Per età giolittiana s'intende quel periodo della storia italiana che va dal 1901 al 1914, un quattordicennio che prese il nome dai governi guidati da Giovanni Giolitti, esponente liberale, che caratterizzarono la vita politica italiana del primo Novecento, sino alla vigilia della prima guerra mondiale. In questo periodo Giolitti presiedette tre governi (1903-1905; 1906-1909; 1911-1914), ma anche nei periodi in cui non fu a capo dell'esecutivo egli mantenne comunque la sua preminenza sulla politica italiana. Tale periodo s'inserisce nell'ultima fase della Sinistra storica: l'età giolittiana fu preceduta da un primo governo transitorio guidato da Giolitti sul finire del XIX secolo; un ultimo governo Giolitti si avrà nel 1920-1921, poco prima della marcia su Roma.

L'età giolittiana fu caratterizzata da una notevole crescita economica e sociale. Essa seguì la "crisi di fine secolo" alla fine dell'età umbertina (1878-1900) e si svolse nell'ultima parte di quel periodo chiamato, a livello continentale in Europa, Belle Époque. Per quanto concerne il colonialismo italiano, vi fu il proseguimento della colonizzazione della Somalia e soprattutto, nel 1911-1912, la guerra di Libia.

I cambiamenti Giolitti I (maggio 1892 - dicembre 1893)

L'inizio del primo ministero di Giovanni Giolitti coincise sostanzialmente con la prima vera disfatta del governo di Francesco Crispi, messo in minoranza nel febbraio del 1891 su una proposta di legge di inasprimento fiscale. Dopo Crispi, e dopo una breve parentesi (6 febbraio 1891 - 15 maggio 1892) durante la quale il Paese fu affidato al governo liberal-conservatore del marchese Antonio Starabba di Rudinì, il 15 maggio 1892 fu nominato Primo ministro Giovanni Giolitti, allora ancora facente parte del gruppo crispino.

Il suo rifiuto di reprimere con la forza le proteste che, nel frattempo, attraversavano estesamente il Paese e che, il più delle volte, si riversavano nelle piazze (vedi il paragrafo L'ideologia politica) a causa di una generale crisi economica che faceva salire, fra l'altro, il costo dei beni di prima necessità; le voci che lo indicavano come propositore di una tassa progressiva sul reddito (motivi, entrambi, che gli alienarono il consenso dei ceti dirigenti borghesi-imprenditoriali e dei proprietari terrieri, che vedevano in lui una minaccia ai propri interessi economici) e, infine, lo scandalo della Banca Romana che gli valse accuse di aver "coperto" irregolarità fiscali (prima con il suo dicastero delle finanze e poi con una costante riluttanza all'apertura di inchieste parlamentari) lo travolsero in pieno, facendo crollare la base del consenso su cui poggiava la sua ancora giovane politica, e lo costrinsero a dimettersi a poco più di un anno e mezzo dalla nomina, il 15 dicembre 1893.

Tra il Giolitti I ed il Giolitti II: la crisi di fine secolo Di fronte alle debolezze mostrate da Giolitti, gli elettori (ancora relativamente pochi, a causa del suffragio ristretto) vollero di nuovo affidarsi al governo autoritario di Crispi, per tentare di porre fine ai continui disordini causati dai lavoratori. La politica estera di Crispi, aggressiva e colonialista, lo portò in Eritrea, ma una serie di sconfitte culminate con quella di Adua (1º marzo 1896) ne causarono le dimissioni. Il periodo che va da questo momento sino al 1901, quando Giolitti ritornò al governo come ministro dell'interno, è comunemente indicato come la "crisi di fine secolo": un periodo di recessione economica contribuì infatti all'aumento della tensione sociale e politica, che produsse i moti di Milano del 1898 e si tradusse nella successione di più governi (tra cui quello autoritario di Luigi Pelloux), in pochi anni.

