Insieme con Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini e Gilberto Zorio, ha fatto parte del gruppo Arte povera. Allo stesso tempo è stato anche uno dei primi a distaccarsene.

Le sue opere più celebri sono arazzi di diverso formato in cui sono inserite, suddivise in griglie, frasi e motti inventati dall'artista (per es. Il progressivo svanire della consuetudine, Dall'oggi al domani, Creare e ricreare, Non parto non resto, Ho sete di fuoco, Ho fame di vento ecc).

Boetti propone a sé stesso dei sistemi nei quali agire, spesso coinvolgendo altre persone. Oppure sono la geografia, la matematica, la geometria, i servizi postali, a fornire la piattaforma delle proprie scelte. Il suo lavoro mette in discussione il ruolo tradizionale dell'artista, interrogando i concetti di serialità, ripetitività e paternità dell'opera d'arte.

Dopo l'opera Gemelli il filo comune che lega molti suoi lavori è sottendere nel processo creativo un dualismo di intenti. Questo avviene specialmente dopo la sperimentazione con i materiali poveri quando Boetti si trasferisce nella capitale e decide di ripartire veramente da qualcosa di semplice, una matita e un foglio di carta quadrettato.

I meccanismi che inventerà per i suoi lavori sono strutture di pensiero applicabili alle cose senza potersi esaurire. Una volta reso chiaro il principio che li genera si staccano da schemi soggettivi e permettono la libertà di autogenerarsi come le cose della natura

Boetti ha visto la pittura come un "tradimento" degli ideali (artistici e politici) esplosi nel Sessantotto: dipingere rappresenta una sorta di distacco dal mondo reale, un distacco da guardare con disprezzo, per chi - come lui - si sente direttamente coinvolto dal presente e dalla cronaca.

Biografia Boetti proviene da famiglia nobile (lui stesso era conte) e nasce a Torino da Corrado Boetti, di professione avvocato, e Adelina Marchisio, violinista diventata ricamatrice. Autodidatta, approda all'arte dopo aver abbandonato gli studi di Economia e Commercio dell'Università di Torino. Fra le sue letture preferite filosofia, alchimia e esoterismo, Hermann Hesse, Paul Klee, si appassiona fin da giovane alla matematica e alla musica.

A diciassette anni scopre l'arte tantrica, gli acquarelli di Wols e poi i tagli di Fontana visti alla galleria Galatea di Torino. Il suo sguardo è già rivolto alle culture extra-europee, soprattutto orientali, Medio ed Estremo Oriente e africane. Grande viaggiatore, subisce il fascino della figura di un suo antenato del XVIII secolo, il monaco domenicano Giambattista Boetti, missionario in terre caucasiche sotto il nome di 'Profeta Mansur'.

A vent'anni dipinge paesaggi ad olio influenzato dal pittore russo Nicolas De Staël. Studia e pratica incisione a Parigi. In terra di Francia a Vallauris, dove l'artista si reca per comprare delle ceramiche da rivendere in Italia, conoscerà la sua futura moglie Annemarie Sauzeau, è il 1962.

Anni sessanta Fra il 1963 e il 1965 sperimenta con materiali quali il gesso, la masonite, plexiglas e congegni luminosi. Le sue prime opere sono disegni su carta a china di oggetti industriali per la registrazione come microfoni, cineprese o macchine fotografiche (saranno esposti per la prima volta soltanto nel 1981 a Parigi); incisioni e monotipi, tutti realizzati nell'appartamento-studio di via Principe Amedeo, a Torino. Nel 1964 si sposa.

Al 1966 appartengono suoi primi lavori tridimensionali: Catasta, Scala, Sedia, Ping Pong e Lampada annuale sono opere seminali per il periodo: l'impiego di materiali industriali come l'eternit, il riferimento a oggetti di uso quotidiano privati del loro scopo, l'applicazione di gesti semplici come il raddoppiare, l'accumulare, il dilatare.

