Alberti fa parte della seconda generazione di umanisti (quella successiva a Vergerio, Leonardo Bruni, Poggio Bracciolini, Francesco Barbaro), di cui fu una figura emblematica per il suo interesse nelle più varie discipline.
Fu animato da un costante interesse per la ricerca di regole, teoriche o pratiche, in grado di guidare il lavoro degli artisti. Nelle sue opere, perciò, fornì alcuni canoni. Ad esempio, nel De statua espose le proporzioni del corpo umano, nel De pictura diede la prima definizione della prospettiva scientifica e, infine, nel De re aedificatoria (opera cui lavorò fino alla morte, nel 1472), descrisse tutta la casistica relativa all'architettura moderna, sottolineando l'importanza del progetto e le diverse tipologie di edifici a seconda della loro funzione. Tale opera lo renderà immortale nei secoli e motivo di studio a livello internazionale da artisti come Eugène Viollet-le-Duc e John Ruskin. Come architetto, Alberti viene considerato, accanto a Brunelleschi (1377-1446), il fondatore dell'architettura rinascimentale.
L'aspetto innovativo delle sue proposte, in ambito sia architettonico sia umanistico, consisteva nella rielaborazione moderna dell'antico, il quale veniva ricercato come modello da emulare e non semplicemente da replicare.
Egli lavorò per committenti quali i Gonzaga a Mantova e a Firenze (per la tribuna della Santissima Annunziata), i Malatesta a Rimini, i Rucellai a Firenze.
Biografia La formazione umanistica
Leon Battista nacque a Genova nel 1404, figlio naturale di Lorenzo Alberti, proveniente da una ricca famiglia di mercanti e banchieri fiorentini banditi dalla città toscana a partire dal 1388 per motivi politici, e di Bianca Fieschi, appartenente invece ad una delle più illustri casate genovesi.
I primi studi furono di tipo letterario, dapprima a Venezia e poi a Padova, alla scuola dell'umanista Gasparino Barzizza, dove apprese il latino e forse anche il greco.Cecil Grayson, Studi su Leon Battista Alberti, Firenze, Olschki, 1998, pag.419-433 Si trasferì poi a Bologna dove studiò diritto canonico, coltivando parallelamente il suo amore per molte altre discipline quali la musica, la pittura, la scultura, la matematica, la grammatica e la letteratura in generale. Si dedicò all'attività letteraria sin da giovane: a Bologna, infatti, già intorno ai vent'anni scrisse una commedia in latino, la Philodoxeos fabula che inizialmente fece passare come opera antica rinvenuta in un manoscritto. Compose anche in latino il Momus, un originalissimo e avvincente romanzo mitologico, e le Intercoenales; in volgare, compose un'importante serie di dialoghi (De familia, Theogenius, Profugiorum ab ærumna libri, Cena familiaris, De iciarchia, dai titoli rigorosamente in latino) e alcuni scritti amatori, tra cui la Deiphira, ove raccoglie i precetti utili a fuggire da un amore mal iniziato.
Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1421, Alberti trascorse alcuni anni di difficoltà, a causa di forti contrasti con i parenti che non volevano riconoscere i suoi diritti ereditari né favorire i suoi studi. In questi anni coltivò soprattutto gli studi scientifici, astronomici e matematici. Sembra si sia tuttavia concretamente laureato in diritto canonico nel 1428 a Bologna, o forse a Ferrara, nonostante le difficoltà economiche e di salute. Tra Padova e Bologna strinse amicizie con molti importanti intellettuali, come Paolo Dal Pozzo Toscanelli, Tommaso Parentuccelli, futuro papa Nicolò V e probabilmente Niccolò Cusano.
Per gli anni 1428-1431 poco si sa. Potrebbe essersi recato a Firenze dopo il ritiro, nel 1428, del bando contro gli Alberti. Anche se poco probabile, alcuni storici pensano che abbia fatto parte del seguito del cardinal Albergati e abbia viaggiato in Francia e nel Nord Europa.
