonno Valentino e delle sue radicate convinzioni. Valentino era fermamente convinto che i Mammone fossero stati vittime degli stessi che li avevano "spinti" e guidati: traditori della monarchia e della chiesa di cui lui era stato "eletto" paladino. Ne rimaneva autorizzato dai rischi mortali a cui si era esposto in gioventù per la difesa della Chiesa e della Corona, uno per tutti la difesa di Isola del Liri contro le soverchianti forze dei francesi nel 1799.

La Selva con abitanti era il più popoloso borgo extraurbano di Sora: una specie di paese nel paese, sorgeva ai piedi dei Preappennini che sovrastano la vallata in cui si adagia Sora. Su queste montagne correva il confine tra lo stato pontificio e il regno delle due Sicilie. Gli abitanti di questi borghi, situati sul confine, praticavano il contrabbando eludendo le dogane e i dazi e trovando sostentamento in tali traffici. Questi borghi rurali trovavano sostentamento nella pastorizia e in colture agricole di sussistenza per cui il tenore di vita era molto basso, rasentando la miseria.

Nonostante la zona del sorano costituisse l'area più industrializzata dell'intera penisola, nonché una tra le più rinomate dell'intera Europa dando lavoro a migliaia di operai, la fame nei ceti bassi si acuiva nelle annate di carestia con estati troppo secche e afose, creando condizioni di vita molto difficili per quest'ultimi.

"In dieci anni (1847-1856) nel circondario di Sora, che contava abitanti, si registrarono 345 "misfatti", come si chiamavano i reati gravi, e "delitti", reati per così dire minori. Vi erano compresi 21 omicidi riusciti, 13 mancati e ben violenze rubricate come minacce con percosse, ferite, stupri e sfregi." p. 32

In quel drammatico 1860, il popolo subì un grosso sconvolgimento politico, simile all’invasione francese del 1799, che lo mandò di nuovo in bestia.

Le prime azioni di Garibaldi erano state in effetti viste favorevolmente dal popolo. Ma a seguito di numerose chiusure forzate delle industrie del sorano, e l'atteggiamento ostile dei “liberatori”, il popolo fu incline al ritorno dei Borboni e si scatenò più forte che mai il fenomeno del brigantaggio filo-borbonico.

A causa dell'estrema povertà, ci furono alcune rivolte e un forte senso di disprezzo verso quelli che si presentavano come "liberatori", come dimostrato dalle numerose scritte su alcuni palazzi di Sora ed Isola del Liri, poiché i contadini pretendevano di avere in regalo la terra, che in realtà apparteneva ai grandi proprietari terrieri, spesso velocemente schieratisi dalla parte "piemontese".

I lavoratori della Terra di Lavoro erano i più danneggiati dalla crisi economica e politica seguita alla guerra. Così, al grido di "Piemontesi invasori, andatevene a casa!" prese il via la nuova repressione del popolo e brigantesca, che avrebbe avuto come protagonista Luigi Chiavone. p. 27-40

Inizio del brigantaggio Ultimi mesi del regno delle Due Sicilie Anche Chiavone, all'inizio della spedizione dei Mille, si era offerto come informatore al governo italiano, scrivendo una lettera al colonnello (poi generale) Giuseppe Govone, fu respinto. All'età di circa 35 anni, entrò in azione contando sull'appoggio e protezione della popolazione di confine.

Quando la notizia dell’ingresso di Garibaldi a Napoli e della fuga del re Francesco II asserragliatosi a Gaeta arrivò a Sora, i liberali si riunirono in piazza Santa Restituta formando un governo distrettuale provvisorio. Erano presenti Giuseppe Polsinelli industriale tessile di Arpino, già deputato al parlamento napoletano nel 1848 (sarà poi parlamentare nazionale per cinque legislature); i ricchi industriali liberali Alfonso Visocchi di Atina e Pasquale Pelagalli di Aquino, che faranno i deputati rispettivamente per nove e per cinque legislature; c’era lo scienziato Giustiniano Nicolucci di Isola del Liri; il sottointendente di Sora Giuseppe Colucci massimo funzionario borbonico del distretto, che fu nominato presidente del nuovo organismo democratico; inoltre Francesco Loffredo di Sora, Lorenzo Iacovelli di Picinisco, Giuseppe M. Polsinelli di Arpino, Alessandro Ferrari di Sora, Gaetano Pelagalli di Aquino, Federico Iucci di Cassino e Calcagni di Arce.Arduino Carbone, La città di Sora, Tipografia dell'Abbazia di Casamari, 1970, p. 197 Il mattino dell’8 settembre 1860, venne tenuto un comizio per illustrare gli intenti del governo provvisorio, e fu issata la bandiera nazionale in Piazza Santa Restituta.

A fine settembre Chiavone fu ricevuto alla corte di Gaeta personalmente dal re Francesco e dalla regina Maria Sofia di Baviera "Non abbiamo dimenticato il bene che Sora e gli Alonzi hanno fatto a noi. Chiediamo ancora il vostro aiuto. Ecco, S. E. il ministro Ulloa vi presenterà un segno tangibile della nostra gratitudine" e fu nominato capo di tutti i guardaboschi del distretto. Ora decine di guardaboschi erano sottoposti al suo comando. La nomina incendiò l’animo di Luigi che, tornato a Sora, iniziò la repressione piemontese nel territorio sorano.