Il 19 gennaio 1967 esordisce con una personale alla Galleria Christian Stein di Torino e partecipa a tutte le collettive del gruppo Arte povera, (Torino, Milano, Genova). Zig-Zag, Dama, Legno e ferro 8, Boetti formula le basi della sua attitudine con la materia. Manifesto 1967 è un'opera volutamente ermetica, alcuni simboli di cui non ci è dato capire il significato seguono il nome di alcuni artisti italiani vicini a Boetti. Visione panoramica per inquadrare una generazione, un movimento, quello poverista ma non solo, e il desiderio di aprirsi a nuove modalità. Si delinea un interesse più sincero verso la scrittura e la bidimensionalità piuttosto che per l'oggetto e la scultura. Nello stesso anno fa lunghi soggiorni nelle Cinque Terre e poi a dicembre la seconda personale alla Galleria La Bertesca di Genova.

Il 1968 è l'"apogeo di un anno barocco al massimo; dopo la fine". Nella primavera spedisce ad una cinquantina di amici la cartolina postale Gemelli, la quale attraverso un fotomontaggio mostra l'artista che tiene per mano un altro sé stesso. Sul retro scrive frasi come "De-cantiamoci su" oppure "Non marsalarti". Realizza opere utilizzando materiali come metallo, vetro, legno e cemento. Si susseguono a ritmo serrato le mostre: personali, a febbraio nuovamente da Stein, ad aprile a Milano da Franco Toselli. Collettive, a Roma, Bologna e Torino.

Nel settembre 1968 muore a Roma in un incidente di moto Pino Pascali. Nel 1969 alla Kunsthalle di Berna inaugura la mostra collettiva "When Attitude Become Form" curata da Harald Szeemann. L'apice toccato dal movimento dell'arte povera consentirà d'ora in poi ai suoi singoli artisti, di percorrere ognuno il proprio percorso artistico a livello internazionale. Boetti appunto è uno dei più precoci a trovare una propria indipendenza artistica. Il 19 aprile da Sperone presenta la nuova opera Niente da vedere, niente da nascondere, una vetrata da appoggiare alla parete che invita alla contemplazione.

Sempre avvolta da una meditazione Zen è l'esecuzione dell'opera Cimento dell'armonia e dell'invenzione (titolo dell'opera n.8 di Vivaldi che comprende i concerti delle Quattro Stagioni) che consiste nel ricalcare a matita i quadretti di venticinque fogli 70×50 cm. Al termine dell'operazione viene annotata la durata dell'operazione, infatti il primo esemplare si intitolava 42 ore ed era accompagnato dalla registrazione dei pochi suoni che avevano accompagnato la sua creazione. A luglio nasce il primo figlio Matteo. Colora ad acquarello e pastelli un planisfero politico utilizzando le bandiere degli stati nella loro collocazione geografica.

Anni settanta Nel 1970 la serie dei Viaggi postali (o Dossier postaleOpera concepita e “formalizzata” dal designer italiano Clino T. Castelli, su richiesta di Alighiero Boetti, per ordinare e visualizzare le riproduzioni xerografiche delle lettere del suo dossier postale composto da grandi buste “a cipolla”, oggi presenti nella collezione permanente del Museum of Modern Art (MoMA) di New York.) iniziata l'anno prima si conclude. Inizia i primi lavori in cui i francobolli apposti sulle buste esaudiscono tutte le possibili combinazioni e permutazioni. "Ho usato i francobolli per i loro colori come un artista usa un pennello o i pastelli".(Interview with Alighiero Boetti, "Art Agency Toyo", giugno 1980)

A maggio è a Lucerna nella mostra "Processi di pensiero visualizzati" a cura di J.C. Ammann.

Estate 70 è un rotolo di venti metri dove migliaia di bollini autoadesivi colorati sono disposti per gioco combinatorio su una superficie quadrettata. Un meccanismo colorato che ha dei precedenti ad esempio in Dama (1967). Come il titolo ci suggerisce l'esecuzione di questo lungo rotolo fu il risultato di un'estate di lavoro trascorsa nella galleria milanese Toselli.

Alla fine dell'estate è l'idea di spingersi nella catalogazione di una parte della geografia molto controversa, la lunghezza dei grandi fiumi. Insieme alla moglie inizia un lungo lavoro che sfocerà, appunto solo nel 1977, nel libro in 500 esemplari Classificando i mille fiumi più lunghi del mondo.