A Roma Nel 1431 diventò segretario del patriarca di Grado e reggente della cancelleria pontificia Biagio Molin. Nel 1432 Alberti è documentato a Roma al seguito dell'alto prelato che lo fece anche nominare abbreviatore apostolico (figura che aveva il compito di redigere i brevi apostolici). Così entrò nel prestigioso ambiente umanistico della curia di papa Eugenio IV, che (sempre nel 1432) tolse con apposita bolla l'impedimento che vietava ad Alberti, figlio illegittimo, di assumere gli ordini sacri e lo nominò titolare della pieve di San Martino a Gangalandi a Lastra a Signa, nei pressi di Firenze, beneficio di cui godette fino alla morte, mettendo fine alle sue ristrettezze economiche.
Anche in seguito visse prevalentemente a Roma ma spostandosi per periodi anche lunghi e per varie incombenze a Ferrara, Bologna, Venezia, Firenze, Mantova, Rimini e Napoli.
La permanenza a Roma lo spinse a interessarsi grandemente alle architetture classiche e quindi alle arti e all'architettura.
Le prime opere letterarie
Tra il 1433 e il 1434, scrisse in pochi mesi i primi tre libri de Familia, un dialogo in volgare in cui riprende il modello di Marco Tullio Cicerone, in particolare del De oratore, completato con un quarto libro nel 1437. Il dialogo è ambientato a Padova, nel 1421; vi partecipano vari componenti della famiglia Alberti, personaggi realmente esistiti, che si scontrano su due visioni diverse: da un lato la mentalità moderna e borghese, dall'altro la tradizione aristocratica e legata al passato. L'opera offre un'analisi dei principali aspetti e istituzioni della vita sociale dell'epoca:
l'educazione dei figli; il matrimonio; le attività economiche; le relazioni sociali che una famiglia deve sapere amministrare per mantenere il suo ruolo politico;
L'opera ha, dunque, una funzione pedagogica: gli anziani della famiglia trasmettono la loro esperienza alle nuove generazioni tramite un lessico ricco d'immagini.
Alberti esprime qui un punto di vista filosofico pienamente umanistico, che ricorre in tutte le sue opere di carattere morale, che consiste nella convinzione che gli uomini siano responsabili del proprio destino, e che la virtù sia insita nell'uomo e debba essere realizzata attraverso l'operosità, la volontà e la ragione.
A Firenze
Tra il 1434 e il 1443 l'Alberti visse prevalentemente a Firenze e Ferrara, al seguito della curia papale, per la partecipazione al Concilio, ossia alle sedute ferrarese e fiorentina del concilio ecumenico (1438-39) che avevano come obiettivo quello di far riappacificare la chiesa latina e le chiese cristiano-orientali, in particolare quella greca.
In questo periodo l'Alberti assimila parte della cultura fiorentina, cercando (con moderato successo) d'inserirsi nell'ambiente intellettuale e artistico della città; sono verosimilmente gli anni in cui nascono i suoi interessi artistici, che si traducono da subito nella duplice redazione (latina e volgare) del De pictura (1435-36). Nel prologo della versione in volgare, dedica l'opera a Brunelleschi e menziona anche i grandi innovatori delle arti del tempo: Donatello, Masaccio (morto già nel 1428) e i Della Robbia.
Intorno al 1443, al seguito del pontefice Eugenio IV lasciò Firenze, ma con continuò ad avere intensi rapporti con la città legati anche ai cantieri dei suoi progetti.
De pictura
L'opera De pittura venne scritta tra il 1435 e il 1436 verosimilmente prima in latino e tradotta solo successivamente in volgare. La redazione latina, più importante e ricca, venne dedicata al Gonzaga marchese di Mantova, mentre per quella volgare Alberti redasse una dedica al Brunelleschi che, trasmessa da un solo codice strettamente legato al laboratorio personale di Alberti, forse non fu mai inviata.
Il De pictura rappresenta la prima trattazione di una disciplina artistica non intesa solo come tecnica manuale, ma anche come ricerca intellettuale e culturale. Sarebbe difficile immaginarla fuori dallo straordinario contesto fiorentino, scritta da un autore diverso da Alberti, grande intellettuale umanista e artista egli stesso, anche se la sua attività nel campo delle arti figurative—attestata (benché in modi non lusinghieri) già dal Vasari—dovette essere ridotta.