Nel frattempo, la resistenza aveva messo in fuga i liberali, e molti di essi erano fuggiti da Sora.

Il 2 ottobre alle 15,30, quando gran parte della colonna borbonica con La Grange, arrivarono alle porte di Sora. Luigi Chiavone alla testa della "numerosissima popolazione che gridava Viva il Re!", si recò nella sede della guardia nazionale gettando a terra il tricolore italiano.

La spedizione giunta a Sora aveva il duplice compito di allontanare i sostenitori dei piemontesi e difendere le posizioni in Terra di Lavoro e Marsica non ancora occupate dai garibaldini coprendo le spalle all'esercito borbonico attestato sul Volturno. Guidata dal generale Luigi Scotti Douglas e da la Grange, era costituita in totale da un battaglione di guardie di polizia di Sicilia, e da altri tre di reclute, con reclutamento nella popolazione di volontari.

La Grange era figlio naturale del principe Ludovico Ferdinando di Prussia e di Maria Adelaide de La Grange. Per aver lasciato il protestantesimo e abbracciato la fede cattolica nel 1826 si era dovuto trasferire a Roma come capo di stato maggiore dell'esercito pontificio. Nel 1855 era passato all’esercito Borbonico con il grado di colonnello.

La notte del 3 ottobre, Chiavone e la sua banda forte di 80 uomini, si diedero alla caccia dei liberali fuggiti da Sora. Ne catturarono cinque in una località della Valle Roveto quattro laici ed un sacerdote che furono ricondotti a piedi a Sora dove giunsero nella tarda mattina del 4 ottobre e, dopo essere stati costretti ad un lungo giro per esporli al ludibrio del popolo, furono consegnati a La Grange che li rilasciò.

Qualche giorno dopo Chiavone ebbe modo di dimostrare appieno le sue capacità. La Grange, avendo espletato la parte poliziesca del suo compito con l’arresto di alcuni liberali e la requisizione dei loro beni, lasciò Sora e si avviò con la sua colonna lungo la Valle Roveto per andare ad occupare la sua posizione strategica nella Marsica. Chiavone, con 100 uomini, fungeva da scorta seguendolo dall'alto.

Garibaldi come contromisura aveva mandato circa 700 soldati capeggiati da Teodoro Pateras e Giuseppe Fanelli, ad Avezzano.

Il 6 ottobre ci fu lo scontro, i garibaldini non ressero l’urto, ma si stavano abilmente disimpegnando, quando dai lati delle montagne scesero urlando e sparando gli uomini di Chiavone che uccisero e misero in fuga l’intero contingente. I garibaldini persero un centinaio di uomini fra morti e feriti.

A Gaeta, furono favorevolmente impressionati dalla vittoria di Civitella, il re ricevette con favore la visita di La Grange accompagnato da Chiavone, ma conferì col ministro Ulloa che gli consegnò 450 fucili dicendogli «Sora e la sua gente sono troppo importanti per Sua Maestà. Fate onore alle vostre belle tradizioni. Noi mettiamo i fucili, voi il coraggio. So che ne avete!». p. 52

Sora era stracolma di armati. Gli uomini di La Grange erano rientrati in città dopo lo scontro di Civitella e il 9 ottobre era arrivato, da Cassino, il generale Scotti con il resto della colonna e tale concentrazione stava creando malcontento per le requisizioni imposte alla popolazione, vista l’impossibilità di altri rifornimenti. Il Regno delle Due Sicilie era di fatto ridotto alla sola Terra di Lavoro insieme a qualche ristretta zona dell’Abruzzo e del Molise. Per fortuna, nel giro di qualche giorno il generale Luigi Scotti Douglas ripartì per il Molise e La Grange per la Marsica (19 ottobre)

Il circondario di Sora fu affidato al controllo di Chiavone, appoggiati da una trentina di siciliani lasciati da La Grange e da un quarto battaglione in via di formazione.

La Grange, nella Marsica, sconfisse i garibaldini in una serie di scontri minori, viceversa Scotti al comando del grosso della spedizione, il giorno 20 ottobre fu attaccato, sconfitto e fatto prigioniero al passo del Macerone dall'avanguardia dell'esercito piemontese guidato dai generali Enrico Cialdini e Manfredo Fanti. In quell'occasione il Cialdini, inaugurò la politica antiguerriglia adottata successivamente facendo fucilare immediatamente alcuni paesani trovati con le armi.

Il plebiscito di annessione Il 21 ottobre i sudditi dell'ex regno delle due Sicilie votarono con plebiscito la propria annessione al regno di Sardegna. Ma il distretto di Sora rimaneva borbonico, la sera del 21 arrivò a Sora da Gaeta un ufficiale borbonico con la notizia che Garibaldi era stato battuto e fatto prigioniero e che Francesco II sarebbe ritornato a Napoli il 25 seguente, sotto la scorta di navi francesi. Era propaganda fraudolenta, Napoleone III di Francia stava pensando di sgomberare almeno momentaneamente il campo.