Realizza il video Ciò che sempre parla in silenzio è il corpo, Boetti di spalle è ripreso nell'atto di scrivere questa frase con entrambe le mani in modo speculare.

A novembre è la volta della mostra "Vitalità del negativo", Palazzo delle Esposizioni di Roma a cura di Achille Bonito Oliva

Nel 1971 termina l'opera in progress Dodici forme a partire dal 10 giugno 1967 che formalizza il crescente interesse per l'intreccio politica, geografia e informazione.

Compie una serie di viaggi, il Guatemala, l'Oriente e poi un po' per caso il 15 marzo parte per l'Afghanistan dove rimarrà più di un mese. Considerata dall'artista come una seconda patria vi si recherà frequentemente due volte all'anno fino al 1979. A Kabul nasce il suo primo ricamo su tessuto, ma Boetti inizia con la fine, 16 dicembre 2040 - 11 luglio 2023: due pezze di stoffa riportano il centenario della sua data di nascita e quella presunta per la sua morte. Intrecciato a questo lavoro è quello dei telegrammi che prende inizio dopo il suo ritorno.

Il 4 maggio 1971, primo telegramma ("2 giorni fa era il 2 maggio 1971") della sequenza che durerà tutta la vita dell'artista. La regola del raddoppio implica, per il 6 maggio, un secondo telegramma ("4 giorni fa era il 2 maggio 1971"), poi "8 giorni fa", "16 giorni fa" ... Così i primi sei telegrammi sono concentrati nel primo anno, il settimo e l'ottavo nel 1972...("Alighiero e Boetti, una vita", A.M. Sauzeau).

A settembre riparte con la moglie per l'Afghanistan con il progetto dell'opera Mappa, il planisfero del mondo nel quale ogni nazione è tessuta con i colori della propria bandiera (come nel precedente lavoro su carta). Oggi conservata nel prestigioso Castello di Rivoli, questa prima storica versione fa parte della Collezione A.M. Sauzeau.

Il perimetro del tessuto di questi lavori è arricchito da un testo ricamato colorato con la firma, la data, il luogo di esecuzione e un'eventuale dedica o elementi narrativi, a volte in italiano, a volte frasi dal persiano o afghano.

Boetti intreccia anche rapporti con le persone del posto, non solo le giovani ricamatrici della scuola della signora Kandi, con le quali dà vita ad una fiorente Factory afghana, ma improvvisandosi imprenditore alberghiero apre nel quartiere residenziale Sharanaw a Kabul il One Hotel. Gestito dal giovane Dastaghir Gholam che suggerisce anche il nome, lo stesso che scriverà il diario 'nomade' e spedirà le lettere per l'opera 720 lettere da Kabul.

Nel 1972 inizia la realizzazione dei lavori a biro con Mettere al mondo il mondo e i ricami basati sulla quadratura di parole e frasi, come Ordine e disordine.

In autunno si trasferisce a Roma, le finestre del suo studio danno sul campanile di Santa Maria in Trastevere. Inizia a firmarsi "Alighiero e Boetti", compiendo così la quadratura del suo nome e cognome, che diventa di 16 lettere, e contemporaneamente il suo sdoppiamento simbolico fra sfera privata, il nome e sfera pubblica, il cognome. Partecipa ad aprile alla collettiva "De Europa" da John Weber a New York e in estate alla XXXVI Biennale di Venezia. Nasce la sua seconda figlia Agata. A dicembre Gian Enzo Sperone inaugura la sua nuova galleria a Roma in piazza Santi Apostoli.

Fra il 1973 e il 1974 le opere di Boetti proliferano in crescendo espandendosi sia per delega, di mani e teste altrui, sia attraverso una personale realizzazione.

Realizza "carte massaggiate", ricalco su carta di oggetti di piccole dimensioni attraverso la tecnica del frottage. Gli strumenti spesso usati sul suo tavolo di lavoro diventano i soggetti di queste opere: forbici, compasso, ecc. Proseguono i lavori realizzati con più tecniche in cui geometria e matematica si auto-organizzano in composizioni colorate. Autodisporsi, Da uno a dieci e Alternando da uno a cento e viceversa. La carta quadrettata abbandonata dal '69 ritorna ad essere il supporto di queste esplorazioni aritmetiche.