Il trattato è organizzato in tre libri.L.B. Alberti, De pictura, a cura di C. Grayson, Laterza, 1980: versione on line Il primo contiene la più antica trattazione della prospettiva. Nel secondo libro Alberti tratta di “circoscrizione, composizione, e ricezione dei lumi”, cioè dei tre principi che regolano l'arte pittorica: la circumscriptio che consiste nel tracciare il contorno dei corpi; la compositio, cioè il disegno delle linee che uniscono i contorni dei corpi e perciò la disposizione narrativa della scena pittorica, la cui importanza è qui espressa per la prima volta con piena lucidità intellettuale; la receptio luminum tratta dei colori e della luce. Il terzo libro è relativo alla figura del pittore di cui si rivendica il ruolo di vero artista e non, semplicemente, di artigiano.
Con questo trattato Alberti influenzerà non solo il Rinascimento ma tutto quanto si sarebbe detto sulla pittura sino ai nostri giorni.
La questione del volgare Pur avendo scritto numerosi testi in latino, lingua della quale riconosceva il valore culturale e le specifiche qualità espressive, Alberti fu un fervente sostenitore del volgare. La duplice redazione in latino e in volgare del De pictura manifesta il suo interesse per il dibattito allora in corso tra gli umanisti sulla possibilità di usare il volgare nella trattazione di ogni materia. In un dibattito avvenuto a Firenze tra gli umanisti della curia, Flavio Biondo aveva affermato la diretta discendenza del volgare dal latino e Alberti, ne dimostra genialmente la tesi componendo la prima grammatica del volgare (1437-41), e ne riprende gli argomenti difendendo l'uso del volgare nella dedicatoria del libro III de Familia a Francesco d'Altobianco Alberti (1435-39 circa).
Da qui deriva la significativa esperienza del Certame coronario, una gara di poesia sul tema dell'amicizia organizzata a Firenze nell'ottobre 1441 dall'Alberti con il più o meno tacito concorso di Piero de' Medici, una gara che doveva servire all'affermazione del volgare, soprattutto in poesia, e alla quale va associata la composizione dei sedici Esametri sull'amicizia da parte di Alberti – Esametri ora pubblicati fra le sue Rime, innovative tanto nello stile quanto nella metrica, che costituiscono uno dei primissimi tentativi di adattare i metri greco-latini alla poesia volgare (metrica «barbara»).
Nonostante ciò, Alberti continuò a scrivere in latino, come fece per gli Apologi centum, una sorta di breviario della sua filosofia di vita, composti intorno al 1437.
Ritorno a Roma Chiusosi il concilio a Firenze, nel 1444, l'Alberti ritornò con la curia papale a Roma, continuando a ricoprire il ruolo di abbreviatore apostolico per ben 34 anni, fino al 1464, quando il collegio degli abbreviatori fu soppresso. Durante la permanenza a Roma ebbe modo di coltivare i propri interessi propriamente architettonici, che lo indussero a proseguire lo studio delle rovine della Roma classica. Ciò è dimostrato dall'opera Descriptio urbis Romae, risalente al 1450 circa, in cui Alberti tentò con successo, per la prima volta nella storia, una ricostruzione della topografia di Roma antica, attraverso un sistema di coordinate polari e radiali che permettono di ricostruire il disegno da lui tracciato. I suoi interessi archeologici lo portarono anche a tentare il recupero delle navi romane affondate nel lago di Nemi.
Questi interessi per l'architettura che diventeranno prevalenti negli ultimi due decenni della sua vita, non impedirono una ricchissima produzione letteraria. Tra il 1443 e la morte compone una delle sue opere più interessanti, il Momus, un romanzo satirico in lingua latina, che tratta in maniera abbastanza amara e disincantata della società umana e degli stessi esseri umani.
Dopo l'elezione di Niccolò V, l'Alberti, come antico conoscente, entrò nella cerchia ristretta del papa, dal quale ricevette anche la carica di priore di Borgo San Lorenzo.