Il 4 febbraio 1901 il pronunciamento di Giolitti alla Camera, emblematico della sua ideologia, contribuì alla caduta del governo Saracco, responsabile di aver ordinato lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova.

L'età giolittiana Già a partire dal governo Zanardelli (15 febbraio 1901 - 3 novembre 1903), Giolitti ebbe una notevole influenza che andava oltre quella propria della sua carica di ministro dell'interno, anche a causa dell'avanzata età del Presidente del consiglio. Giolitti II (novembre 1903 - marzo 1905)

Il 3 novembre 1903 Giolitti ritornò al governo, ma questa volta si risolse per una svolta radicale: si oppose, come prima, alla ventata reazionaria di fine secolo, ma lo fece dalle file della Sinistra e non più del gruppo crispino.

Questo cambiamento gli consentì di seguire un po' più agevolmente quella politica che si era proposta già all'epoca del suo primo mandato: conciliare gli interessi della borghesia con quelli dell'emergente proletariato (sia agricolo che industriale); a questo proposito è notevole come Giolitti sia stato il primo a proporre l'entrata nel suo governo come ministro al socialista Filippo Turati, che comunque rifiutò, convinto che la base socialista non avrebbe capito una sua partecipazione diretta ad un governo liberale borghese. Tuttavia, nonostante l'opposizione della corrente massimalista, in quel periodo minoritaria, Turati appoggiò dall'esterno il governo Giolitti, che in questo contesto poté varare norme a tutela del lavoro (in particolare infantile e femminile), sulla vecchiaia, sull'invalidità e sugli infortuni; i prefetti furono invitati ad usare maggiore tolleranza nei confronti degli scioperi a condizione che non turbassero l'ordine pubblico; nelle gare d'appalto furono ammesse le cooperative cattoliche e socialiste.

L'apertura nei confronti dei socialisti fu di fatto una costante di questa fase di governo: Giolitti programmava, infatti, di estendere il consenso del governo tra queste aree popolari e in particolare presso quelle aristocrazie operaie che, grazie ad una migliore retribuzione salariale e, quindi, a un migliore tenore di vita, raggiungevano il reddito minimo che consentiva il diritto di voto. Giolitti era infatti convinto che non fosse utile a nessuno tenere bassi i salari perché, da un lato, non avrebbero consentito ai lavoratori di condurre una vita dignitosa e, dall'altro, avrebbero danneggiato il mercato provocando una sovrapproduzione di beni (perché non ci sarebbe stato un adeguato incremento del potere d'acquisto delle classi lavoratrici).

Per la riuscita di questo suo progetto occorrevano due condizioni: la prima che i socialisti rinunciassero alle loro proclamate volontà rivoluzionarie, che del resto non avevano mai neppure accennato a tradurre in atto anche nelle più favorevoli occasioni insurrezionali (come quelle da poco presentatesi con la rivolta dei Fasci siciliani),Di questa rivolta popolare siciliana, si era occupato negli anni 1892-1893 Giolitti alla sua prima presidenza del consiglio, non intervenendo direttamente a reprimerla, ma lasciando che si esaurisse da sola. La ribellione che pure era caratterizzata da una vasta partecipazione di tutte le classi, continuò e si estese a tutta l'isola ma alla fine fallì per la repressione operata da Crispi, al suo secondo governo, con l'invio di 50000 uomini dell'esercito, ma soprattutto perché non ebbe una guida politica organizzata come quella del partito socialista che vedeva sconfessate le sue teorie operaiste secondo le quali avrebbero dovuto essere gli operai del Nord a mettere in atto la rivoluzione proletaria. I socialisti, comunque accusati da Crispi di aver fomentato la rivolta e messi al bando, rigettarono le accuse di ogni loro coinvolgimento pur assumendosene la "responsabilità morale". la seconda che la borghesia italiana fosse disponibile a rinunciare, almeno in piccola parte, ai suoi privilegi, in favore di una politica di riforme moderate.

La situazione storica che attraversava il partito socialista, spaccato tra massimalisti rivoluzionari e turatiani riformisti, favorì il programma giolittiano di coinvolgere in qualche misura questi ultimi nella guida del Paese, ma tra l’altro lo condizionò (come apparve chiaro dagli spostamenti a destra o a sinistra del suo governo a seconda di quale corrente prevalesse nei periodici congressi del partito). Giolitti riproponeva, in un differente contesto, la politica del trasformismo di Depretis, nel tentativo di isolare l'estrema sinistra e dividere i socialisti, associandoli al governo.

Tuttavia Filippo Turati, che pure in un discorso del 22 maggio 1907 aveva dichiarato alla Camera che le trasformazioni sociali dovessero avvenire «per una via di evoluzione, di penetrazione, di sostituzione graduale», in quanto egli pensava che la violenza rivoluzionaria «avesse una funzione clamorosa e decorativa, assai più che una funzione sostanziale», non soddisfece appieno le aspettative di Giolitti, rifiutando chiaramente la partecipazione diretta al governo, che preferì appoggiare dall'esterno, temendo, se avesse invece accettato il ministero offertogli, ripercussioni sulla propria base elettorale, che sarebbe rimasta scandalizzata da un aperto sostegno socialista a un governo liberale di "padroni".

A questo proposito la critica storiografica nota come, da queste migliori condizioni sociali, rimanessero esclusi i lavoratori meno qualificati (in particolare quelli meridionali), di fatto spesso e volentieri emarginati dai progetti politici di Giolitti (e che andarono a confluire nei partiti massimalisti).

Le agitazioni sociali

Gli scioperi che si susseguirono negli anni 1901 e 1902 sia nel settore agricoloPer l'agricoltura era rimasto a vantaggio degli agrari il rigido protezionismo voluto da Crispi. sia in quello industriale, tanto nel più sviluppato Nord che nel Sud del Paese, dimostravano che tutta la floridezza economica e le riforme giolittiane non arrivavano ad incidere in profondità sulla precaria situazione della società italiana, soprattutto di quella meridionale, abbandonata a se stessa e spesso interpellata solo come mero serbatoio di voti da ottenere con la corruzione dei deputati meridionali, gli "àscari".Con questo termine s'indicavano le truppe coloniali di colore. La parola usata a proposito dei deputati voleva indicarne la complicità e sottomissione interessata al governo. del governo, con le pressioni dei prefetti, della mafia e della camorra. Gli intellettuali meridionali non si stancavano di accusare Giolitti persino di connivenza con la criminalità, come scriverà anche Gaetano Salvemini,G.Salvemini, Il ministro della mala vita: notizie e documenti sulle elezioni giolittiane nell'Italia meridionale, 1910 definendolo «ministro della malavita». Opposto il giudizio di Benedetto Croce, che nella sua Storia d'Italia dal 1870 al 1917 giudicherà gli anni del governo Giolitti, dal 1904 al 1914, un «decennio felice»

Le riforme moderate non bastavano più: il Paese aveva l'esigenza di riforme radicali strutturali, che, se non avessero soddisfatto le esigenze della popolazione più povera, avrebbero causato quella estremizzazione delle classi sociali che, dopo l'intervallo drammatico della prima guerra mondiale, giungerà al culmine nel Primo dopoguerra con la rivoluzione fascista "preventiva" del ceto medio contro i presunti sovversivi di sinistra.

I primi segni di questo fenomeno storico furono probabilmente quelle contraddizioni che caratterizzarono l'età giolittiana tra governi riformisti e conservatori. Non a caso il 1904 fu l'anno del primo sciopero generale della storia italiana voluto per motivi politici dai sindacalisti rivoluzionari di Arturo Labriola, nella speranza che fungesse da stimolo per una rivoluzione proletaria. Però il calcolo politico fallì dinanzi alla tattica giolittiana di lasciare esaurire e sfogare lo sciopero, limitandosi a garantire l'ordine pubblico.

Tra il Giolitti II ed il Giolitti III